Alle radici della Fagiolina del Trasimeno

Topolino casa teiera

Mentre la Risolartista era nel bel mezzo delle sue compere quotidiane, il suo occhio attento cadde su una dicitura curiosa di una certa etichetta.

“Prodotto lavorato a zampette con amore”

Da questa curiosa dicitura, risalì, poi, alle zampette citate, che la condussero fino alle radici della famosa Fagiolina del Trasimeno. Un percorso fruttuoso, che merita di essere raccontato per benino…

Tutto cominciò in fila alla cassa del supermercato. Come spesso accadde quando si aspetta il proprio turno, si cerca di ingannare l’attesa con quel che si ha in mano. Il caso volle che, in quel momento, la Risolartista avesse in mano un pacchetto di Fagiolina del Trasimeno.

Per chi non fosse a conoscenza di questo pregiato legume tipico del luogo, vale la pena dirne due parole.

La Fagiolina del Trasimeno è, come è facile intuire, una sorta di piccolo fagiolo. Tuttavia, non è un “semplice” piccolo fagiolo, ma un esemplare speciale. Intanto, lo si trova in tanti colori diversi: la sua tavolozza va dal brunito scurissimo, al giallo chiaro, passando per tutte le sfumature di rosso e marrone che esistono in natura. Immancabile, in ogni fagiolo, è la macchiolina nera al centro, che ne rende inconfondibile l’identità. 

Tanto è unica nell’aspetto, tanto lo è nel gusto. Dolce, cremosa, saporita e biscottata. Così il palato d’artista la potrebbe definire. Dopo il primo assaggio, è amore impossibile da tradire con qualsiasi altro legume, non fosse per la difficoltà a trovarlo! 

Purtroppo per i buongustai, la Fagiolina è oggi ben poco diffusa. La si coltiva soltanto attorno alle rive del Trasimeno, dove mani (e zampette) si adoperano per farla crescere, raccoglierla e lavorarla con tanta cura. Non ci sono macchine in grado di sostituire il lavoro e l’affetto che i piccoli produttori, rimasti fedeli al loro legume, mostrano ancora. E pensare che era un legume già noto e apprezzato dagli antichi Etruschi, secoli e secoli fa…

Fatto questo breve (e doveroso) excursus sulla protagonista della scena, torniamo alla fila del supermercato.

Mentre la Risolartista leggiucchiava l’etichetta della confezione di Fagiolina che aveva tra le mani, si stupì di leggere tali parole: “Prodotto lavorato a zampette con amore”.

Per quel che ne sapeva, erano mani “umane” a coltivare e produrre la Fagiolina. Si era sempre immaginata la classica contadina dall’ampio grembiule, e dal fazzoletto in testa, tutta intenta a raccogliere baccelli pieni di semi. Si era sempre immaginata i mariti contadini, con le loro camiciole a quadri, e i calzoni beige, che aravano i campi per le nuove colture, e si occupavano di irrigarle a dovere per tutto il periodo della crescita. Si era, poi, anche immaginata una serie di donnette ben tornite e dagli scamiciati a fiori, che passavano i pomeriggi estivi a sgranare Fagiolina fino al tramonto.

Insomma, tutte mani al lavoro, ma nessuna “zampetta”!

E, invece, quell’etichetta parlava chiaro, e parlava diversamente. Impossibile che si fossero sbagliati a scrivere. 

Quando giunse il suo turno alla cassa, si risvegliò dalle sue meditazioni in forma di Fagiolina, e pagò quanto dovuto. Prima di uscire dalla porta del negozio, già sapeva dove si sarebbe diretta quel pomeriggio…

Decisa a risalire fino alle radici della Fagiolina del Trasimeno, per scoprire come fosse coltivata e da chi, la Risolartista saltò sulla sua biciclettina fragolosa, con il Gatto Cappelletto al seguito. Direzione: campi di Fagiolina. Ossia l’indirizzo che era stampato sull’etichetta della confezione comperata quella mattina.

