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Il primo giorno di lavoro

Artista al lavoro illustrazione

Era quello il primo giorno di lavoro della Risolartista.

Un lunedì di giugno, per la precisione. 

“Gli stage cominciano sempre di lunedì”. Così le avevano detto a scuola. E così era stato.

Il risveglio era stato dolce, con una punta di agitazione riconoscibile in ogni movimento. Tutto era già pronto per essere preso e indossato, ma, chissà perché, si aveva sempre l’impressione che mancasse qualcosa…

Mancava Artemisio, certo. Ma lui, mentre la padroncina si alzava dal letto, già attendeva in cucina per fare colazione. Era bene imitarlo…

Ogni giornata, infatti, per essere produttiva, deve partire da una buona colazione. Non c’è ricetta precisa, malgrado il businessman medio sia spesso immaginato con in mano un cornetto, e con una tazza di cappuccino poggiata sul quotidiano tiepido di stampa. 

La Risolartista, che ancora businessman non era, optò per il suo immancabile risolatte. Da bianco candido che era, si colorò in breve di pesca, di albicocche e di fragole. Quella era la frutta di stagione che si ritrovò a dipingere la sua colazione da primo giorno di lavoro. 

Inghiottiti con gusto (e con crescente agitazione…) i suoi colori mattutini, diede una carezza al bassottino, e gli fece segno di seguirla a prepararsi. Questo, avendo anche lui gustato un’analoga ciotola di risolatte (anche più grossa dell’altra), si ritenne sufficientemente soddisfatto per poter obbedire senza mugolii.

In breve, furono entrambi pronti. Lei, una tavolozza di stoffe variopinte; lui, colorato allo stesso modo, ma nascosto comodamente nella borsa della padrona. 

Era proprio il completo adatto a fare il primo ingresso nel suo nuovo luogo di lavoro! 

Camicetta a righe azzurrine, visto che in ufficio si doveva sempre andare in camicia (come babbo e mamma diligentemente facevano…). Gonnellina di jeans, tutta a ricami floreali. Poi, una giacchina da tailleur: altro elemento apparentemente serio.

serio solo nella forma. Alla vista, poi, quella giacca poteva solo essere definita “da Risolartista”; merito della stoffa che sembrava un bouquet di primavera.

A completare il tutto, scarpettine basse, coppola azzurro cielo, e fazzoletto al collo. Fazzoletto che, da lontano, aveva proprio un che di elegante; solo se si osservava accuratamente il motivo (rappresentava la vetrina di una pâtisserie parigina), si capiva perché anche quello fosse degno della RIsolartista. Raffinato, ma pittoresco. 

Ecco: il tutto era deliziosamente pittoresco. E con tanto di occhiali rossi tondi tondi a contornare i due fanali blu, brillanti sotto il ciuffo biondo.

L’artista al suo primo giorno di lavoro, agghindata in questo modo, inforcò la sua biciclettina grigio pastello, con Artemisio nel cestino. 

Fu una lunga pedalata: il sole dorato, già caldo alle otto del mattino, li accompagnò per le strade milanesi. Lasciata la via di casa, cominciò un allegro susseguirsi di impiegati di svariata natura: dal contabile, alla manager di multinazionale. Chi in macchina, chi a piedi, e chi in bicicletta, proprio come lei. Ah, certo, non mancavano quelli in monopattino elettrico: gli anni ’20 del secondo millennio saranno forse ricordati dai posteri per questo…

In quella folla di lavoratori in movimento, tutti diretti al proprio ufficio (salvo chi, quel giorno, era in smart-working), c’era anche lei. La Risolartista. Inconfondibile in tutti i suoi colori svolazzanti qua e là.

Finalmente la biciclettina grigia si fermò. E non era il solito semaforo rosso (ne aveva passati almeno una decina…). Era il Litta. Il Palazzo Litta. Uno storico edificio milanese, situato a poca distanza dal Duomo, in un’elegante via dalla frequentazione altolocata. 

La ragazzina conosceva bene quel posto: ricordi d’infanzia rivivevano nella pasticceria a due passi. La pasticceria del signor Marchesi: un’istituzione cittadina fatta di zucchero e dolcetti che si mangiavano con gli occhi. Sembrava quasi l’incarnazione vivente di quella pâtisserie parigina che era raffigurata sul suo foulard. 

Anche Artemisio, a dir la verità, era un esperto del luogo. Si ricordava bene i panettoni di Natale che la Nonna Ginia era solita comprare là dentro. Panettoni buonissimi, e con un incarto da fotografia. Ma non era quello il momento di farsi ingolosire… si doveva andare a lavorare!

Un caffè al banco di Marchesi, però, se lo potevano pur concedere. Dopo tutto, una buona decina di businessmen in giacca e cravatta erano già là a fare la fila per ben più di un semplice caffè. Uno in particolare, ad esempio, aveva appena ricevuto un gigantesco bignè alla crema, e non vedeva l’ora di addentarlo.

Preso anche il caffè (cappuccino con cannella, per essere precisi), la Risolartista riattraversò la strada, varcando la soglia del famoso Litta. Non era la prima volta che lo faceva, ma, quel giorno si trovava lì in una veste diversa. E non era solo per la camicia e la giacca (dettagli quasi professionali), ma anche per quello che sarebbe andata a fare a breve.

La stavano aspettando. 

La sua futura “collega”, incaricata di introdurla, le si presentò allegra (era anche lei piuttosto colorata). Tutto faceva presentire una mattinata di lavoro creativa. Non poteva desiderare di meglio.

E, in effetti, un primo giorno di lavoro artistico e colorato fu. Vi basti sapere che, in men che non si dica, fu messa a creare. A ideare. A immaginare. In una parola: a fare la Risolartista, ma con un tocco di serietà in più.

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