Verdi Orizzonti: un campo da dipingere pomodorino su tela

Illustrazione pomodorini ortaggi

La prima macchia di giallo pomodorino capitò per caso sotto gli occhi della Risolartista. Fu un caso molto curioso, quanto fortuito per il finale variopinto e squisito che le regalò. 

Un bel mattino d’agosto, mentre scorreva alcune fotografie dei dintorni, il suo spiritello pittoresco fu colpito da un pugno di pomodori ciliegini dalla buccia tra l’arancio e il dorato: sfumature mai viste. Troppo invitanti, per non essere gustate dal vivo.

Con uno scatto più che felino, cercò di risalire alla fonte: era un’azienda agricola locale, che si faceva chiamare Verdi Orizzonti. Mai sentita fino ad allora; i parenti disseminati nel paese non dovevano esserne al corrente…

Quella stessa mattina, giusto per togliersi lo sfizio, pensò bene di chiedere alle sue amiche Olivastre (ben più inserite di lei nell’ambiente), se ne sapessero qualcosa. Alla domanda seguì una risposta più che illuminante: la conoscevano eccome. Era l’azienda da cui loro stesse si rifornivano! Va da sé che le consigliarono immediatamente di andare a farci un giro: avrebbe trovato colori per i suoi occhi, e ortaggi per il suo gusto pittoresco.

La terza circostanza propizia che la convinse ad affrontare la pedalata fino al luogo in questione, malgrado il caldo agostano, fu il Gatto Cappelletto. Era giusto giusto in cerca di qualche pomodorino speciale con cui fare un buon sughetto per i suoi filetti di pesce. Era riuscito a conquistare degli splendidi esemplari di Persico Reale; cucinarli in modo banale sarebbe stato un peccato. Era necessario qualche ingrediente d’eccezione per poterli valorizzare come si meritavano…

Perciò, anche il gatto cuoco buongustaio decise di unirsi alla scoperta dei Verdi Orizzonti, pronto a rischiare di squagliarsi con la Risolartista prima di arrivare a destinazione. Avrebbero almeno potuto farsi forza l’uno con l’altro: affrontato in due, anche il caldo sembrava un po’ meno caldo…

Quando l’orologio della piazza batté le sei di sera (ossia alle sei e dieci, visto che era piuttosto pigro, come orologio), la Risolartista e Cappelletto partirono sulla biciclettina fragolosa, in direzione di Montebuono.

Era una località tutta nuova per loro: avevano solo saputo dal Babbo Antonello che si trovava oltre San Savino, sempre in riva al Trasimeno. Dunque, dovevano prendere la stradina sterrata di sinistra, superando i campi di girasole rinsecchiti.

Sopravvivendo al sole più che caldo, riuscirono ad arrivare sani, e non troppo sciolti, a destinazione. Merito di quella nuvolaglia compatta che il vapore acqueo aveva formato, coprendo in parte la sfera infuocata. Merito anche del venticello lacustre, che sempre accompagnava le gite in bici serali, quasi fosse lì per dare una mano ai coraggiosi esploratori.

Tant’è, che il cartello Verdi Orizzonti si prospettò davanti ai due amici, lasciandoli subito senza parole.

Dalla stradina sterrata già si capiva come mai l’azienda si fosse chiamata proprio Verdi Orizzonti. I verdi orizzonti si schiudevano sulla loro destra, correndo giù fino alla riva del Lago. Erano davvero verdi, e davvero giungevano fino all’orizzonte: era tutta una distesa di orti rigogliosi, che ben si distinguevano sull’oro dell’erba secca circostante. 

Lo spirito artistico della Risolartista già fremeva eccitato: voleva correre ad assaporare tutta quella tavolozza di fogliame di mille sfumature. Voleva correre fino in fondo. Fino all’orizzonte.

Appena fu scesa dalla biciclettina, con Cappelletto al seguito, la accolsero gioviali due signore, tutte intente a raccogliere melanzane. 

Chiamarle semplici melanzane, in realtà, era riduttivo: erano melanzane bianche come il latte. Roba che non si vedeva tutti i giorni in riva al Trasimeno. Qualcosa faceva già presagire una continuazione pittoresca…

Seguendo il cartello che indicava il negozio di vendita diretta, l’artista proseguì lungo la stradina che costeggiava il verde orizzonte di un campo di fagiolini. 

La vista di quel negozio la lasciò subito senza parole. 

Negozio propriamente non era: era qualcosa di molto meglio. Era un’insieme di cassette e cestini pieni di ortaggi di ogni colore. Era una tavolozza di verdure che avrebbe fatto invidia a un colorificio fornitissimo di tempere e acquerelli. Tutta la gamma cromatica immaginabile si trovava lì riprodotta in forma di melanzane, zucchine, peperoni, cocomeri e… pomodorini. Questi ultimi, poi, avevano delle tinte e delle forme curiosissime e molto invitanti.

