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L’effimero scorre davanti alle lacrime della Madonna. “Aperçues” di Nina Carini nella Basilica di San Celso

Un contesto inaspettato per l’arte contemporanea

Quando si dice che Milano ha mille volti e luoghi nascosti, solitamente sepolti nella frenesia quotidiana, si intende questo. La Basilica di San Celso, quel piccolo edificio anticheggiante sulla destra della chiesa di Santa Maria dei Miracoli (in Corso Italia) è un esempio di tesoro da riscoprire. 

Si tratta di un tempio romanico-lombardo, costruito lì prima dell’Anno Mille, che fu più volte rimaneggiato e ridotto nelle dimensioni, fino a diventare l’attuale piccolo santuario. A questo posto, è legato un miracolo. Il cosiddetto “Miracolo della Madonna delle Lacrime”. La storia religiosa narra che, nel 1485 (anno segnato da una profonda epidemia di peste), un affresco della Madonna situato in loco si mise a lacrimare, allontanando la malattia dalla città. Da quel momento, i Milanesi furono immensamente grati alla Vergine che li aveva sollevati dalla peste, cominciando a venerarne l’immagine. Non vi confondete: l’affresco che oggi è conservato nella basilica non è quello miracoloso; quest’ultimo si trova oggi nella chiesa maggiore a fianco. 

Ed è in questo contesto di miracoli e spiritualità, che trova posto l’arte contemporanea. Non è la prima volta: è ormai qualche anno che, di tanto in tanto, le porte del piccolo santuario si trovano insolitamente spalancate, invitando l’animo dei visitatori a immergersi in un’esperienza coinvolgente.

Gli “scorci” di Nina Carini

Questa primavera, San Celso ospita sei opere dell’artista Nina Carini, molte delle quali “site-specific” ossia ispirate e realizzate in stretto dialogo con questo posto unico. Il titolo, ripreso dal critico e filosofo francese Didi Hubermann, può essere tradotto con “scorci”. Scorci, che esprimono il concetto di ciò che è effimero: di una visione e una conoscenza che si “scorge”, cogliendola nella sua precaria vulnerabilità. Per capire, pensate a un’immagine che vi rimane sugli occhi mentre fissate scorrere la galleria sulla metropolitana. Oppure pensate all’acqua di un torrente che vi scorre tra le dita: afferrarla è cosa di breve durata. 

È con questa idea di effimero, effimero che affascina e che al contempo va protetto per la sua estrema fragilità, che si possono leggere tutte le opere della mostra. Qui un breve sentiero interpretativo per godersi l’esperienza. 

Le opere in mostra

Tutto comincia sul sentiero acciottolato che conduce verso il santuario. Nascoste tra i bassi cespugli, spuntano voci di bambini che parlano lingue incomprensibili. Incomprensibili… o meglio, “poco note”. Sono nomi, luoghi geografici e parole ormai desueti, che sono lì lì per scomparire. Precari. Nondimeno, di valore.

Entrati nella chiesa, l’occhio è subito catturato da un cerchio di vasi di cristallo che contorna una delle colonne. In ciascuno, con precisione meticolosa, compaiono quattro fiori. Veri. E, nella loro veridicità, effimeri, necessitanti di una frequente sostituzione. Per tutta la durata della mostra, esse verranno tutti rinfrescati (cambiati), tranne uno: quest’ultimo segnerà il passaggio inesorabile del tempo. L’opera completa, però, comprende anche nove sfere di alabastro, ciascuno con una lettera che compone il dittico “per sempre”. È la promessa che che il pianeta Venere fece al Sole: di girare per sempre attorno a lui; tuttavia, anche questo girotondo è vulnerabile e finito. Prima o poi, quando il Sole scoppierà, anche Venere lo abbandonerà.

Venere Bugiarda

Il percorso continua con due sottili mani di bronzo che tendono al cielo, posizionate nell’abside, esattamente al posto delle due colonnine “mancanti” della basilica. I loro resti sulla parate sono state proprio la fonte di ispirazione dell’artista. 

Mani come rami che toccano cielo

Ed è sempre all’antico che rimandano quei frammenti di pietruzze che si vedono a terra, accumulate casualmente su dischi di vetro cristallino. Dovrebbero farci pensare ai reperti archeologici, studiati in laboratorio sopra vetrini analoghi. Un inno a fare attenzione a quei resti che rischiano di essere dimenticati nell’oblio. 

Lingue di Cielo

Le ultime due opere sono un intenso dialogo con lo spazio del santuario: non potrebbero essere più inserite nell’ambiente. “Senza Voce”, una scultura di alabastro che materializza il movimento della voce umana, diffonde il suo chiarore luminescente dal profondo di un vecchio confessionale. Le parole del penitente rivivono nel presente. Infine, “Occhi in Lacrime” richiama sottilmente il luogo miracoloso della Basilica di San Celso. Di fronte a un affresco della Madonna (malgrado non sia quello miracoloso), una cascata di gocce piangono dal soffitto. Si tratta di fili di cristalli, ispirati da una colonna della Basilica Cisterna di Istanbul. Cristalli… che diventano lacrime. Lacrime… che scorrono via precarie ed effimere. 

Solo il nostro ricordo potrà preservarne l’esistenza. Questo è vero per i miracoli divini, quanto per quelli piccoli, e quotidiani, umani. 

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