Altorilievo su gnocchi di patate rosse

Gnocchi patate rosse

Lo spirito d’artista voleva fare “i gnocchi”.

Lo spirito d’artista voleva rivivere il piacere di sporcarsi le mani di patate schiacciate e farina, più e più volte vissuto nei suoi lontani agosti montani.

Lo spirito d’artista voleva cimentarsi di nuovo nello scolpire e cesellare ad uno ad uno quei piccoli manufatti di pasta gialla. Era curioso di sapere quanto le sue manine fossero ancora abili nell’arte dello gnocco, malgrado gli anni di inattività. Chissà se si ricordava come si facevano…

Bastava pronunciare la parola “gnocchi”, e subito la mente della Risolartista risaliva le pendici dei monti alpini, fino al cuore della Valle del Cervino.

Valtournenche: questo era il nome del paesino di montagna in cui i nonni avevano la loro baita di villeggiatura. 

Fin dalla sua prima estate di vita, le due settimane iniziali di agosto erano trascorse là. 

Là, tra quei monti aguzzi e grigiastri, popolati da pini, abeti, e muschi di ogni varietà. 

Là, in mezzo ai prati erbosi, animati dalle farfalle in cerca di fiori, e da mandrie di mucche produttrici di Fontina.

Là, a cacciare stelle alpine e fragoline di bosco durante ogni passeggiata pomeridiana.

Là, a starsene rintanati in casa un giorno sì e uno no, per colpa di certi temporali cupi e infiniti.

Proprio nel mezzo di quegli acquazzoni, giungevano le occasioni più propizie per mettersi ai fornelli. La Nonna Ginia, anche in montagna, non mancava di affaccendarsi a cucinare tutto il giorno. Faceva le marmellate di uva, la torta nera (o “pacetta”, per dirla in dialetto milanese), e le crostate per ogni merenda. Per non parlare di tutto il resto del menu: dagli ossibuchi, alla polenta e funghi porcini, quando il Nonno Sergio e la nipotina ne portavano a casa qualche (raro) esemplare.

E poi, c’erano gli gnocchi.

A quelli, la Risolartista non mancava mai di dare il suo artistico contributo. Quando la Nonna Ginia annunciava “Oggi si fanno i gnocchi”, era già in cucina con tanto di grembiulino a fiori e manine (abbastanza) pulite!

È bene sottolineare che, la Nonna Ginia, non faceva “gli” gnocchi, bensì “i” gnocchi. Sentirla pronunciare quell’articolo e quel nome che filavano lisci come l’olio era un piacere. Un piacere così dolce all’orecchio, da far venire voglia di chiamare l’Accademia della Crusca e chiedere la correzione delle grammatiche italiane. Se controllate sui libri, infatti, troverete scritto “gli gnocchi”. Tuttavia, concorderete che, nel dirlo, la lingua vi si impasta come se steste mangiando uno gnocco molle e pastoso. Uno gnocco di quelli venuti male, insomma.

Invece, se dite “i gnocchi”, tutto assume un altro sapore. Assume il sapore di ogni gnocco che veniva a galla dalla pentola della Nonna Ginia. Assume il sapore “dei gnocchi” squisiti, che le venivano sempre della consistenza più sublime e perfetta.

Preziosismi linguistici a parte, fare i gnocchi in montagna era un vero divertimento. Impastare, fare i “serpentelli” di pasta, e tagliarli a pezzettini, faceva passare anche i più lunghi e noiosi acquazzoni. 

Per non parlare, poi, del momento in cui si creava su ogni futuro gnocco un artistico “altorilievo”, passandoli tutti sulla grattugia o sulla forchetta. Dopo ogni pezzo completato, ci si sentiva sempre un mastro scultore esperto di patate e farina!

Con simili ricordi che frullavano nella mente, la Risolartista si risolse a cimentarsi di nuovo nell’arte “dei gnocchi”. 

Era passato, però, così tanto tempo, da quei giorni di pioggia ai piedi del Cervino, che aveva bisogno di una rinfrescata di memoria per poter procedere all’opera.  

E, poi, avrebbe certo dovuto “ricontestualizzare” il tutto. Proprio come fanno i grandi artisti, quando si trovano a prendere spunto da qualche capolavoro altrui.