Quel che più colpiva la Risolartista, però, era il riconoscere tra tutti quei colori molte varietà di ortaggi pressoché sconosciuti. Lei stessa, da grande appassionata, ne ricordava i nomi e i sapori come fossero le tabelline (… per uno che è bravo in matematica!); il consumatore medio avrebbe avuto qualche problemino.

Le bastò fare i complimenti per la Zucca Hokkaido (scommetto che non la conoscete…) al contadino che si era fatto avanti, per conquistarsi la sua simpatia. Chiamare per nome e apprezzare un simile prodotto di nicchia era cosa da pochi. Da pochi cultori degli ortaggi, attenti a riscoprire e valorizzare tutta la varietà che la natura sa offrire. Da pochi spiriti sensibili più del normale. Da pochi spiriti pittoreschi.

Sta di fatto, che, prima ancora di chiederle cosa volesse acquistare, il contadino la invitò a fare una passeggiata nei suoi verdi orizzonti, assaggiando direttamente dalla pianta ciò che più l’aggradava. L’avrebbe accompagnata volentieri a fare quel tour tra gli orti; tuttavia, aveva un campo da arare prima di cena…

La Risolartista e il Gatto Cappelletto non se lo fecero ripetere due volte. Fare una scorpacciata di colori e sapori di quei verdi orizzonti era quanto di meglio potessero desiderare.

Così, cominciarono a inoltrarsi nel verde, puntando all’orizzonte. Giusto sul fondo, infatti, come il contadino aveva accennato, ci dovevano essere le piante di pomodorini. Erano quelli il loro interesse principale.

Prima di arrivare a destinazione, però, passarono accanto a una serie di altri curiosi soggetti in forma di ortaggio: c’erano le zucche, le melanzane bianche, striate e violette; c’erano i fagiolini… e la fagiolina del Trasimeno (un altro prodotto molto raro). E la lista non finiva certo lì. Tuttavia, non avevano tempo per godersi tutto insieme quella volta; sarebbero ritornati molto presto a scoprire il resto.

Quel che volevano assaporare quella sera, andava sotto il nome comune di pomodoro o pomodorino.

Quando ormai erano quasi alla riva del lago, si avvicinarono altre due figurine curiose: due ragazzine, pressoché dell’età della Risolartista. Come scoprì in seguito, erano le vere cape dei Verdi orizzonti; anche loro felici come non mai a sporcarsi le mani di terra. 

Definirle contadine sarebbe riduttivo. Erano spiriti pittoreschi, così amanti della natura e degli ortaggi, da aver deciso di dedicarvi tutte le loro giornate. 

Giornate che, però, non passavano a coltivare e raccogliere semplici verdure da supermercato, bensì vere chicche apprezzabili solo da pochi raffinati cultori. E la Risolartista e Cappelletto erano in questa cerchia di eletti…

Va da sé che avrebbero fatto presto amicizia. Tuttavia, anche le due contadine più che contadine erano molto indaffarate; le chiacchiere spensierate sarebbero state rimandate a un altro giorno. Quella sera, l’invito era quello a gustarsi da soli l’orto di pomodorini…

E degustazione di pomodorini fu.

Una degustazione fatta proprio per benino, con diverse forme, diversi colori, e, inevitabilmente, diversi sapori. Incredibile quanta biodiversità potesse nascondersi dietro il nome comune di pomodoro. Incredibile che pochissimi ne fossero a conoscenza. Incredibile ancor più che una simile tavolozza di ortaggi si trovasse giusto a due passi dalla riva del Trasimeno. 

Poche chiacchiere: era il momento di godersi quel finale di verde orizzonte popolato da file e file di piantine di pomodoro. Prima l’occhio, poi il palato, poi il pennello. Così la Risolartista intendeva procedere, e Cappelletto concordava…

L’incipit aveva il colore giallo-arancio dei pomodori a grappolo visti in foto. Era merito loro, dopo tutto, se si trovava in quel momento in un orto che definire idilliaco era dir poco. 

Pittoreschi, quei pomodorini lo erano davvero: erano i signori pomi d’oro in persona, ossia quelli che i nostri cinquecenteschi antenati avevano scoperto la prima volta. Buffo da constatare, ma i primi pomodori che l’uomo occidentale si ritrovò tra le mani erano proprio gialli come l’oro. Per questo furono chiamati così. Solo in seguito, con una serie di selezioni e incroci botanici, si arrivò a diffondere il loro aspetto vermiglio, che divenne il prevalente. 

Ancor più buffo il fatto che, dell’origine d’oro dei pomi d’oro, ormai quasi tutti si siano dimenticati. Per molti, vedere un un grappolino di pomodorini gialli è trovarsi davanti una mutazione genetica di dubbia commestibilità…

Grovigli di pensieri sui pomi d’oro a parte, quelle tinte solari e allegre alla Risolartista piacevano molto. moltissimo. Non finiva più di ammirarli, mangiandoli già solo con gli occhi. 