Chiaramente, essendo Fagiolina “del Trasimeno”, i suoi campi non potevano che trovarsi a pochi passi dalla riva del lago. Per fortuna, si trovavano anche a pochi passi da San Feliciano; dunque, una mezz’ora di pedalata, e il verde della coltivazione cominciò a svettare in fondo alla strada.

Quando ebbe abbandonato la biciclettina fragolosa, si avvicinò subito al campo, sperando di incontrare qualcuno che le desse informazioni. 

Essendo agosto, era il periodo giusto per la raccolta dei baccelli. Dunque, era abbasta sicura che avrebbe trovato qualche contadina china sulle piante, con un cesto da riempire in mano. 

Certezza che fu presto costretta a demolire. Il campo sembrava vuoto. 

Nessuna mano umana era intenta a tirare su le piante mature. 

Nessuna mano umana stava sgranando baccelli di Fagiolina.

Molte zampette animali, però, stavano facendo questo e altro. Bastava solo puntare lo sguardo nel posto giusto…

Non vedendo nessun contadino, la Risolartista decise di avvicinarsi ancor più, entrando letteralmente nel campo.

Fu lì che trovò finalmente i proprietari di quelle “zampette” che dovevano aver raccolto la Fagiolina del suo pacchetto. 

La scena di lavoro di cui si ritrovò spettatrice è troppo pittoresca per non essere descritta…

Appena ebbe l’idea di guardare cosa ci fosse tra il fogliame delle piantine, le comparvero davanti agli occhi una serie di curiose casette in forma di teiera. 

Tali case-teiere erano appese saldamente ai rametti delle piante di Fagiolina, e si intrecciavano con i giovani germogli e i baccelli tutti rigonfi. Ce n’erano di porcellana cinese, di latta, e, ovviamente, di ceramica locale tipica di Deruta. Ce n’erano alcune con motivi a fiori, altre a tinta unita, e altre ancora a righe. 

Ognuna aveva una scaletta di al massimo tre gradini, che permetteva di raggiungere la porticina anche da terra. Non che le rispettive proprietarie ne avessero veramente bisogno…

Le suddette proprietarie, infatti, erano topoline delle risaie. Una delle caratteristiche distintive di questi curiosi roditori (molto numerosi nei dintorni del lago) era la “coda prensile”. Il che voleva dire che si potevano appendere e saltellare da un ramo all’altro a loro piacimento. Un po’ come fossero scimmie, insomma. Raggiungere la porta di casa senza fare le scale, era per loro più un divertimento, che una difficoltà!

Ecco svelate le proprietarie di quelle “zampette” famose. Non c’erano mani umane dietro il lavoro di produzione di quella Fagiolina, bensì zampette di topolina delle risaie.

Da quel che si poteva osservare in quel momento, sembrava che fossero proprio brave nel loro mestiere. 

A differenza di quel che avrebbero dovuto fare le contadine per raccogliere la Fagiolina, ossia strappare le piante e poi batterle per estrarre i fagioli, il loro lavoro era molto più semplice.

Grazie alla loro codina prensile, saltellavano da un baccello all’altro, raccogliendo i fagioli maturi, e poi lanciandoli all’interno della loro casa-teiera. Ogni topolina aveva la sua zolla di competenza attorno alla casetta, e si occupava di fare la raccolta di tutte le piante che vi crescevano.

Di tanto in tanto, passava una squadra di topolini con una grande carriola, in cui venivano riversati tutti i fagioli raccolti. Era molto semplice come operazione: bastava inclinare le case-teiere, e tutto il loro contenuto usciva rapido dal beccuccio. Non avrebbero potuto escogitare un sistema migliore…

Mentre ammirava incantata quella scena, alla Risolartista sorse una domanda: come facevano a non rovesciare tutti i mobili delle casette insieme ai fagioli? Non riusciva davvero a spiegarselo. Perciò, si decise a interrompere una Signora Topolina, chiedendole di illuminarla sulla risposta. 

