Tag: lago trasimeno

Un pomodoro gigante… per appetiti da lumaca

Un pomodoro gigante… per appetiti da lumaca

Dopo un mese di sole pressoché ininterrotto, finalmente giunse la pioggia. E non furono le solite “due gocce” d’acqua… Tuttavia, prima che le secchiate di pioggia ricoprissero i colli lacustri, il pomeriggio sembrava presagire soltanto una lieve acquerugiola, più rinfrescante che altro.  Confidando nella suddetta 

Alle radici della Fagiolina del Trasimeno

Alle radici della Fagiolina del Trasimeno

Mentre la Risolartista era nel bel mezzo delle sue compere quotidiane, il suo occhio attento cadde su una dicitura curiosa di una certa etichetta. “Prodotto lavorato a zampette con amore” Da questa curiosa dicitura, risalì, poi, alle zampette citate, che la condussero fino alle radici 

San Feliciano: paese di tramonti, di pescatori, e di gatti

San Feliciano: paese di tramonti, di pescatori, e di gatti

San Feliciano Lago Trasimeno

San Feliciano è quel piccolo angolo di Trasimeno noto per essere borgo di pescatori e di gatti. Senza dimenticare i tramonti: dicono siano tra i più belli del mondo intero…

Finché lo si visita da turisti, però, se ne perdono molte cose. Il San Feliciano degli stranieri è fatto di cenette di pesce con il rosso della sera sullo sfondo, di gite all’Isola Polvese, e biciclettate attorno alle rive. I più interessati al panorama enogastronomico, poi, potrebbero andare alla ricerca del pregiato olio d’oliva prodotto qui attorno, o del pesce di lago cucinato come vuole la tradizione. 

Tuttavia, San Feliciano, per lo spirito pittoresco di un’artista, è molto di più. E il suo valore si accresce ulteriormente, nel momento in cui quest’artista è legata indissolubilmente ai suoi viottoli, a motivo di antiche discendenze di famiglia.

San Feliciano, per la Risolartista, era ed è la sua seconda casa. Una casa di vacanza, estiva, ma non solo. Una casa in cui abbandonare la frenesia cittadina, per rigenerare il suo animo pittoresco immergendolo nella natura selvaggia dei colli, e nella vita quotidiana che si sussegue tra i viottoli. Una casa da cui partire per avventure a metà tra realtà e incanto, tra contemporaneità e fiaba.

Tutti motivi che rendono questo paesino di pescatori (e di gatti) lo sfondo perfetto per racconti squisitamente pittoreschi. 

Perché si possano apprezzare di più certe sue macchie di colori (e di vita) impresse sulla carta dall’artista, è bene conoscerne meglio qualche dettaglio. 

Cominciamo da un punto di vista “esterno”. Cominciamo dall’ammirare San Feliciano a distanza, dall’alto, fermando i passi in cima al colle da cui parte la salita per Montalcino.

Visto da lì, il borghetto di pescatori assume i connotati perfetti per diventare un “paesaggio da cartolina”. Da lontano, le casette si confondono l’un l’altra, formando un grumolo di tetti e pareti dai colori pastello, tra cui spicca alto il campanile della chiesa. Il tutto è incorniciato da rami di ulivo carichi di frutti e di foglie, che, con le loro tinte argentee, contornano a meraviglia quel grazioso paesino.

Poi, ovviamente, c’è il lago. Il Lago Trasimeno, con la sua Isola Polvese che fa da macchia scura al centro, proprio di fronte alla riva sanfelicianese. Il Lago Trasimeno dalle tinte cangianti a seconda dell’estro del pittore che si è messo a dipingerlo. Il Lago Trasimeno, il cui profilo è rimarcato dalla lontana sponda opposta, su cui sorge il ben noto Castiglione. Nei giorni di aria pura, completa il tutto il Monte Subasio, che sorveglia gli abitanti lacustri dalla sua vetta brunita…

Manca solo il cielo. Difficile descriverlo con esattezza, in quanto le parole di oggi non andrebbero già più bene domani. E neppure tra un’ora, a dir la verità. Al mattino è azzurro, al pomeriggio guizza verso il latte se arriva qualche nube, e alla sera esplode come un fuoco d’artificio. Ecco il suo splendido tramonto…

Qualche volta è giallo, qualche volta arancione, molte volte rosso e rosato. Anche il verde, a dir la verità, non è estraneo alla sua tavolozza. Insomma, per potersi immaginare un tramonto sul Trasimeno a dovere, è necessario vederlo con i propri occhi.

Dopo aver colto il paese nel suo insieme, ci si può inoltrare più a fondo nei viottoli, cogliendo colori, suoni e profumi curiosi.

I colori variano dal rosa pesca, all’azzurro turchino, passando per le screziature naturali della pietra arenaria, che ancora spicca sulle pareti più antiche. Queste sono le tinte delle case e casette di cui San Feliciano si compone; tinte dolci, tranquille, qua e là accese da vasi da fiori appesi alle finestre. 

I suoni sono quelli di tutti i giorni, con il valore aggiunto delle paroline scambiate in dialetto perugino. Il profumo inconfondibile, invece, è uno solo: quello della “cannuccia” lacustre che brucia allegra in chissà quale focolare…

Parlando di edifici nello specifico, non dovete aspettarvi grandi cose. Non è uno di quei borghetti fatti apposta per attrarre turisti con ristoranti e negozi a profusione.  

Tutt’altro. A San Feliciano, la gente del luogo è semplice, e sembra spesso rimasta ferma a più di un secolo fa. Andando al di là delle apparenze (poche, ma necessarie per soddisfare minimamente gli stranieri), ci si può immergere in un’atmosfera antica. Atmosfera pittoresca, come quella delle campagne di un tempo, in cui si imparava a cavarsela da sé, e a fare quasi tutto in casa. La modernità, a San Feliciano, si è fermata alle soglie della maggior parte delle case: l’aura verace e quasi “fiabesca” di certi loro abitanti le ha impedito di entrare. 