Finché, non si decise all’assaggio. 

Assaggio che, lo si deve ammettere, non fu solitario. Fu presto seguito da gesti analoghi, imitati e ripetuti a sua volta dal Gatto Cappelletto. 

Un motivo valido c’era: la dolcezza di quei pomi d’oro era superiore a quella dei frutti estivi. Una prugna goccia d’oro (per rimanere in tema cromatico) non avrebbe saputo reggere il confronto zuccherino.

Quando finalmente l’artista ebbe abbandonato le sue prime scoperte (accuratamente acquerellate sul suo quadernetto di schizzi), la scena fu occupata dal rosso.

Non un semplice rosso, bensì una gamma cromatica che terminava nel rosso vermiglio, dopo aver viaggiato per una lunga strada di sfumature. Si partiva dal verde, poco distante dallo stesso del peduncolo. Si procedeva, poi, schiarendo i toni, aggiungendo una buona dose di bianco. 

Improvvisamente, compariva una punta di giallo, che diveniva via via arancio, riprendendo l’aspetto dei pomi d’oro. 

Infine, ecco spuntare il rosso. Rosso tenue, simile alla polpa di una ciliegia, che poi si intensificava sempre più. Il finale, come già accennato, era vermiglio. Un vermiglio che, all’assaggio, sprigionava tutta la potenza del suo colore sotto forma di ricco sapore. Un sapore spiccato, sapido, quasi fosse già condito con sale e olio d’oliva.

Olio extravergine d’oliva del Trasimeno (meglio specificare).

Anche quei pomodori a grappolo furono ampiamente acquerellati, cercando di fissare sul foglio ogni loro possibile variazione cromatica. Ce n’era abbastanza per riempire tutto un album da disegno.

I successivi furono i cosiddetti pizzutelli. Stesse tinte dei precedenti, ma di dimensioni più piccole, e con un cornetto finale in punta. 

Poi, era il momento dei San Marzano, nella loro inconfondibile forma allungata. I re delle salse di ogni angolo del Bel Paese facevano bella mostra anche in riva al Trasimeno. 

Cappelletto era molto tentato dall’allungare ripetutamente la zampa: con quei San Marzano ben maturi, il suo sughetto per i filetti di pesce sarebbe venuto divino. Dopo tutto, le contadine li avevano incoraggiati a servirsi… sottrarre qualche San Marzano in più non sarebbe stato un problema. Tanto più, visto che sarebbero diventati protagonisti di una bella cenetta!

Proseguendo il giro (che ormai era sul finire, vista l’ora tarda…), i due amici non mancarono di ammirare anche gli esemplari insalatari. Come richiedono le marmitte piene di lattuga e valeriana, i pomodori da insalata devono essere di generose dimensioni, e dalla polpa soda e corposa, quanto saporita. Gli insalatari in questione soddisfavano i requisiti alla lettera. A vedersi, erano perfetti in quel loro fondo rosato, screziato di giallo-verde sulla sommità. Se la Risolartista non avesse avuto già la pancia piena di ciliegini, ne avrebbe certo assaggiato uno anche di quelli! Tuttavia, erano un po’ troppo grossi per essere mangiati tutti interi…

La tavolozza di pomodorini era ormai completa. Le pagine del quadernetto di acquerelli anche. E l’appetito di occhi e palato si poteva dire soddisfatto. 

C’era giusto un buchetto. Un buchetto che non manca mai in ogni scorpacciata di colore che si rispetti. Con cosa riempirlo? 

Fu la stessa contadina più che contadina a suggerire la risposta. 

Quando i due amici ebbero pressoché finito la loro avventura nell’orto, si avvicinò, chiedendo se avessero assaggiato i perini gialli

…perini gialli? 

Solo i ciliegini tondi, fino ad allora, erano stati immortalati nel quadernetto (e nelle loro memorie gustative). Ecco cosa mancava da scoprire…

Ed eccoli lì, i perini gialli. I perini gialli in tutta la loro forma a dir poco pittoresca, del tutto simile a una piccola pera. Volendo essere creativi, ricordavano quasi le forme di caciocavallo, tanto panciute sul fondo, quando minute in cima. Mai visti pomodorini simili.

Il pennello della Risolartista scatto immediato, giusto giusto dopo l’assaggio.

Il gatto, estasiato allo stesso modo, colse qualche bell’esemplare maturo da destinare al suo Persico Reale. Con simili delizie dorate a farne da sugo, sarebbe stato veramente il re dei pesci lacustri!

Con il perino giallo, l’opera d’arte si poteva ritenere conclusa. Conclusa con il tocco d’artista più inaspettato che si potesse pensare. Qualcosa già faceva presagire che, quella sera, lo spiritello pittoresco sarebbe tornato a casa con un cestino pieno di colori. Pieno di rossi, di aranci e di gialli… sotto forma di pomodorino.

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