Andrea Solario

L’ARTISTA

Che fosse “figlio d’arte” non si discute: nato da una padre carpentiere, membro della nota famiglia di artisti dei Solari, che vanta nomi emblematici quale Guiniforte Solari (architetto ducale di Francesco Sforza). Anche il fratello, Cristoforo, era un celebre scultore dell’epoca, attivo alla Certosa di Pavia. 

Volendo dare una data di nascita al nostro Andrea, possiamo dire 1470, o giù di lì. Nulla sappiamo della sua formazione, se non che soggiornò a Venezia, dove entrò in contatto con le opere di Giovanni Bellini, del Perugino, di Dürer, e in particolare, di Antonello da Messina. Ancora, si vede bene nel suo stile come debba aver conosciuto la pittura fiamminga dai caratteristici dettagli minuziosi e naturalistici; in effetti, ai tempi, era molto diffusa nell’area della Serenissima. 

Ciò che non dobbiamo dimenticare, però, è la sua ripresa dello stile di Leonardo: paesaggi, realismo, e figure umane. Il fatto che il Solario sia stato attivo a Milano proprio poco dopo il passaggio del grande maestro in città, giustifica pienamente una simile influenza. 

Dunque, facendo un sunto dello stile del nostro Andrea, cominciamo con i fortissimi influssi leonardeschi, che ne caratterizzano i volti, le pose delle figure, e i paesaggi lombardeggianti. C’è chi dice addirittura che per qualche sua opera (come la Madonna dei Garofani) abbia ripreso le stesse posture di alcuni suoi schizzi!

Poi, sottolineiamo la presenza veneziana, nei colori accesi, nei particolari degli sfondi campagnoli; e Antonello da Messina nei lineamenti umani. Ultima nota: lo zampino fiammingo in quelle minuzie di nature morte, vesti, o alberelli che punteggiano le colline. 

LE OPERE

RIPOSO DURANTE LA FUGA IN EGITTO

In questo splendido paesaggio campestre, luogo di riposo della Sacra Famiglia in fuga dall’Egitto, vediamo la mano leonardesca ripresa dal Solario. L’arte raffinatissima e naturale si intreccia, però, con una serie di altre influenze, che parlano veneziano, lombardo e fiammingo. In effetti il maestro soggiornò per un po’ nella Laguna, ed ebbe modo di conoscere ciò che accadeva oltralpe. 

Nel paesaggio dettagliato dello sfondo, oppure nella ricca pellicola cromatica dai toni accesi, notiamo la cultura veneta. Tutto ciò che è naturalistico, come l’asinello che fa colazione con l’erbetta, oppure la natura morta con la borraccia, la bisaccia e il bastone in primo piano, ci richiama la tradizione lombarda, con una punta fiamminga. 

Volendo ritrovare Leonardo più nel dettaglio, basta guardare il gioco di sguardi che si intrecciano tra loro in un intimo colloquio; oppure la posizione in torsione della Vergine, che sembra quella del cartone della Sant’Anna dell’artista fiorentino. 

Se, infine, ci ricordiamo del fatto che il Solario aveva un fratello maggiore scultore (Cristoforo), possiamo capire bene il suo interesse per la scultura. Interesse tradotto nella posa di Gesù, che dicono riproduca molto fedelmente una statua classica oggi conservata a Firenze. 

Riposo durante la fuga in Egitto

MADONNA DEI GAROFANI

Quest’opera risiede nelle sale di Brera fin dal lontano 1808, quando fu assegnata al museo, dopo la spoliazione della Scuola di San Pasquale di Venezia. Poiché reca su la firma (falsa) di Giovanni Bellini, per anni si pensò fosse un quadro del suddetto pittore; per fortuna, gli studiosi sono riusciti a ripristinare la giusta attribuzione.

Ciò che ci dovrebbe colpire, oltre a quel vaso di garofani impreziosito di decori minuziosi (e qui già si vede lo zampino fiammingo), è la scelta dei colori. Un carattere che diventerà ricorrente anche nelle opere successive del Solario. Se fate attenzione, noterete una ripresa delle tinte, che si rincorrono sulla scena: il bordo rosso e blu del velo è “en pendant” con la veste e il manto. Non solo… tali colori ritornano nei fiori, nel ricamo del recipiente, e persino nel paesaggio che si scorge alla finestra. 

A proposito del paesaggio: capolavoro di dettagli: c’è un pastorello che suona il piffero, mentre le sue pecore brucano l’erba. E c’è anche un villaggetto, che si intravede in lontananza, con tanto di campanile. Il fatto che l’orizzonte sia occupato dai monti che si dissolvono a poco a poco nella nebbia è un primo rimando leonardesco: il genio fiorentino amava includere nelle sue opere questa “prospettiva aerea”. 

Il dipinto, esemplare del periodo giovanile, è anticipatore di molti caratteri che il Solario continuerà ad usare anche in futuro. Dei colori en pendant abbiamo già detto, ma ancora non sapete di quello schema compositivo con le figure collocate tra un parapetto (in basso), e il paesaggio di sfondo, accostato a una parete scura. Un’austerità ben diversa dalla ricchezza dei contorni tipici della pittura lombarda a lui contemporanea. 

Ultimo elemento di Leonardo (ripreso dal cartone della Madonna del Gatto) è la posa del Bambinello, che si ruota curioso verso il vaso di fiori; fiori, che, qui, essendo garofani, sono simbolo di amore puro. 

Madonna dei garofani

RITRATTO DI GENTILUOMO CON GAROFANO

Buffo a vedersi: un uomo così serio e imponente, dall’aria persino imperiosa, si scioglie nello stringere tra le dita un timido garofano rosa. Un animo di bimbo in un corpo di marmo?! Forse… tant’è, che questo magistrato veneziano risulta assai misterioso. 

È con questo ossimoro contrastante, che facciamo conoscenza del personaggio protagonista del ritratto del Solario. Un personaggio dal collo taurino, dal portamento fiero, e dall’abbigliamento che rivela la sua carica importante nel panorama della Serenissima: era senz’altro un magistrato. Lo si capisce dal berretto scuro, e dalla stola che stringe con la mano. 

Ma passiamo al fiore: al nostro piccolo garofano. La sua funzione, in realtà, non è tanto quella di suscitare il riso (visto il contrasto con il resto), quanto di simbolo matrimoniale. Ai tempi, infatti, l’usanza voleva che le spose nascondessero nel loro abito nuziale un fiore, che il novello marito avrebbe dovuto trovare. 

A riconferma dell’occasione di matrimonio, c’è anche il bellissimo anello dalla gemma blu, che vediamo alla mano sinistra dell’uomo. 

Analizzando lo stile, ritroviamo i dettagli fiamminghi del paesaggio, e l’innovativa posa di “tre quarti”, tipica del nord Europa, che giunse in Italia grazie agli scambi culturali veneziani. Come sempre nel Solario (che non tradisce mai le sue origini), c’è l’influenza lombarda nel naturalismo della figura, resa anche nei suoi aspetti meno onorevoli. La ciocca imbiancata di capelli ne è un esempio. 

Come tocco finale, ammirate il paesaggio che si disperde in lontananza: la prospettiva aerea leonardesca risuona fino all’orizzonte. 

Ritratto di gentiluomo con garofano

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