Il supermercato c’è, ma è pittoresco quanto i suoi clienti. Ed è trattato in modo altrettanto pittoresco, con un disinteresse verso certi comuni comfort cittadini che stupirebbe qualsiasi “metropolitano”.

A proposito del supermercato, vale la pena di partire da lui, per delineare la (brevissima) serie di negozi paesani. 

Si tratta di un supermercatino di un pugno di metri quadrati, che ha nome Bussolini (dalla storica famiglia che lo fondò). Dire che è pieno di contraddizioni tra passato e presente è riduttivo. Se analizzaste ogni suo scaffale, trovereste materiale con cui divertirvi all’infinito. Vi basti sapere che ci sono prodotti tradizionali umbri che fanno la guerra con il mondo industriale. Trovate pecorini, ricotte di pecora e legumi tipici, accanto alle confezioni così sfacciatamente “da supermercato”, che non si vedono più neanche nei supermercati cittadini. Gli anni del boom economico e delle grandi marche oltremodo diffuse sono penetrati tra gli scaffali di Bussolini, senza abbandonarli mai. Il biologico, e tutte le mode contemporanee, non hanno spazio nelle borse della spesa delle signore sanfelicianesi. Al loro posto, compaiono i prodotti tipici e quelli anche troppo “da supermercato”, accompagnati da certi prodotti di “industria locale”, con nomi di marche che potete trovare solo qui. Dalla pasta Fabianelli, al latte Grifo. Dai biscotti Lago, all’Ovo Fresco San Martino che riempie un intero reparto con uova di ogni tipo e dimensione. E si potrebbe andare avanti a citare nomi più che curiosi all’infinito…

Va da sé, che tutte le “matrone” (così mi piace chiamare le signore attempate) del paese di una certa età vadano da Bussolini tutti giorni. Ci vanno a fare la spesa, ma soprattutto a fare quattro chiacchiere allegre con le proprie vicine di casa. Per non parlare, poi, delle battutine in dialetto che si scambiano con le commesse del negozio! 

Passando agli altri negozi, non c’è molto da dire. Una panetteria non c’è più, sostituita dal caro Bussolini, che si fa consegnare tutte le mattine il pane fresco da due fornai del paese di Magione. 

È rimasto invece il macellaio, il Signor Scarchini. Da storico protagonista dello shopping delle matrone in materia di carne, continua tutt’oggi a offrire i suoi ottimi servigi. Una colonna di San Feliciano, ma mai quanto il supermercato.

Poi, c’è l’Altra Edicola. Un’edicola che vende roba da edicola… e altro. Molto altro: dai cosmetici, ai tè, ai barattoli di miele e alle bottiglie di olio d’oliva. A pensarci bene, non si allontana poi tanto dal concetto di “drogheria” tanto caro ai nostri nonni; l’unica differenza è che ci si possono comprare prevalentemente giornali e quotidiani.

Completa la serie di negozi affacciati sulla piazza principale la farmacia. Fine della (brevissima) lista!

Come ultimo luogo di shopping si può ancora citare quel buchetto molto grazioso (ma pur sempre un “buchetto”), costituito dal punto vendita della Cooperativa dei Pescatori del Trasimeno. Da buon borgo di pescatori, non potrebbe mancare un posto in cui comprare il pesce di lago appena pescato. 

Se volete, aggiungo anche il mercato che si tiene sulla piazza ogni venerdì. Non immaginatevi file e file di bancarelle affollate… non è uno spettacolo a cui i Sanfelicianesi siano abituati. Il mercato del venerdì non raggiunge neppure la doppia cifra per numero di banchetti; nondimeno, si tratta di banchetti a cui vale la pena fermarsi. Se le matrone paesane hanno bisogno di rinnovare le loro livree da lavoro (ossia i grembiuli) troveranno sempre un’ampia offerta. Come non rimarranno a bocca asciutta neppure in materia di calze, biancheria e pigiamini. 

Gli uomini di casa, invece, è probabile preferiscano avvicinarsi al furgoncino della porchetta, che vende anche salumi e formaggi locali, oppure andare dal fiorista. Fiorista, che tanto fiorista poi non è. Di fiori quasi non se ne vedono; piuttosto ha un’incredibile varietà di ortaggi e piantine da seminare nell’orto. È questo che vuole la sua clientela. 

Le suddette erano le bancarelle fisse. Poi, a seconda dell’estro della settimana, compaiono curiosi e pittoreschi venditori. Talvolta potreste trovare olio d’oliva purissimo del Trasimeno, oppure miele delle più strane varietà. O, ancora, montagne su montagne di mele, prodotte da un’azienda a due passi dal lago. 

Con cosa si tornerà a casa il prossimo venerdì? Solo lo spirito del mercato sanfelicianese lo sa…

A questo punto, è probabile che vi siano sorte due domande riguardo le abitudini dei Sanfelicianesi.

La prima, è dove prendano la frutta e la verdura. Un ortolano vero e proprio non c’è… tuttavia, c’è il Signor Sergio, ortolano ambulante, che tre volte la settimana mette giù il suo camioncino in piazza.

E, poi, ci sono gli orti del Trasimeno. Basta abbandonare il caseggiato, per rendersi conto di come le colline circostanti siano tutte macchiate di fazzoletti di orto pieni di ortaggi di ogni tipo. Se chiedete a qualche abitante, vi dirà sicuramente dove ha il suo bell’orticello di famiglia. Chissà che non ve lo faccia persino visitare…

La seconda questione, invece, riguarda quella parte di abitanti “normali”, estranei a questa vita rimasta intrappolata a un bel po’ di tempo fa. Che vita faranno mai i “giovani”, e tutti i paesani “cittadini” (che passano più tempo in città che sul lago)? … Fanno la vita che probabilmente fate anche voi. Fanno acquisti in città, hanno amici in città, e lavorano in città. Solamente, ci mettono una mezz’ora di macchina in più anche solo per andare a fare la spesa. Per il resto, sono gente contemporanea come chiunque altro, troppo impegnata per entrare in profondità in queste dinamiche pittoresche di paese.