Intanto, non poteva sperare di avere come sfondo una giornata di pioggia. Erano ormai settimane che il Trasimeno non concedeva una goccia di pioggia ai suoi abitanti. Tutt’al più, avrebbe potuto sperare in una giornata un po’ meno calda della media rovente agostana. Quello era già più realizzabile…

Secondo punto: gli ingredienti. Se la montagna aveva le sue patate montane, il lago doveva avere a sua volta le sue patate lacustri.

Quali potevano essere queste patate lacustri? Un po’ di ricerca, e la Risolartista inciampò nelle curiose Patate Rosse di Colfiorito.

Si trattava di una chicca locale, tipica proprio di quell’Altipiano di Colfiorito, a lei ben noto come terra d’origine del Latte Grifo. Oltre all’ottimo foraggio per le mucche, a quanto pareva, tale luogo forniva anche patate più che squisite.

Ulteriore circostanza propizia per fare i gnocchi (abituatevi al fatto che, per tutto il racconto, si chiameranno così!), era che queste patate di Colfiorito parevano proprio ideali… per fare i gnocchi! 

Consistenti, farinose, e piuttosto asciutte; aggiungete un sapore ricco e aromatico, e avrete una loro descrizione fedele. In breve: erano fatte apposta per diventare materia prima per gli altorilievi in forma di gnocchetti della Risolartista.

Se le patate rosse erano giunte in cucina, bisognava però sapere quante ne erano necessarie per la ricetta.

… Che ricetta? Ecco: il secondo nodo da sciogliere era la ricetta. Troppi anni erano passati, perché le dosi degli ingredienti fossero ancora chiare nella memoria.

La prima idea dell’artista fu quella di chiedere alla divinità indiscussa in materia di ricettari: il Signor Pellegrino Artusi. C’era giusto la sua ricetta numero 89:

“Patate grosse e gialle, grammi 400. Farina di grano, grammi 150. Vi noto la proporzione della farina per intriderli, onde non avesse ad accadervi come ad una signora che, me presente, appena affondato il mestolo per muoverli nella pentola non trovò più nulla; gli gnocchi erano spariti.”

Già dagli ingredienti, si capiva bene che, sbagliando le misure, si rischiava di mandare in fumo tutto! Dunque, bisognava fare proprio attenzione.

“Cuocete le patate nell’acqua o, meglio, a vapore e, calde bollenti, spellatele e passatele per istaccio. Poi intridetele colla detta farina e lavorate alquanto l’impasto colle mani, tirandolo a cilindro sottile per poterlo tagliare a tocchetti lunghi tre centimetri circa. Spolverizzateli leggermente di farina e, prendendoli uno alla volta, scavateli col pollice sul rovescio di una grattugia. Metteteli a cuocere nell’acqua salata per dieci minuti, levateli asciutti e conditeli con cacio, burro e sugo di pomodoro, piacendovi.”

E questo era il procedimento. Detto così, sembrava semplice… purché si fossero indovinate le dosi perfette. 

La Risolartista si stava preoccupando: non voleva correre il pericolo di impegnarsi tanto, di scolpire a uno a uno i suoi gnocchetti, e, poi, di vederli scomparire in pentola, prima che fossero cotti. Non l’avrebbe mai mandato giù…

Meglio chiedere un aiutino e un consiglio ulteriore. Meglio scomodare la sua maestra di gnocchi, che, probabilmente, ne sapeva anche più dell’Artusi. 

Ed ecco che il telefono della baita sotto il Cervino trillò, e la Nonna Ginia rispose. 

In quei torridi giorni agostani, come d’abitudine, la Nonna Ginia e il Nonno Sergio se ne stavano al fresco ai piedi del Cervino, vispi quanto i camosci alpini. 

Il caso volle che, proprio il giorno prima, l’annuncio “oggi faccio i gnocchi” avesse fatto capolino dalla cucina. Dunque, la Nonna Ginia, sull’argomento, era più che preparata.

In risposta alla richiesta d’aiuto della nipotina, fu ben contenta di mettere nero su bianco, con la sua squisita grafia tutta riccioluta (la Nonna aveva preso lezioni di calligrafia!), la sua ricetta infallibile.

