La Chiesa di Sant’Antonio Abate – un tesoro per chi ha pazienza

C’è una chiesa, a Milano, che per essere visitata richiede tanta pazienza. Moltissima. 

Richiede pazienza nel trovare l’orario giusto a cui trovarla aperta: solo tre giorni a settimana (lunedì, martedì e mercoledì), e con orari curiosamente variabili. A seconda dell’estro dei volontari che, con altrettanta pazienza, si offrono di aprire le sue porte e accogliere i visitatori, vi potrà capitare di riuscire a entrare… oppure no. E, in quest’ultimo caso, dovrete avere la pazienza di ritentare un’altra volta!

Ma la pazienza è sempre ripagata.

Quando (finalmente) il portone del complesso (che da fuori non sembra affatto una chiesa) lascerà intravvedere la penombra dell’interno, potrete immergervi nell’atmosfera barocco-manierista di Sant’Antonio Abate. Ma attenti: conservate ancora un po’ di pazienza, perché vi servirà nell’accettare l’illuminazione “non ottimale”, per godervi a pieno i tesori che vi sono nascosti.

Appena entrati, ecco che il Manierismo milanese del Cinquecento avanzato fa capolino da ogni parte. Non sapendo scegliere dove guardare, dirottate lo sguardo in alto, in direzione della volta completamente affrescata. Una meraviglia di colori accesi, ma pastellati, che narrano le storie della Vera Croce e i miracoli di Sant’Elena. L’autore non è di quelli che si ricordano, né che si leggono sui libri di scuola, ma il risultato è uno spettacolo di scene che rivivono sull’intonaco, nella loro ricchezza di particolare virtuosistici (anche troppo abbondanti), come il Manierismo della Controriforma cattolica richiedeva. E c’è chi dice (addirittura) che il Caravaggio, guardando proprio questi esempi di “sottinsù” (ossia di figure viste dal basso) sia stato ispirato per l’unica volta dipinta che fece nella sua vita. Leggenda o verità, si tratta di un soffitto che non lascia indifferenti.

Abbandonando il Manierismo in favore di un post-caravaggismo barocco (come vedete si rimane in tema Caravaggio), vale la pena fare un giro nelle numerose cappelle circostanti. Malgrado l’illuminazione fioca (e che provoca fastidiosi riflessi sulle tele), potete ammirare una serie di dipinti dalle firme cinque-seicentesche assai rinomate. C’è il Giovanni Battista Crespi, meglio noto come Cerano; c’è il Procaccini… tutti seguaci del Merisi, che tentarono di imitarne l’uso della luce a forte contrasto con le ombre. L’unico problema, qui, è che di ombre ce ne sono anche troppe: le tele sono parecchio scure…

… ed è in questo momento che dovete sfoderare quel poco di pazienza rimasta, così da sopperire alla carenza di luce. Tanto più, visto che il motivo di tanto nero non è la tavolozza dell’artista, ma piuttosto un’impellente necessità di restauro che aspetta qualche soldino per concretizzarsi. Delle varie opere esposte, una in particolare (del Procaccini) è fresca fresca di restauro: potete notare la differenza!

Infine, volendo concludere il giro con un ultimo riferimento a Caravaggio, cercate le didascalie con altri due nomi: Bernardino Campi e Ambrogio Figino. Il primo si riconosce: è un quadro piuttosto luminoso (rispetto alla media della chiesa…). Non a caso, il pittore era celebre per il suo uso spettacolare degli effetti luministici: i tessuti di seta sembrano liquidi, e ogni fonte luminosa si riflette sui soggetti come fossero specchi. Parte della bravura di Caravaggio nel maneggiare la luce deriva senz’altro da questo suo predecessore.

E l’altro? L’altro è un milanese, assai rinomato nel territorio ai tempi dell’apprendistato in città del Merisi. Qui la sua tela è scura, ma potete intuirne l’attenzione ai dettagli e allo studio del colore. Vi basti sapere che è lui: Ambrogio Figino, autore della primissima natura morta (un piatto di pesche), che si dice fu di grande ispirazione per l’universalmente nota “Canestra”.

E con questo, il giro è finito. Se avete avuto pazienza sufficiente, sarete più che soddisfatti. Uno dei tesori milanesi più ricchi (e rarissimi da vedere) è ora parte della vostra memoria. La pazienza, si sa, ripaga sempre dalla fatica!

Bernardino Campi

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