Il lato speciale e fiabesco di San Feliciano, infatti, richiede una certa sensibilità e attenzione per essere colto. Motivo per cui i soggetti di cui sentirete parlare non sono i canonici pendolari…

Eccoci, dunque. Eccoci a dire qualcosa di questi pittoreschi abitanti di San Feliciano. 

Per conoscerli davvero, dovreste parlarci. Anche parlandoci, però, non capireste tanto (vi avviso). Non capireste i “non detti” che si riferiscono a chissà quale storia locale, non capireste neppure le parole in dialetto, che si divertono a cancellare da ogni frase il numero più grande possibile di lettere. Se volessi mettere per iscritto un normale chiacchiericcio da bar in riva al lago, dovrei mettere più apostrofi che vocali…

Per avere un’idea di massima di chi affolla i viottoli sanfelicianesi, potete prendere spunto da questi pochi indizi.

Pensate a matrone che si affaccendano tutto il giorno in cucina, dopo aver passato buona parte della mattinata a chiacchierare tra bar e supermercato.

Pensate a uomini di un’altra epoca, che la sanno lunga sulla vita, e si sono ritirati a curare il loro orticello come fosse un secondo figlio.

Pensate ai pescatori di ieri, che pescano tutt’oggi, e sempre con le stesse reti riparate anno dopo anno.

Pensate a un miscuglio di abitanti più giovani, che fanno da ponte tra il paese più fiabesco, e la realtà contemporanea. Sono loro a passare allegramente i prodotti alla cassa, o a servirvi il caffè con un sorriso. 

Questo vi basti, il resto sarà vostro piacere approfondirlo…

Concludiamo il tour di San Feliciano con qualche altro accenno di contesto. 

Tutti i vicoletti si snocciolano dalla strada principale (l’unica con il semaforo!), in senso perpendicolare al lago. Se vogliamo identificare il “cuore” del paese, non può che essere la piazza dei negozi, su cui svetta la torretta dell’orologio. Orologio squisitamente in ritardo; e in ritardo variabile a seconda di chissà quale logica balzana. 

Per quel che riguarda i ristoranti e i caffè, ce ne sono disseminati qua e là. Uno vale la pena di citarlo: lo storico “Ristorante da Settimio”, rinomato per la cucina di pesce di lago. In quanto borgo di pescatori, come c’è il negozio del pesce, ci deve pur essere anche una tavola calda in cui chi non ha voglia di cucinare lo possa comunque gustare!

Non che ci sia bisogno di dirlo, ma San Feliciano ha anche un bel porto. Anzi, due porti. Entrambi piene di barchette, motoscafi e vele, che nelle giornate di bel tempo punteggiano le acque con le loro presenze. 

Ora il quadretto dovrebbe essere abbastanza chiaro. Volendo, si potrebbe continuare ad aggiungere sempre più pennellate di particolari alla tela, ma (perdonate la finezza della metafora) non sono una pittrice fiamminga. Troppi dettagli sono difficili da ricordare tutti… si rischierebbe di non apprezzare i pochi di valore.

Vi ho parlato della veduta di San Feliciano dai colli, e dei suoi scorci di piccola quotidianità che si avvicenda nei viottoli. Vi ho parlato dei negozi, dei ristoranti, e del porto. 

Gli spiritelli umani che animano la vita qui, lo avrete intuito, sono impossibili da immortalare per intero. Basta sapere che ci sono, e che è grazie a loro che certe scenette pittoresche continuano a succedere. 

Mancherebbero solo i gatti. 

Mancherebbe solo la seconda anima di San Feliciano, senza la quale il paese non è completo. Tuttavia, una coda di testo non basta a descriverne nemmeno un baffo… meglio rimandare a un’altra pagina inchiostrata.

Concludo la descrizione con quella che è la quotidiana fine di ogni giornata sanfelicianese. Concludo ricordandovi che si tratta del paese dei tramonti. Dunque, concludo consigliandovi di dipingere nella vostra mente ogni tinta di cielo al tramonto che siete capaci di immaginare. Appena l’avrete fatto, ricordatevi di rievocare tali colori ogni volta che pensate alla sera che arriva sul Trasimeno. Solo così, potrete apprezzare a pieno le storie di cui questo magico lago si trova a essere testimone…

Gatti neri e batticuori

Gatti neri e batticuori

Ogni mattina, nel viottolo che conduceva dalla piazza al lungolago, avveniva un evento curioso. Ogni mattina, se vi fosse capitato di percorrere tale viottolo, vi sareste ritrovati spettatori di una storia d’amore felino.  Il primo protagonista, o meglio “la protagonista”, era la Gatta Ittica.  Tutti 

Vendesi melanzappartamenti vista lago

Vendesi melanzappartamenti vista lago

L’orto vista lago del Signor Carlo regalava ogni volta ai suoi visitatori qualche curiosa sorpresa. Sempre che questi ultimi fossero in grado di vederla… Proprio così: quell’orto era un luogo speciale, che, a quanto pare, era molto gradito ai più pittoreschi personaggini che si potessero 

Melonfiere in volo

Melonfiere in volo

Mongolfiera libellula topolino pilota

In quel fresco (strano, ma vero!) pomeriggio agostano, il sesto senso d’arista era stato stuzzicato dalla voglia di melone. E, quando era il senso d’artista a parlare, significava sempre che c’era qualcosa di pittoresco in vista…

Per sapere cosa le rive del Trasimeno avevano in serbo per la Risolartista quella volta, occorreva seguire l’intuito, e fare ciò che questo suggeriva.

Dunque, se era giunto il desiderio di un bel melone fresco e profumato, era bene adoperarsi per recuperarlo. 

