Gastronomia braidense: le quattro tele mangerecce di Vincenzo Campi

Se passaste tra le sale della Pinacoteca di Brera all’ora di pranzo, o poc’anzi la cena, potreste sentire un certo profumino invitante…

Seguitelo, e vi troverete in quell’ampia area centrale, in cui sono esposte quattro tele dal contenuto “gourmet”, che ben giustificano quel suddetto odore di cibo. 

Lo stomaco, forse, rimarrà un po’ deluso dal non poter gustare davvero quel pranzetto sognato fino a poco prima; tuttavia, se è vero che si dice “anche l’occhio vuole la sua parte”, in questo caso l’occhio ne uscirà pienamente soddisfatto.

Metafore e grovigli linguistici a parte, è il momento di mettersi a tavola nella sala da pranzo braidense, assaggiando ciò che Vincenzo Campi ha preparato per noi visitatori…

Cominciamo con due parole sullo “chef”, ossia sul signor Vincenzo Campi. Chi era costui? Non lo si confonda né con Giulio, né con Vincenzo: sono i suoi due fratelli, entrambi pittori. 

Vincenzo Campi, nato e morto a Cremona nel ‘500, fu un curioso artista lombardo, noto per la sua duplice tematica di pittura. Infatti, se da una parte aderiva alle tendenze religiose del tempo, in totale accordo con l’allora cardinale milanese, Carlo Borromeo, dall’altra parte se ne distaccava non poco. La seconda faccia delle tele del Campi era data dalla cosiddetta “pittura di genere”. E, qui, una spiegazione è di dovere.

Per “pittura di genere” intendiamo quella rappresentazione di scene di vita quotidiana, di spaccati popolari, con personaggi tutt’altro che altolocati. Gli ambienti domestici, la cucina prima di tutto, ne sono un “setting” emblematico. 

Questa passione per le tematiche “basse” proveniva dai Fiamminghi: date un’occhiata alle loro opere, e vedrete ricorrere simili interni di case, o mercati in cui i popolani andavano a fare la spesa. 

Volendo aggiungere un ultimo dettaglio sullo chef, sappiate che fu fonte di ispirazione (per non dire il precursore) del il Caravaggio; almeno per quanto riguarda le sue nature morte di frutta e tavole imbandite.

È il momento di sfornare le quattro portate che Vincenzo Campi ha cucinato quest’oggi. 

Prima di tutto abbiamo, ça va sans dire, “La Cucina”, luogo di preparazione dei cibi per eccellenza. Si tratta di un’opera pittoresca, molto “fiamminga” nel suo rappresentare tutte queste donnicciole al lavoro, che sembrano intente a predisporre proprio il pranzo. Quale sarà la ricetta? A intuito, parrebbe una torta salata, con sfoglia ad avvolgere un ripieno vegetale (ricotta e spinaci…chissà?!), che la vecchia in primo piano è nell’atto di assaggiare. 

Non solo: sulla destra, c’è chi maneggia pollame, preparando lo spiedo per il fuoco. Il secondo potrebbe essere un bel pollo arrosto…

Infine, c’è anche un’altra figura che vale la pena commentare: quel bimbo a sinistra, che pare divertirsi in una curiosa attività: il soffio nella vescica. Doveva essere proprio qualcosa di divertente, dal momento che è un soggetto ricorrente in numerose opere fiamminghe. 

La Cucina, Vincenzo Campi

Da questo spaccato di quotidianità popolare, ne emerge anche un che di buffo, quasi ridicolo. In effetti, la “pittura di genere” prima citata (di cui quest’opera è un chiaro esempio), era anche detta “pittura ridicola”. Evidentemente, l’obiettivo dell’artista era anche quello di far in qualche modo divertire…

… divertire, ma anche istruire. Per capire la finalità educativa, però, occorre considerare il luogo in cui era posto in origine il quadro: nella foresteria del convento di San Sigismondo a Cremona. Dunque, era ben visibile ai monaci che vi abitavano, quanto agli stranieri che passavano di lì. L’intento, di conseguenza, intento comune anche alle altre tre tele, era quello di fare da monito alla “morigeratezza” per entrambi: cibo e abbondanza da guardare… ma da mangiare con misura!

Passando alle successive due portate, abbiamo sia carne, sia pesce. La prima è rappresentata dalla “Pollivendola”, circondata da ogni tipo di volatili e pollame. La seconda, invece, è la “Pescivendola”. Anche qui, specie ittiche a volontà, con un simpatico marito (sulla sinistra), che al posto di aiutare la donna a vendere il pescato, preferisce mangiarsi la sua ciotola di zuppa di fagioli. 

La Pescivendola
La Pollivendola

Senza voler ripetere troppe cose, noterete da voi che di nuovo le espressioni dei personaggi sono piuttosto “ridicole”, e che una certa attenzione al dettaglio è una caratteristica tipica del Campi. A essere dotti di ornitologia, o di ittiologia, si potrebbero riconoscere benissimo tutte le specie…

Ed eccoci al dessert. Un dessert “light”, però, che è dato da una macedonia di fine estate molto ricca e variopinta. Si tratta dell’ultima opera, ossia della “Fruttivendola”. Invitante a sufficienza, da essere analizzata un po’ più da vicino.

Artisticamente parlando, ci sono influssi un po’ manieristi (nella resa della fanciulla, e nel suo abito abilmente panneggiato); e un po’ fiamminghi. Questi ultimi, si vedono nella scena di “mercato”, e in quella profusione di particolari che caratterizza ogni cesto o piatto di frutta. 

Frutta… ma dovrei dire anche ortaggi. Infatti, aguzzando la vista, si riconoscono bene carciofi, cetrioli, zucche, e persino zucchinette con il fiore. Non mancano nemmeno nocciole, né legumi: una bancarella dei nostri mercati contemporanei tra le più fornite che si possano immaginare!

Curiosissimo il fatto che il Campi abbia voluto cambiare ogni volta il contenitore: tinozze, piatti di ceramica, cesti… non ce n’è uno uguale all’altro. Voleva che la sua tela di macedonia fosse perfetta in ogni suo aspetto.

Tuttavia, lo sfondo, con quella prospettiva aerea che fa dissolvere le montagne in lontananza, dopo averci fatto notare i due contadini intenti alla raccolta, intende riportarci sul primo piano. È qui che c’è la frutta; è qui che ci sono gli ortaggi (e anche qualche rosa!). È qui che sembra proprio di vedere un “assaggio” delle nature morte del Caravaggio. Tutti questi fichi, arance e pesche rivolte verso noi spettatori paiono invitare il pubblico ad allungare la mano per provarne il sapore. Tentazione che, inevitabilmente, accompagna ogni spettatore che si ritrovi davanti alla celeberrima Canestra.

La Fruttivendola

Ecco, dunque, il banchetto che la sala “gastronomica” della Pinacoteca di Brera offre quotidianamente a tutti i suoi visitatori. Il menu del giorno, purtroppo, rimane quello; tuttavia, soffermandosi ogni volta su particolari (e cibarie diverse), il sapore sarà sempre una nuova scoperta.

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