Quando il Tintoretto fece sedere i Dodici all’osteria

In tempo pasquale, torna sempre la voglia di sedersi attorno alla tavola dell’Ultima Cena, meditando su questo tema dai mille sapori e sfaccettature. Non serve essere credenti per lasciarsi stuzzicare da un’immagine di quell’evento ricco di significato e spunti profondi. L’appetito di curiosità e cultura viene spontaneo: basta avere qualcuno che sia capace di stuzzicarlo. 

Per questa Pasqua tardiva, siete invitati a cenare insieme agli Apostoli all’osteria. Ad organizzare il pasto è stato il signor Jacopo Robusti, meglio noto come il Tintoretto. Per chi lo conoscesse solo alla lontana (di tanto in tanto lo si sente, magari confuso con il Canaletto), si tratta di un pittore veneziano di pieno Cinquecento. Un pittore stravagante, amante degli scorci impetuosi di luce, e di prospettive competitive assai particolari. Non siamo qui per parlare (solo) di arte… immagino che abbiate ormai fame. Perciò, mettiamo da parte i tecnicismi, e sediamoci a tavola.

Che tavola curiosa: avete mai visto una tavola obliqua e un po’ sbilenca?! Leonardo Da Vinci non avrebbe mai dipinto il suo Cenacolo in questo modo (e non solo lui). Fino all’arrivo del pittoresco Tintoretto, tutti gli artisti, bene o male, si erano sempre preoccupati di fare la mensa dell’ultima cena perfettamente frontale, con gli invitati ordinatamente disposti attorno a Cristo, come l’iconografia richiedeva. Non fece così il nostro veneziano, che amava molto dare dei “tagli prospettici” insoliti, che lasciassero sbalordito l’osservatore.

La tavola in obliquo, però, non è l’unica stranezza. Siamo nel bel mezzo di un’osteria di paese. Se aguzzate la vista, riconoscerete sulla destra ceste di frutta fresca, come quelle che troveremmo oggi in un qualsiasi bar di provincia. Le cameriere non mancano: sono intente a servire gli ospiti, portando le pietanze su piatti in bilico nell’oscurità. Vi invito a fare caso a quella in primo piano, che innalza con la mano sinistra un piatto pieno di corpuscoli bianchi. Cosa saranno? Pensando al tempo pasquale, verrebbe da dire che si tratti di ovetti di quaglia. Ma non è così. 

Per capire cosa potreste assaggiare da quella ciotola, dovreste recarvi nel luogo preciso in cui è oggi situata l’opera. 

A proposito, non vi ho ancora detto l’indirizzo di questa osteria tintorettiana. Ebbene, essa si trova a Venezia, sulla parete destra del presbiterio della Basilica di San Giorgio  Maggiore. Se vi trovaste lì ad ammirare il dipinto, alle vostre spalle ne vedreste un altro di analoga dimensione e stile. Si tratta della Caduta della Manna dal cielo, e fu realizzata, insieme all’Ultima Cena, sempre dal Tintoretto. 

Tornando ai nostri ovetti di quaglia (che tali non sono)… dovete pensare al soggetto dell’altra opera, ossia alla manna che Dio fece piovere dal cielo per saziare il popolo ebreo affamato. Nella Bibbia, questo cibo divino non è molto ben descritto; dalle parole, si capisce che si doveva trattare di qualcosa di bianco, come grossi chicchi di riso. Qui, nella nostra osteria, la ciotola in primo piano potrebbe proprio contenere un che di simile. Assaggiando quei corpuscoli bianchi, al posto delle uova di quaglia, potreste avere l’occasione di scoprire il sapore misterioso della manna

Proseguiamo con gli aspetti insoliti della cena. Avrete notato gli spiriti evanescenti che affollano la parte alta dell’osteria. Sono angeli, e anch’essi si ricollegano al cibo servito sulla tavola; in questo caso proprio all’Eucarestia. L’Eucarestia, infatti, è detta “pane degli angeli”; il Tintoretto deve aver pensato bene di invitare anche loro alla cena, perché ricordassero all’osservatore questo importante significato di quelle (apparentemente) semplici pagnotte.

L’ultima osservazione che vale la pena di fare, prima di sederci anche noi a gustare quanto preparato dall’oste, è sull’unico apostolo che ha deciso di mettersi sul lato opposto del tavolo, rispetto ai suoi compagni. È facile intuire che si tratti di Giuda; meno scontato è il gesto che sta facendo. Immaginatevi la sua mano sinistra (quella con l’indice e il pollice tesi) che “ruota” leggermente sottolineando la mancanza di qualcosa. ‘L ghe no – dicono a Milano. “Non c’è”. Cosa non c’è? Il pane gli è stato servito, in quanto Gesù l’ha appena spezzato nel suo gesto eloquente. Mancherebbe il vino… Giuda vorrebbe avere anche un bicchiere di buon rosso da accompagnare al pezzo di pane. 

…Vi chiederete dove sia il problema: cosa c’è di male a desiderare un po’ di vino come companatico? Se foste stati dei cattolici fedeli a quanto dettato dal Concilio di Trento nel 1551, sareste inorriditi davanti a una simile richiesta. Per noi contemporanei, serve una spiegazione. Dovete sapere che, secondo quanto detto dal Concilio, per “mangiare il Corpo di Cristo” bastava solo il pane, senza aver bisogno anche del vino. In un pezzetto di pane era contenuto sia il corpo sia il sangue di Gesù. Dunque, chiedere anche il vino significava essere un eretico, contrario alla vera dottrina cristiana. Con questa consapevolezza appena acquisita, apprezzerete anche voi la sottigliezza di quel gesto nascosto nel dipinto dal Tintoretto.

Ora che abbiamo assaporato ogni aspetto visivo di questa tavola da Ultima Cena d’osteria, possiamo davvero accomodarci anche noi e godere di quanto offre la casa. A voi la scelta di chiedere anche un bicchierino di vino.

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