… Dove andare? Le alternative che offrivano meloni erano numerose. 

C’era prima di tutto il caro Bussolini sotto casa, che non mancava mai di avere una cassetta piena di meloni nel suo reparto ortofrutta. Tuttavia, erano meloni troppo convenzionalmente da supermercato per poter soddisfare il suo sesto senso d’artista. Quel giorno ci voleva altro…

Essendo giovedì, un’altra possibilità era il furgoncino del Signor Sergio, che svettava con l’ombrellone aperto in mezzo alla piazza. Anche lì, di meloni ce n’erano a profusione. Tanti i meloni, quanta anche la fila di persone in attesa di essere servite. E alla Risolartista non piaceva aspettare…

Di conseguenza, nemmeno il Signor Sergio faceva al caso suo.

Perciò, prese la sua biciclettina fragolosa, e si avviò in direzione degli orti in riva al lago. Fuori dal paese, lontano dai meloni troppo comuni e dozzinali, avrebbe certo trovato qualche esemplare sufficientemente pittoresco per lei. Dopo tutto, il senso d’artista aveva bisogno di frutta d’eccezione, per poter soddisfare il suo appetito di colori…

Mentre pedalava allegramente poco oltre la brughiera paludosa, appena superata la casetta del Signor Sauro, il suo occhio si illuminò, inducendo la biciclettina a fermarsi.

L’orto del Signor Carlo, situato di fronte alla suddetta casa, l’aveva chiamata. 

Era certa che avrebbe trovato un melone soddisfacente proprio laggiù…

Decisa a terminare lì la sua ricerca, accostò la biciclettina fragolosa al ciglio della strada, e la abbandonò lì, diretta all’orto in questione.

Era la prima volta, quell’anno, che ci metteva piede. Tra una cosa e l’altra, aveva sempre dirottato i suoi giretti pomeridiani altrove. 

Il caso (dispettoso) sembrava non volesse mai farle incontrare il proprietario di quell’orticello, ossia il Signor Carlo. Ogni volta che aveva intenzione di fargli visita, non lo trovava mai. Quando, invece, aveva un mucchio di altre faccende da sbrigare, e passava lì di fronte, lo vedeva intento a lavorare. In tali occasioni, non poteva che salutarlo, promettendogli che si sarebbe fermata da lui la prossima volta…

E, così, era arrivata fino agli ultimi giorni di agosto, senza essere ancora riuscita a fare visita all’orto del Signor Carlo. E la cosa le era assai dispiaciuta.

Le era dispiaciuta non soltanto per il piacere di far visita al suo amico agronomo-agricoltore (il Signor Carlo, specifico, era un vero esperto di piante, con tanto di laurea in agraria!), ma anche per il paesaggio che si perdeva.

Le sue coltivazioni, infatti, erano in un punto della riva del Trasimeno davvero incantevole. Passeggiando tra le piante di fragole (il Signor Carlo era universalmente famoso per la sua grande produzione di fragole), si poteva godere della vista sul lago, gustandosi a pieno i colori del tramonto. Non solo: sullo sfondo non mancava di comparire anche la brughiera paludosa, al cui centro sorgeva la curiosa dimora del Signor Sauro, l’amico e cugino del Babbo Antonello. E tale brughiera paludosa era un luogo squisitamente pittoresco, che qualcuno definiva anche incantato. Era di un verde pisello brillantissimo, continuamente animato dal volo degli uccelli lacustri di ogni razza e varietà. Sembrava quasi un terreno adatto a esibizioni aerostatiche di mongolfiere e dirigibili. Se avessero mai organizzato una fiera in cui far volare quei palloni pieni di aria calda, certamente l’avrebbero fatta laggiù…

Quando la Risolartista ebbe ammirato a sufficienza il paesaggio che gli orti offrivano quel giorno, si inoltrò nel verde alla ricerca del Signor Carlo.

E, finalmente, lo trovò.

Eccolo là, il suo amico agronomo-agricoltore, tutto intento a piantare giovani virgulti di broccoli e cavolfiori. Essendo ormai fine agosto, erano quelle le nuove varietà da “mettere a dimora”, così da poterle raccogliere in inverno. 

In realtà, non si stava occupando solo di quelle. Poco distanti, si vedevano anche file e file di piantine di fragole, che attendevano di essere sistemate a dovere. Evidentemente, gli ultimi giorni d’estate erano anche il momento adatto per trovare una casa a quei mucchi di foglioline frastagliate, che in primavera sarebbero stati carichi di corpuscoli rossi dal sapore dolcissimo. La Risolartista si ricordava molto bene le squisite fragole del Signor Carlo; ogni risolatte mattutino dell’aprile appena trascorso, infatti, era stato dipinto dal loro colore vermiglio. Non vedeva l’ora di poterle assaggiare di nuovo…

Quel giorno, però, era giunta nell’orto del Signor Carlo per cercare un melone. 

E un melone fu ciò che chiese, non appena l’ebbe allegramente salutato.

Melone, dunque, doveva essere. Purtroppo, però, per averlo, avrebbe dovuto aspettare un po’. L’agronomo-agricoltore, non appena ebbe sentito la richiesta, abbandonò le sue piante di cavolfiore, e si diresse verso il campo dei meloni. Essendo fine agosto, di frutti buoni ce n’erano ormai pochi: per trovarne uno che potesse soddisfare il suo palato d’artista, si doveva impegnare. Tuttavia, per la sua piccola amica appassionata di ortaggi, avrebbe tastato anche l’angolo più remoto del campo, alla ricerca del melone migliore! L’unico problema, appunto, era che ci avrebbe messo un po’.

Nel frattempo, la invitò a farsi un giro nel resto dei campi. Avrebbe trovato qualcosa con cui intrattenersi…

La Risolartista non se lo fece ripetere due volte: lasciò il Signor Carlo alla sua caccia al melone, e si diresse altrove.