Anche qui, la faccenda era semplice. Non c’erano mobili nelle loro case! Non ne avevano bisogno: i topolini delle risaie costruivano le loro cuccette foderandole ben bene di erba morbidissima. In questo modo, l’interno duro delle teiere diventava un soffice giaciglio in cui schiacciare lunghissimi pisolini, e mangiucchiare qualche Fagiolina di tanto in tanto. Chiunque avrebbe adorato avere la propria “dispensa” (ossia il mucchio di fagioli) a portata di mano accanto al letto! I topolini delle risaie avevano trovato un modo per garantirsi anche questa comodità.

Geniali, questi topolini, pensava la Risolartista. Tuttavia, non capiva ancora una cosa. Dove cuocevano la Fagiolina per renderla commestibile, prima di mangiarla? Se avessero acceso un fornello all’interno delle loro case-teiere, i giacigli di erba si sarebbero sicuramente incendiati.

Non riuscendo a risolvere da sola neppure questo dilemma, espresse il suo dubbio alla Signora Topolina.

… Cuocere la Fagiolina?!

Lo stupore negli occhi della Signora Topolina faceva ben capire che nessuno di loro avesse mai pensato di cuocerla. La Fagiolina del Trasimeno, per i topolini delle risaie, si mangiava solamente cruda. Ciò che accadeva era un po’ quello che fareste anche voi, avendo una ciotola di ciliegie sotto mano. Quando giunge per voi l’ora di merenda, una ciliegia tira l’altra, e la ciotola si svuota in men che non si dica. Allo stesso modo, quando era ora di pranzo o cena nella casa-teiera, una Fagiolina tirava l’altra, e la teiera diventava incredibilmente vuota e leggera.

Da quel che si capiva, la Signora Topolina non doveva essere una cuoca provetta di legumi. Non lo era di legumi, ma neppure di altro. Come disse subito dopo, i topolini delle risaie erano animaletti di poche pretese, che mangiucchiavano quello che coltivavano, quando gli capitava. Non avevano tempo di mettersi a cucinare, né tantomeno a pranzare tutti attorno a un tavolo. Non ne valeva la pena…

A queste parole, la Risolartista e il Gatto Cappelletto si scambiarono uno sguardo eloquente. Stavano entrambi pensando la stessa identica cosa. Stavano entrambi pensando al piacere che i topolini si perdevano, nel loro non voler né cucinare, né mangiare in compagnia. Non avendo mai provato la convivialità, non sapevano a che cosa rinunciassero…

Bisognava fare qualcosa per colmare tale mancanza. Bisognava insegnare ai topolini delle risaie ad apprezzare i piaceri della tavola e della buona cucina. Sgranocchiare così, cruda, tutta quella pregiatissima Fagiolina era un peccato: c’erano chef di fama internazionale che la valorizzavano a tal punto, da metterla nei loro menu degustazione. Se solo avessero saputo ciò che accadeva tra le radici delle piante di Fagiolina, sarebbero rimasti inorriditi!

Perciò, il Gatto Cappelletto, con l’aiuto della Risolartista, pensò di organizzare una bella lezione di cucina per tutte le Signore Topoline del campo. Se all’inizio sembravano tutte dubbiose, in quanto non volevano perdere tempo prezioso, alla fine si convinsero. Una pausa dal lavoro se la potevano pur concedere…

Detto fatto. I grembiulini da cuoco furono distribuiti alle allieve, e una scuola di cucina all’aperto fu presto messa in piedi a lato della coltivazione.

Non dovete pensare a banconi da lavoro, o fornelli a gas. Piuttosto, ci si organizzò creando una dozzina di fuocherelli bruciando la tipica “cannuccia” del Trasimeno. Era perfetta per cuocere la fagiolina, in quanto aveva il potere di regalare a ogni pietanza un aroma speciale. Merito del suo essere “cannuccia” del Trasimeno (e non semplice legna), ossia una canna di legno che, se bruciata, liberava un profumo unico. Un profumo che solo a San Feliciano (e nei suoi immediati dintorni) si poteva assaporare…

Chiusa la parentesi olfattiva sulla cannuccia, torniamo alla lezione di cucina. 

