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Trasimena l’Aloe Vera domestica

Pianta grassa aloe vera acquerello

Prima di quel mercato del venerdì lacustre, la Risolartista non aveva mai pensato di adottare un’Aloe Vera come pianta domestica. Prima di allora, l’Aloe Vera era stata per lei solo una piccola parte di paesaggio, e non certo un esserino dotato di una sua propria personalità.

Come spesso capita in mancanza di conoscenza, le piante “succulente” sembrano sempre un po’ tutte uguali tra loro. Possono essere più o meno spinose, più o meno carnose, ma, tirando le somme, hanno tutte la stessa funzione.

Funzione di arredamento. Funzione “arredante”, ossia di occupare davanzali e mensole vuote, senza richiedere grandi cure. Poco diverso da un soprammobile, insomma.

Le piante grasse sono così brave (e per questo apprezzate), da curarsi quasi da sé. Almeno questa è la nomea che si associa a ogni cactus o aloe che si veda in giro. 

L’acquirente medio di piante succulente va dal fiorista, vede la varietà offerta (fingendo di apprezzarne le peculiarità di ogni specie), ed effettua la sua scelta. Una scelta che, malgrado il tentativo di risultare esperti, si riduce all’esemplare “più carino” da mettere nella stanza di casa prescelta. Quale sia il suo nome scientifico, o la sua caratteristica distintiva, poco importa. È una pianta grassa, e, da pianta grassa, ci si aspetta che faccia la sua funzione. Funzione arredante.

Perché sia in grado di svolgere tale compito, è necessario, poi, che il suo nuovo padrone dia il suo (minimo) contributo. Di conseguenza, il suddetto acquirente medio si rivolge al venditore, pronunciando la fatidica domanda:”Come la si cura?”.

Già entrambi, acquirente medio e venditore, conoscono la risposta che verrà di conseguenza.

“Poca acqua quando il terreno è secco, tanta luce, e, in inverno, ce ne si può quasi dimenticare.”

Il ritornello del manuale di istruzioni per far sopravvivere una pianta grassa è sempre quello. Poche regole, che, in teoria, dovrebbero garantire a pieno lo svolgimento della funzione arredante che si associa a una pianta grassa.

Poi, c’è chi misteriosamente riesce a seguire tali indicazioni alla lettera, rendendo la propria casa una sorta di serra tropicale. La funzione arredante, in questo caso, viene più che sublimata.

C’è anche chi, malgrado tutta la buona volontà che ci metta, è già contento se riesce a far soffiare la candelina del primo compleanno alla sua succulenta coinquilina. Qui la funzione arredante raggiunge a stento la soglia di soddisfazione…

La Risolartista, chiariamolo subito (tanto lo scoprireste da voi…), era di questa seconda categoria.

Da brava acquirente media, ogni volta entrava dal fiorista, osservava l’offerta, e faceva la sua scelta secondo parametri pittoreschi. Poi, si faceva ripetere la tiritera di indicazioni di cura, e se ne andava a casa soddisfatta, convinta che quella volta ce l’avrebbe fatta.

La convinzione di far sopravvivere la sua pianta grassa domestica durava sì e no qualche mese, poi, irrimediabilmente, doveva guardare in faccia la realtà. Il suo esemplare (di chissà quale specie succulenta… non se lo ricordava) era destinato a terminare a breve la sua funzione arredante. 

Presto (molto presto) avrebbe avuto bisogno di un analogo sostituto.

E così, compianti i resti vegetali ormai secchi (o marciti, a seconda delle volte), se ne usciva di casa alla ricerca di una nuova piantina. 

Anche quel venerdì mattina agostano, la Risolartista stava trotterellando fino al mercato con uno scopo “succulento”. Per farla breve, la sua povera pianta grassa del momento era miseramente passata a miglior vita. E pensare che, pur di salvarla, aveva pensato bene di portarla via al Lago con sé. 

Quando aveva fatto i bagagli, si era ben curata di destinare un posticino in valigia anche alla sua piantina, così da poterla curare per benino di persona, senza correre il rischio che seccasse, abbandonata nella casa milanese. 

… Non l’avesse mai fatto! Per qualche oscuro motivo, alla sua pianta grassa, l’aria lacustre aveva fatto più male che bene. Tempo due settimane, e aveva preferito tirare le cuoia.