Pochi passi, e un curioso manifesto la colse di sorpresa: che cosa ci faceva un manifesto tutto colorato appeso nel bel mezzo di un orto?

Avvicinandosi, lesse meglio di cosa si trattava. Era un manifesto che pubblicizzava il “Raduno delle Melonfiere”. Raduno che si sarebbe tenuto proprio la sera successiva, e proprio lì di fronte… lì, dove sorgeva la brughiera paludosa. 

Ma che cosa poteva essere mai una “melonfiera”? La Risolartista, come credo anche voi, se lo chiedeva con molta curiosità. Il disegno raffigurato sul cartellone aiutava a trovare una risposta.

Dovete immaginarvi una melonfiera come qualcosa a metà tra una mongolfiera e un melone. La forma era quella del melone, ma la funzione era quella della mongolfiera. Insomma, con una melonfiera si poteva volare, stando a bordo di un cestello a forma di tazza da tè appeso appena sotto.

E non era finita lì.

Per aiutare la melonfiera ad andare nella direzione giusta, non mancava una libellula gigante a trascinarla da davanti. Una trovata brillante, per risolvere il classico problema del vento che voleva sempre decidere dove trascinarla. In questo modo, la scelta della via era affidata al solo guidatore.

A proposito, chi poteva essere quel guidatore, così coraggioso da levarsi in aria sospeso sotto una melonfiera? Il disegno sul manifesto, purtroppo, non dava indizi al riguardo. La melonfiera era raffigurata… vuota! Per scoprire chi fossero i passeggeri di quei curiosi mezzi di trasporto, era necessario prendere parte al raduno.

La lettura del cartellone fu improvvisamente interrotta dall’arrivo del Signor Carlo: aveva trovato un melone! 

A guardarlo bene, non era proprio il migliore dei meloni che si potessero desiderare. Era piccolino, e non completamente maturo. Tuttavia, il profumo che si liberava dall’attaccatura era buono, e anche il colore della buccia offriva una squisita varietà di sfumature verdoline. La Risolartista lo avrebbe comunque saputo apprezzare…

In fin dei conti, era il meno peggio che l’agronomo-agricoltore era riuscito a rimediare. Tutti gli esemplari migliori erano inspiegabilmente scomparsi nel giro di pochissimi giorni. 

Come le raccontò, un paio di settimane prima il suo orto era pienissimo di meloni di ogni forma e dimensione. Ne aveva così tanti, da non sapere più a chi venderli! 

Improvvisamente, poi, una mattina di qualche giorno prima, si era reso conto di aver finito tutti i meloni. Lì per lì, non si era posto grandi domande, pensando che semplicemente fosse riuscito a darli via tutti la sera precedente. Gli era capitato altre volte che, per la stanchezza di fine lavoro, quasi non si accorgesse di quello che stava facendo… 

Eppure, quella razzia di meloni era decisamente strana. Inspiegabile… erano troppi per essere stati venduti tutti insieme!

La Risolartista, che aveva appena finito di leggere il manifesto del Raduno delle Melonfiere, cominciò a farsi un’idea della possibile spiegazione. Tuttavia, era presto per trarre le conclusioni. 

Quel che le sembrava chiaro, era il fatto che il Signor Carlo non avesse affatto letto il manifesto. Altrimenti si sarebbe accorto della probabile fine dei suoi meloni…

Quel che invece non le sembrava affatto chiaro, era come mai non lo avesse letto. Lavorando tutto il giorno in quell’orto, un’occhiata in quella direzione doveva pur essergli scappata!

Quando era sul punto di mostrarglielo, però, fu costretta a rinunciare al tentativo: proprio mentre finivano di parlare, una folata di vento aveva strappato il foglio, portandolo lontano chissà dove.

Pazienza: la sera successiva, il Signor Carlo avrebbe assistito a un evento a sorpresa.

Fu così che, ventiquattr’ore dopo, la RIsolartista si ripresentò puntuale all’orto del suo amico agronomo-agricoltore, trovandolo nuovamente al lavoro. Più che al lavoro: era così concentrato sulle sue piantine di broccolo che stava interrando, da non essersi accorto di tutto quello che gli stava accadendo accanto.

Non solo non fece caso all’arrivo della ragazzina, ma neppure a quei grandi preparativi che dovevano avere luogo lì già da qualche ora.

Preparativi, che, proprio in quel momento, erano sul finire.

Il grande Raduno delle Melonfiere era pronto per cominciare. Gli animaletti lacustri avevano quasi concluso il montaggio di tutto il necessario. 

La rampa di lancio era pronta. Rampa di lancio, che era costituita dal vialetto sterrato che separava l’orto delle fragole da quello dei meloni. Dovete immaginarvi un rettilineo adatto a far decollare una melonfiera (pensate a un aeroplano, se vi viene più semplice), ai cui lati erano state disposte delle bellissime ghirlande di edera e grappoli d’uva. Gli spettatori comparivano attorno, ed erano al momento più interessati alle ghirlande (colme di acini d’uva maturi!), che ad altro. Come biasimarli… l’evento doveva ancora iniziare, e loro stavano solo “ingannando l’attesa” mangiucchiandosi nel mentre qualcosina!

Ancora non ve l’ho detto: chi erano questi spettatori? 

Erano gli stessi soggetti che si stavano preparando, qualche metro più in là, a volare in cielo.

Erano topolini delle risaie. Deliziosi topolini delle risaie. Si trattava di quei piccoli roditori caratteristici del Trasimeno, che si nascondevano tra i cespugli delle colline, sempre intenti a sgranocchiare qualche frutto di bosco, o qualche acino d’uva. Come stavano giusto facendo in quell’occasione…

Se i topolini spettatori ingannavano “gustosamente” l’attesa, i topolini piloti di melonfiere, invece, erano pronti al lancio. Gli ultimi aggiustamenti furono fatti, le ultime corde strette per benino, e le libellule accarezzate per l’ultima volta dai rispettivi proprietari. 

Il Raduno delle Melonfiere poteva cominciare.