Come prima esperienza, non si poteva pensare a grandi piatti elaborati. Una zuppetta di Fagiolina con sughetto di pomodoro era già sufficientemente complessa per le inesperte topoline. 

Per fortuna, la pazienza e la bravura nelle spiegazioni del Gatto Cappelletto le aiutarono a portare a termine la ricetta. Dopo i primi pasticci, accompagnati da “timori reverenziali” nei confronti del gatto (vi ricordo che erano pur sempre topi!), le loro zampette si sciolsero, cominciando ad acquisire manualità. 

I pomodorini furono tagliati, e saltati in pentola con sedano, carota, e aglio. Poi, venne aggiunta la Fagiolina, con una spruzzata di vino e una foglia d’alloro. A metà cottura, era il momento di aggiungere rosmarino, origano e olio d’oliva. Su quest’ultimo ingrediente, il Gatto Cappelletto tenne a precisare un dettaglio: doveva essere olio buono, non il primo liquido verde trovato al supermercato. Doveva essere il signor Olio Extravergine d’Oliva del Trasimeno. La Fagiolina se lo meritava tutto…

Le topoline, tra una mescolata e l’altra, non mancavano di prendere appunti sui preziosi suggerimenti. Prima di quella lezione di cucina, distinguevano a fatica l’olio d’oliva da quello di colza; l’extravergine pensavano fosse una statua della Madonnina formato gigante…

Dopo un paio d’ore di lenta cottura, la Fagiolina era pronta. Tutto il campo era ormai intriso del profumo di cannuccia bruciata, mescolato all’aroma stuzzicante della zuppetta cotta a puntino. 

Era ora di pranzo. Era ora di far vedere ai topolini delle risaie che cosa voleva dire “gustare un pranzo in compagnia”.

Una decina di lunghe tavolate furono apparecchiate lì vicino, utilizzando delle vecchie assi e dei rametti per creare tavoli e panchette. 

In mancanza di tovaglie, dato che topolini non ne avevano mai avuto bisogno, la Risolartista pensò bene di offrire loro alcuni strofinacci che aveva recuperato a casa. Era ben felice di contribuire a rendere quell’esperienza un pranzo come si doveva in ogni sua parte.

Infine, mancavano le stoviglie. Per quella volta, dei gusci di noce avrebbero fatto da sostituti accettabili delle scodelle. Meglio che niente. I topolini delle risaie, fino ad allora, si erano solo preoccupati di recuperare teiere da usare come casa, ma piatti o tazzine neppure sapevano a cosa servissero…

Ed ecco, finalmente il pranzo a base di Fagiolina del Trasimeno fu servito. La zuppetta di legumi con il suo sughetto fu distribuita nei gusci di noce, colmandoli fino all’orlo.

Il profumino era davvero delizioso. Tutti i topolini stavano sperimentando per la prima volta che cosa volesse dire “avere l’acquolina in bocca”. La Fagiolina cruda non aveva questo potere…

Quando l’ultimo guscio fu riempito, il “buon appetito” fu augurato, e l’esortazione ad assaggiare quella delizia non fu neppure necessaria. Troppa era la fame, troppa era la voglia di scoprire se davvero valesse la pena di mettersi a cucinare…

Boccone dopo boccone, i gusci si svuotarono in men che non si dica. E il bis fu richiesto da ogni commensale. Tra una chiacchiera e l’altra, ci avevano proprio preso gusto!

Sgranocchiare la fagiolina cruda era una cosa, mangiarla ben cucinata a tavola era tutta un’altra storia. Non c’era paragone. 

Non serve aggiungere che, da quel giorno in poi, tutti i mezzogiorni nel campo di Fagiolina si profumarono di cannuccia bruciata e zuppette borbottanti sul fuoco… 

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