Confidando più nei piatti di gnocchi che aveva mangiato per anni in montagna, la RIsolartista decise di seguire la grafia riccioluta, abbandonando per quella volta l’esimio Artusi.

Dunque, con 600 grammi di patate, 100 di farina dovevano essere sufficienti. Senza dimenticare un bel tuorlo d’uovo. Così diceva la Nonna Ginia, sottolineando che meno farina si metteva, e meglio era. Se si voleva fare i gnocchi morbidi (e non duri e gommosi) ci volevano patate asciutte e di qualità, e pochissima farina.

Correndo il rischio di ritrovarsi nei panni di quella signora descritta dall’Artusi, l’artista chiuse il pacchetto della farina giusto quando la bilancia fu arrivata a indicare il 100. Se Nonna Ginia sfidava  ogni volta l’Artusi, la sua nipotina lo avrebbe fatto a sua volta.

Misurati gli ingredienti, la preparazione cominciò. 

A dare una mano, come avveniva nelle vere botteghe degli scultori medievali (visto che siamo in tema di altorilievi), venne riunita una piccola squadra. La Risolartista guidava l’opera, condividendo lo scalpello (o meglio, il cucchiaio) con la Mamma Monica, che era addetta soprattutto al sugo. Poi, non mancavano il Gatto Cappelletto e il Gatto Grifolatte; entrambi arruolati a segmentare i serpentelli di impasto con i loro artigli aguzzi.

C’erano proprio tutti. O quasi: mancava solo il Babbo Antonello. Quando era giunto il momento di sporcarsi le mani di farina, aveva ben pensato di ritirarsi a fare la doccia! Pazienza… avrebbe dato il suo contributo nel lavaggio degli strumenti da lavoro…

Come prima cosa, le patate rosse furono bollite per benino, poi pelate ancora calde, e schiacciate. Se i ricordi della Risolartista erano animati dal Nonno Sergio chiamato a stringere lo schiacciapatate (era il “forzuto” di casa…), la realtà lacustre andò un po’ diversamente. Intanto, l’uomo di casa si era dileguato sotto la doccia; anche volendo, il forzuto non sarebbe stato disponibile. E, poi, uno schiacciapatate, nella casa sanfelicianese, non aveva mai fatto il suo ingresso. Per fortuna, a risolvere la situazione, c’era un’altro utensile del mestiere: il passaverdure. Più che adatto, per ridurre in poltiglia tutte le patate lesse!

La ricetta proseguiva con l’impasto. Un impasto rapido ed energico, che doveva dura il meno possibile. In queste cose, l’artista (da esperta panificatrice) era particolarmente brava. In breve, gli ingredienti furono amalgamati, il sale non dimenticato, e i serpentelli stesi.

I due gatti si misero all’opera, tagliuzzando tanti pezzetti regolari, quasi fossero misurati con il righello. Nel frattempo, l’artista si poteva dedicare all’incisione dei suoi altorilievi…

Niente ceselli né scalpelli nella sua bottega di gnocchi. La forchettina da dolce faceva da strumento ideale all’occasione. Ogni cubetto di pasta passava dall’essere un semplice soggetto privo di identità, a un’opera d’arte in forma di gnocchetto decorato ad altorilievo. Tutto merito della mano pittoresca che armeggiava la sua forchettina…

Quando tutti i gnocchi furono pronti sul vassoio infarinato, venne il momento della cottura.

Il tanto temuto momento della cottura. 

Le sue piccole sculture di patate avrebbero resistito all’acqua bollente? C’era solo un modo per scoprirlo.

Con un silenzio religioso, rotto solo dal borbottio della pentola, la Risolartista immerse ad una ad una le sue opere d’arte. Come era prevedibile, queste precipitarono sul fondo. Bisognava aspettare…

Bisognava aspettare, sperando che tornassero a galla sane e salve.

Nell’attesa, la Nonna Ginia veniva invocata da tutta la bottega di cuochi della casa, quasi fosse una divinità dello gnocco. 

Improvvisamente, un corpuscolo bianco venne a galla: perfetto. Poi un altro, e un altro ancora. 

Ce l’aveva fatta. Quel giorno si poteva davvero dire “ridi, ridi, che l’artista ha fatto i gnocchi”! 

E i gnocchi molto buoni, in aggiunta.

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