Mentre tutto questo avveniva, la Risolartista guardava, più curiosa che mai. Il Signor Carlo, invece, lavorava tranquillo, ignaro di quanto si stesse perdendo.

Finalmente, la prima melonfiera fu posta al limitare della rampa di lancio, e, dopo una buona rincorsa da parte della libellula trasportatrice, prese il volo in direzione del lago. Ecco che il melone-pallone aerostatico si gonfiò misteriosamente d’aria, riuscendo a sostenere tutta la macchina volante. 

Il topolino pilota che aveva avuto l’onore di cominciare l’evento era molto orgoglioso della cosa, e incitava la sua libellula ad andare più veloce, puntando dritto alla brughiera paludosa. Da quel che si poteva intuire dal resto della folla di topolini, doveva essere proprio la brughiera paludosa il terreno sopra cui tutte le melonfiere avrebbero volato. Altrimenti non ci si sarebbe potuto spiegare quel gran numero di animaletti che se ne stavano laggiù nell’erba verde brillante, in attesa che il primo velivolo comparisse sopra le loro testoline.

Dopo la prima melonfiera, si alzò la seconda, poi la terza e così via. Erano tantissime: almeno una cinquantina. Ognuna di esse, ovviamente, aveva il suo melone-pallone aerostatico a tenerla in aria. Il che, tirando le somme, spiegava la probabile fine che avevano fatto i misteriosi meloni del Signor Carlo.

A proposito del Signor Carlo… era arrivato il momento di interrompere il suo lavoro, invitandolo a unirsi ad ammirare uno spettacolo così insolito. Quando gli sarebbe più capitato di vedere i propri meloni volare per aria, trascinati da una libellula, e guidati da un topolino delle risaie a bordo di una tazzina da tè? Quel Raduno delle Melonfiere era molto più interessante dello stare a piantare i broccoletti…

La RIsolartista, quando si fu decisa ad abbandonare per un attimo la visione dell’evento, corse dall’agronomo-agricoltore, scuotendolo dal suo mondo dei sogni fatto di piante, e facendolo precipitare in un mondo altrettanto di sogni, ma fatto di melonfiere. 

La sua reazione, come è facile intuire, fu un composto esplosivo di incredulità e stupore. Descriverla sarebbe riduttivo. Vi basti sapere che si convinse ad alzarsi dall’orto, e a raggiungere l’artista nel mezzo della brughiera paludosa, per poter ammirare lo spettacolo dalla migliore prospettiva.

Eccoli lì, i suoi meloni scomparsi.

Eccoli lì, i suoi meloni più fragranti e variopinti.

Eccoli lì, trasformati in melonfiere a misura di topolino.

Eccoli lì, a galleggiare nel tramonto del Trasimeno, con l’Isola Polvese sullo sfondo, e il verde della brughiera attorno.

Eccoli lì, i suoi meloni. A pensarci bene, avevano fatto la fine più dolce e pittoresca che si potesse immaginare!

Una collana di nodi d’amore

Una collana di nodi d’amore

Sul finire di agosto, il 27 per la precisione, arrivava anche l’onomastico della Mamma Monica. Il che significava farle prima di tutto gli auguri (impegnandosi a ricordarselo già dal mattino), e poi anche un regalino. Si sa che gli onomastici sono un’occasione ottima per fare 

I Gatti di San Feliciano

I Gatti di San Feliciano

La comunità dei Gatti di San Feliciano, come è facile immaginare, vive tra le vie del paesino di pescatori per eccellenza affacciato sul Trasimeno. San Feliciano, appunto. Se si volessero avere dati demografici più precisi su questa popolazione felina, non sarebbe facile quantificarli. I gatti 

Il Gatto Grifolatte

Il Gatto Grifolatte

E la sua marmellata di pere

Gatto e latte illustrazione

Buongiorno a tutti! Prego, accomodatevi, mentre aspetto che il latte si scaldi, ne approfitto per la mia presentazione.

Sono il Gatto Grifolatte… come ben si intende dal nome, di latte me ne intendo eccome!

Tuttavia, mi è stato chiesto di iniziare con la marmellata: e sia! In fondo, non rifiuterei mai un bicchierino di latte, ma neppure un barattolo pieno di gustosa marmellata.

Marmellata di pere, ovviamente. Solo questa, infatti, si addice al mio delicato palato felino, solitamente abituato al dolce e candido sapore del latte. 

A guardarla bene, poi, questa marmellata di pere è l’unica, nel panorama dello scaffale del supermercato, ad avere un colorino chiaro che ricorda il latte. E non ricorda solo il latte, ma anche la mia pelliccia in quei giorni uggiosi, in cui non ho molta voglia di farmi la mia solita pulizia quotidiana…

Come è facile intuire, sono un gatto bianco (anche se ho qualche occasionale macchia nera). Meglio: un gatto bianco-latte nei giorni di sole, e un gatto bianco-marmellata di pere, nei giorni di pioggia. 

Il mio colore la dice lunga sulle mie passioni; se una ve l’ho già rivelata, è il momento di passare alla seconda, nonché cuore pulsante di tutta la mia esistenza felina.

Il latte.

Il Grifo Latte, per essere precisi.

Non accetto trasgressioni: se il latte che mi ritrovo nella ciotola della colazione non è Grifo, state certi che sarà una giornataccia per tutto il paese. Il mio stomachino è così abituato al sapore del Latte Grifo, che se gli capita di dover digerire qualcosa di diverso, si rifiuta categoricamente di farlo. Dunque, il mal di pancia è garantito…

E mal di pancia per un gatto si traduce in miagolii di dolore e sofferenza. 

E miagolii di dolore e sofferenza per gli umani sanfelicianesi si traducono in un sottofondo perpetuo che definire “fastidioso” è fare un complimento…

Insomma, è bene che nella mia ciotola della colazione ci sia sempre del buon Latte Grifo di prima qualità.