Pazienza. Era solo una pianta grassa senza una particolare personalità…

Quella volta, però, sarebbe stato diverso. L’artista era determinata a impegnarsi davvero a fare la brava coltivatrice di piante grasse, o, come si definì, la brava “succulentultrice”. 

Si era stancata di prendere piante grasse solo con funzione arredante, come tutti facevano. Si era stancata di considerarle poco più che un soprammobile. Si era stancata di (quasi) dimenticarsene nel giro di qualche settimana. Forse, quello che aveva sbagliato fino ad allora (e molti acquirenti medi con lei) era l’approccio. 

Trattare una pianta grassa come fosse un un vaso, o una scatola, senza alcuna anima o identità, non era il modo di comportarsi. In fin dei conti, nascere e vivere solo per occupare un davanzale non era un grande obiettivo esistenziale. Veniva ben poca voglia di sopravvivere, se “arredare” era l’unica funzione che ci si vedeva attribuire.

Mentre simili pensieri si aggomitolavano nella sua mente pittoresca, la Risolartista si rese conto di dover cambiare completamente il suo comportamento nei confronti di quella che sarebbe stata la sua nuova pianta grassa.

Non più una pianta grassa arredante, ma una pianta grassa domestica. Come fosse un cagnolino, o un gattino. Avrebbe dovuto farle capire che, se la metteva lì sul davanzale, non era per farle svolgere il compito di soprammobile. Era per farla crescere come un’amica, per scambiarci qualche parola e, chissà, anche per prenderne “in prestito” qualche pezzetto per certi scopi creativi. Ritrarla più e più volte nel suo quadernetto di acquerelli rientrava già negli scopi dignitosi per cui l’avrebbe comprata. O meglio, “adottata”.

Piena di ottimismo e buoni propositi, l’artista raggiunse in fretta il furgoncino del fiorista (l’unico del mercato). La prima cosa da fare era la scelta, e subito dopo l’acquisto. Tuttavia, voleva comportarsi diversamente dal solito acquirente medio di piante grasse. Voleva scegliere con attenzione, pensando all’esserino domestico che si sarebbe ritrovata presto sul balconcino di casa. Nemmeno a volerlo fare apposta, quel giorno non avrebbe potuto fare l’acquirente medio nel negozio di fiori. Infatti, tra le cassette di piante disponibili, di pianta grassa ce n’era una sola varietà. Niente finzione di erudizione nel valutare le alternative d’ offerta, dunque.

L’attuazione del suo nuovo proposito da succulentultrice sembrava facilitato dalle circostanze!

Che cos’era quel curioso esemplare?

Un’Aloe Vera.

Tali due parole le dicevano tutto, e niente. Avrebbe presto approfondito l’argomento (il venditore non ne sapeva tanto più di lei). 

Intanto, procedette all’acquisto, scegliendo tra quelle quattro o cinque Aloe rimaste, quella che più le sembrava simpatica. Scelse d’impulso, fidandosi del suo intuito pittoresco. Era certa che la nuova piantina avrebbe avuto un caratterino delizioso.

Ed ecco che Trasimena l’Aloe Vera domestica fece capolino nella casa lacustre della Risolartista.

Volendo subito rompere anche con la seconda abitudine dell’acquirente medio di piante grasse, non abbandonò Trasimena né su un mobile, né su un davanzale (anche perché non ci sarebbe mai stata…). Piuttosto, la collocò sul balcone che dava sulla piazza, in un punto ben assolato, ma riparato dal vento, e in compagnia del basilico Savino (di lui ne parleremo un’altra volta, non temete).

Con gentilezza, le chiese se le piaceva come casetta di villeggiatura lacustre.

Trasimena non rispose. Doveva essere un’Aloe Vera piuttosto timida, e senza dubbio un tipino di poche parole. Tanto meglio: di parole ne diceva già abbastanza la sua nuova padroncina. I suoi silenzi vegetali avrebbero compensato la cosa!

Come promesso, la Risolartista prese il grande libro dell’orto e giardino che aveva in casa, e cercò la pagina sull’Aloe Vera. 

Non poteva sperare di farsi amica (e di far sopravvivere) Trasimena, senza sapere neppure cosa fosse un’Aloe Vera. O quali fossero le sue esigenze. 

Da piantina grassa molto timida quale era, non avrebbe mai chiesto spontaneamente di avere un po’ d’acqua. Piuttosto che risultare sconsiderata, sarebbe morta disidratata! 