Latte Grifo parzialmente scremato, però. Quello intero non fa esattamente per me: bevendo litri su litri di latte ogni giorno, capite anche voi come potrebbe risultarmi un po’ “pesantino”. Meglio andare sul leggero (o sul “light”, come si dice), e scegliere il cartoccio rosso con la scritta “parzialmente scremato”.

Per quanto riguarda la preferenza di latte fresco o a lunga conservazione, mi oriento ormai da anni sulla seconda alternativa. Se in terra milanese (a quanto mi ha detto la mia amica Risolartista), il latte fresco è l’abitudine universalmente diffusa, qui sul Trasimeno le cose funzionano un po’ diversamente. 

Se avete fatto la spesa anche voi da Bussolini, avrete notato che il latte fresco in bottiglia di plastica è merce rara. Al contrario, i cartoni di latte a lunga conservazione popolano almeno due scaffali completi! Va da sé che le matrone paesane abbiano abitudini opposte alle colleghe matrone milanesi.

Fresco, o a lunga conservazione che sia, il Latte Grifo è buono comunque. Anzi, nella sua versione a lunga fa una schiumetta ancora più cremosa… una delizia!

Se vogliamo parlare di abbinamenti per la colazione (così vi dò qualche spunto da provare a vostra volta…), comincerei con una ciotola di Latte Grifo e cereali cornflakes. Subito dopo, segue il Latte Grifo tiepido, con qualche frollino panna e cacao (quelli che trovate sotto il nome di “Abbracci” dal caro Bussolini). Ancora, Latte Grifo con fette di “filetta” di Bussolini (il tipico pane “sciapo” a forma di ciabatta di qui) spalmate con almeno mezzo barattolo di marmellata di pere. 

Probabilmente vi starete chiedendo come mai io sia così esperto in materia di latte e di supermercati. Ebbene, il motivo è semplice: sono di professione un “Gatto da reparto frigo di supermercato”.

Adesso vi starete chiedendo cosa significhi ciò. Siccome questa è la mia presentazione, vale la pena che ve lo spieghi per benino. Cogliendo l’occasione, poi, vi anticipo un “excursus” doveroso sulla mia carissima azienda Grifo, di cui sono anche “testimonial felino” occasionale.

Partiamo dalla mia occupazione, nonché parte integrante della mia vita quotidiana.

In qualità di Gatto da reparto frigo di supermercato, vivo proprio nel supermercato. E appartengo al supermercato. O meglio, appartengo alle gentilissime signore commesse del supermercato.

Quando ero solo un cucciolo di micio, fui abbandonato proprio qui, da Bussolini. Da allora, le signore commesse hanno deciso di adottarmi, e di istruirmi, facendomi diventare il loro Gatto da reparto frigo di supermercato, assunto con tanto di contratto. 

Buffo è il fatto che, ad abbandonarmi, fu il guidatore del furgoncino della Grifo che consegnava il latte tutte le mattine. Era destino che rimanessi legato al Latte Grifo a vita! Una bella mattina (da quel che mi hanno raccontato) questo camionista partì dalla centrale carico di latte, e con una pallina pelosa al fianco (io); se ne tornò, poi, a casa la sera scarico di latte… e senza alcuna pallina pelosa al fianco. 

Triste inizio della mia storia da Gatto di reparto frigo di supermercato, lo so. Tuttavia, il seguito è molto più positivo. 

Le signore commesse di Bussolini, appena mi trovarono abbandonato tra i cartocci di latte, si sciolsero dalla tenerezza, e decisero di adottarmi. Ecco che divenni il loro gattino domestico, legato non a una “casa” vera e propria, bensì a una “casa-supermercato”.

Con gli anni, ho imparato ogni segreto in materia di gestione di supermercati. Potrei essere assunto come quello che voi chiamate “store manager” anche domani, se lo volessi. Tuttavia, sono già impiegato a tempo indeterminato come “Gatto da reparto frigo di supermercato”, e non scambierei tale mia occupazione con nient’altro al mondo. 

Il motivo principale è il tipo di ricompensa con cui sono pagato. Trovate un altro metodo di remunerazione simile altrove, e potrei prendere in considerazione l’idea di cambiare lavoro. 

Il mio stipendio non è fatto di soldi, bensì di latte. Di Grifo Latte. In qualsiasi forma lo si possa immaginare. 

In cambio delle mie prestazioni da Gatto di reparto frigo di supermercato, mi è consentito l’accesso alle scorte di prodotti Grifo che si trovano nel supermercato. Posso bere tutto il latte che desidero (a eccezione del poco latte “fresco”, che è riservato ai clienti), e attingere ai suoi derivati, fino a un certo limite mensile. Dunque, ricotte di pecora, mozzarelle, pecorini e via dicendo, sono parte integrante del mio stipendio. 

A raccontare così la mia occupazione, sembra un paradiso di latte, lo so. Tuttavia, è bene che vi parli anche di tutte i compiti che mi trovo a dover svolgere in cambio.

La mia giornata da Gatto di reparto frigo di supermercato comincia con l’orario delle consegne del latte. Orario non esattamente specificabile, in quanto varia a seconda dell’estro del camionista (ossia a seconda dell’ora in cui ha deciso di svegliarsi). Ci sono certe volte in cui è puntuale alle sette del mattino, altre in cui prima di mezzogiorno non si fa vivo. Malgrado giustifichi il ritardo con “consegne più urgenti”, fatico ancora a credere che si sia davvero alzato prima delle nove…

Mettiamo da parte i pregiudizi sui trasportatori di latte (dovuti al mio abbandono d’infanzia), e continuiamo con la mia giornata di lavoro.

Arrivati latte e formaggi, tocca a me controllare che vengano scaricati tutti, e che vengano messi sugli scaffali giusti. Non sia mai che il latte parzialmente scremato finisca al posto di quello intero, o (peggio), che il latte fresco rimanga fuori dal frigorifero, confuso con i cartoni a lunga conservazione!

Subito dopo, mi devo curare del “giro delle scadenze”. Tradotto, significa che devo leggere le date di scadenza di tutti i prodotti del reparto frigorifero di mia competenza (lo yogurt lo lascio ad altre commesse), assicurandomi che la loro ora non sia ancora giunta…

Nel caso in cui trovi qualche esemplare già “defunto”, provvedo a farlo sparire dalla circolazione. Ciò può avvenire in due modi: o finisce nel bidone dei rifiuti (quando è immangiabile), oppure diventa parte della mia seconda colazione del giorno. Si sa che certi formaggi, il giorno dopo la scadenza, anche se non più vendibili, sono ancora commestibili. Con lo spirito del buon consumatore avverso agli sprechi, sono ben felice di far loro evitare la misera fine della pattumiera. Il mio stomaco è una destinazione molto più decorosa per qualsiasi mozzarella o ricotta che sia…

Quanto appena descritto riguarda le mie occupazioni “di routine” da Gatto da reparto frigo di supermercato. Adesso viene il bello: il mio ruolo di “testimonial felino” della marca Grifo.

Immagino che a tutti i lettori non perugini sia sorta una certa domanda: che cos’è questa tanto conclamata Grifo?

Ebbene, la Grifo è un’enorme cooperativa agroalimentare che produce e distribuisce delizie in territorio umbro. Delizie tra le quali spicca tra tutti il latte, e subito dopo i formaggi. Non solo, oggi è arrivata a produrre persino i legumi e le insalate; se procede con questo ritmo, arriverà presto a fare spaghetti e biscotti…!

Volendo citare i suoi prodotti principali, nonché le mie pietanze quotidiane, cominciamo dal latte, parzialmente scremato o intero, che proviene solo dalle mucche della cooperativa, che pascolano allegre sui colli perugini. Si tratta del prodotto più “antico”; quello con cui, nel lontano 1962 cominciò la sua lunga storia. 

Proprio così: la Grifo, in origine, era poco più che una latteria. A poco a poco, poi, ha saputo guadagnare terreno (e clienti), diventando sempre più grande. Ha cominciato a produrre formaggi, prima solo caciotte, poi anche pecorini, come il tipico Pecorino di Norcia (il mio preferito). Ancora, ha deciso di aggiungere alla sua offerta di squisitezze anche formaggi freschi, come mozzarelle di ogni varietà, dalla Fiordilatte alla Bufala, e ricotte di mucca e di pecora. Proprio quest’ultima, devo confessarlo, è il mio secondo punto debole, subito dopo il latte. Se volete tentarmi, sapete cosa comperarmi da Bussolini.

Rimanendo in tema di ricotta di pecora, ecco un esempio di come mi comporto da buon “testimonial felino” della Grifo.

Certe mattine (soprattutto il martedì, quando la ricotta di pecora viene consegnata), mi diletto a servire al bancone dei freschi, accanto alla Signora Monica, che di solito è la commessa di turno. Se siete fortunati e vi mettete in fila all’ora giusta, potreste persino avere l’onore di ricevere ciò che chiedete dalle mie zampette vellutate!

Ovviamente, non servo qualsiasi cosa. Anzi, faccio un servizio esclusivo: mi occupo solamente della ricotta di pecora Grifo, ed eventualmente di caciotte e pecorini (sempre Grifo). Il che vuol dire che, se il vostro ordine rientra tra le mie competenze, potrei essere io a prepararvi il pacchetto. Immaginerete facilmente quanto “appeal” possa fare l’avere un gatto color latte impiegato a servire prodotti fatti con… il Grifo Latte! 

Se la suddetta azienda fosse a conoscenza dei miei servigi, certo mi avrebbe già assunto come testimonial. Tuttavia, pare che non abbiano ancora mandato nessun ispettore qui in paese, a fare il controllo qualità sulla vendita. Non appena lo faranno, sono convinto che rimarranno estasiati da questa innovativa trovata di marketing.

Nel frattempo, quando ho tempo, continuo ad aiutare la Signora Monica al bancone. 

… Lo ammetto: qualche volta, tra una cucchiaiata di ricotta e l’altra che metto nella vaschetta del cliente (specifico: la ricotta qui si vende sfusa), qualcuna finisce nella mia ciotola, che è ben nascosta sotto il bancone. Del resto, si tratta di parte integrante del mio salario; è tutta ricompensa legale!

Con la mia occupazione da “testimonial felino” si concludono le mie mansioni quotidiane. Per il resto, ho una vita tranquilla e senza grandi pretese. Se non sono da Bussolini, sono tra i viottoli del paese, a giocherellare con qualche mio compare gatto, oppure a infilare il naso tra le trovate creative della Risolartista. 

Da quando l’ho conosciuta, siamo diventati ottimi amici; vi basti sapere che condividiamo entrambi due passioni essenziali: quella per il Latte Grifo parzialmente scremato, e quella per la ricotta di pecora. Non possiamo che andare d’accordo…

Sento un certo profumino dolciastro: il mio latte deve essere ormai caldo! Se non corro a spegnerlo in tempo, finirà per schizzare fuori da tutte le parti! Mi dispiace, ma è giunta l’ora di salutarvi. Se avete bisogno di me, sapete già dove trovarmi. Bussolini è il mio luogo di lavoro, quanto la mia stessa casa. E non potrei desiderare casa migliore, di un posto pieno di litri di oro bianco… in forma di cartoni di latte!

E il naufragar sulla torta al testo m’è dolce in questo mare di pomodori

E il naufragar sulla torta al testo m’è dolce in questo mare di pomodori

Pomodori. Pomodori ovunque. Pomodori Francescani dalla forma appuntita. Pomodorini “da appendere” della Bruna, di un colore più che dorato. Un mare di pomodori e pomodorini, un’opera d’arte già fatta e finita da chissà quale artista contadino. E, quel che era meglio, era il poterci galleggiare