… Povere piantine, pensava la Risolartista. Povere piantine, che si trattenevano anche dal far sentire la loro voce per chiedere una goccia di acqua. Un’apprensione che rischiava di costar loro la vita. 

Se Trasimena non aveva voglia di parlare, lei, da brava artista sensibile, avrebbe cercato comunque di capire. Capire i suoi colori e le sue sfumature, ovviamente.

Finora, come già detto all’inizio, le Aloe erano state per lei solo delle macchie verdoline del paesaggio ligure o lacustre. Le vedeva da piccola sul lungomare di Arma di Taggia, e continuava a vederle anche lì, al lago, disseminate tra i colli più soleggiati. Sempre l’avevano colpita le loro tinte molto particolari, che richiamavano il Trasimeno nei giorni di pioggia. Erano verdi, ma anche azzurre, fino a diventare quasi grigiastre. La punta e le piccole spine, poi, erano chiare, con una punta di verde-giallo pastello. Qua e là, macchioline irregolari e striature impreziosivano la superficie delle foglie, altrimenti liscia, quanto carnosa.

Di Aloe, nel mondo, ce n’erano più di duecento tipi diversi. Così lesse tra le pagine del volume. La sua Trasimena, in particolare, era un’Aloe Vera proveniente dalla caraibica Barbados. Un’esemplare squisitamente esotico, dunque. Doveva sopportare meglio di tutti gli abitanti della casa il caldo africano di quelle giornate agostane…

Essendo un’Aloe Vera precisa precisa, era anche ricchissima di proprietà benefiche. Faceva bene alla pelle, allo stomaco, alle bruciature, ed era utile persino per alleviare il prurito delle punture di zanzara. Quel che andava utilizzato per questi scopi era il suo pregiato “gel”, contenuto all’interno delle foglie carnose. Tuttavia, prima di poterlo estrarre in quantità sufficiente, bisognava aspettare che la pianta avesse almeno tre anni.

… Quanti anni poteva avere Trasimena? Pensare di chiederglielo direttamente era fuori discussione. Le piante grasse non sanno certo contare gli anni! Tocca ai succulentultori farlo…

Il venerdì successivo, al mercato, avrebbe posto tale domanda al venditore di fiori. Chissà che lo sapesse davvero…

Le sorprese dell’Aloe Vera non erano finite lì.  La sua padroncina scoprì che si trattava di una pianta nota persino agli antichi popoli mesopotamici, e già utilizzata dagli Egizi. Questi ultimi, nelle loro pratiche rituali di mummificazione, la impiegavano per preservare i corpi dei loro defunti. Per questo motivo, Trasimena (e le altre Aloe Vera con lei), erano chiamate anche “piante dell’immortalità”. 

Da pianta dell’immortalità che era, non poteva essere l’ennesima pianta grassa ad abbandonare la sua succulentultrice nel giro di due mesi! 

L’ultimo particolare del libro che scosse lo spirito pittoresco fu l’illustrazione del fiore. Proprio così: l’Aloe Vera sapeva anche fare i fiori. E dei fiori bellissimi, per giunta. Dei fiori a grappolo, che andavano dall’arancio vivo al giallo brillante, quasi fossero il sole al tramonto sullo specchio del lago. 

La Risolartista ne rimase incantata. Voleva impegnarsi a curare la sua nuova Aloe Vera domestica. Voleva impegnarsi a tal punto, da convincerla a fare un simile splendido fiore. 

Come prima cosa, l’avrebbe immortalata sul suo quadernetto di acquerelli. Con tanto di fiore arancio (propiziatorio per una prossima fioritura…) svettante tra le punte.

Finalmente, Trasimena non aveva solo un nome, ma anche una dignitosa personalità. Era una pianta grassa a tutto tondo. Una pianta grassa squisitamente lacustre, in aggiunta. A guardarla bene, aveva le foglie dell’esatto colore del Trasimeno nei giorni più uggiosi. Mancava solo il fiore, e, poi, avrebbe avuto anche le tinte dei tramonti estivi sul lago. Foglie da giorni di pioggia, e fiori da giorni di sole. Un contrasto cromatico bellissimo. Un contrasto che, in fondo, ben si adattava all’idea di Aloe Vera stessa. Una pianta silenziosa e spinosa fuori, ma dal cuore (in forma di gel) benefico, pronto a essere donato alla sua succulentultrice artista.

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