Nel giardino dei salici, degli iris, della glicine e… delle ninfee

Dire “Monet” è quasi come dire “ninfee”: il collegamento giunge immediato. Eppure, “Monet” non significa solo questo. Pensare unicamente alle piante acquatiche del giardino di Giverny è ridurre il pittore ai suoi caratteri più noti e popolari. Tuttavia, apprezzare davvero un artista richiede conoscerlo più a fondo; richiede capire che cosa per lui fosse davvero importante. Ogni figura del mondo dell’arte può essere vista a diversi livelli: c’è il livello da pubblico comune, superficiale e semplice, c’è quello intermedio, per chi mastica un po’ la materia, e c’è quello profondo, introspettivo. Quest’ultimo è il solo che va a indagare il cuore dell’animo che spinse a imprimere sulla tela certi colori; quest’ultimo è il più misterioso e incerto, ma anche il più affascinante. 

La mostra temporanea di Palazzo Reale, con la ricca collezione di opere provenienti dal Musée Marmottant di Parigi, è un’occasione unica per conoscere il vero Claude Monet. Grazie alla donazione fatta dal figlio dell’artista, l’istituzione parigina conserva quelle tele che rimasero sempre in casa del pittore: quelle tele da cui non si volle mai separare. Questo dettaglio basta a far capire che, se qualcosa non viene destinato al mercato e agli acquirenti, un motivo ci sarà. Un motivo profondo: un legame affettivo. Ed è per questo che vale la pena scoprire queste opere, per imparare qualcosa di più dell’animo di Monet.

Già l’incipit della mostra presenta una tela estremamente parlante. Si tratta di Hippolyte, simpaticamente detto “Poly”: un pescatore di aragoste che Il nostro artista conobbe durante il suo soggiorno a Belle-Île-en-Mer, negli anni ’80. Fu lui a diventare per due soldi al giorno il suo facchino e aiutante. 

Basta questo semplice cenno di storia, e subito si capisce il legame affettivo che doveva essere nato tra i due. Un pittore, e il suo assistente. Il padre dell’Impressionismo, e il pescatore di aragoste al suo fianco. Dovevano essere proprio una simpatica coppietta…!

Poly Pescatore

Guardate il ritratto, e apprezzerete il calore che Monet doveva destinare al suo amico Poly. Uno sguardo intenso, sornione, che emerge dalla cornice brunita di barba, capelli e cappello. A completare il tutto, un incarnato “color mattone” (come piacque di definirlo al critico Geffroy), con due guanciotte rosse quasi da maschera carnevalesca. Un personaggio serio, che doveva però nascondere un cuore d’oro. 

Presto compare, scolpita di pennellate, un’altra persona fondamentale: la moglie Camille. Prima al mare, poi nel campo di fiori vicino ad Argenteuil. 

Passeggiata vicino ad Argenteuil

Si tratta di una tela emblematica, che rappresenta quel periodo di serenità immersa nella natura, che caratterizzò il soggiorno nel villaggetto suddetto. Prati, alberelli, vestiti leggeri e vaporosi: di questo dovevano essere fatte le giornate di Monet. Anche voi, se vi trovaste a vivere simili giorni di idillio, pensereste subito a un modo per eternizzare quei momenti. Lui, avendo a disposizione la sua sensibilità impressionista, pensò bene di immortalare una di quelle passeggiate (e non una sola), cogliendo il frammento di luce e colore che più la rappresentava. Ecco Camille, nel suo abitino candido, con accanto il figlioletto Jean. Ecco un mare di boccioli colorati, mossi da un vento quasi palpabile. Se si cerca un esempio di pittura “en plein air”, tanto ricondotta all’artista, questo è sicuramente un’ottima scelta. 

Le relazioni di Monet, però, non si dovevano limitare ad amici e familiari. L’aspetto umano e personale si ritrovava anche nei suoi rapporti con i colori. Prima di tutto, ogni pigmento era accuratamente scelto e selezionato, così da poter avere il risultato di miglior qualità possibile. L’invenzione dei colori in tubetto aveva aperto la strada alla pittura all’aria aperta; tuttavia, non bisognava dare per scontata la materia prima. Buona parte della riuscita dipendeva da ciò con cui si decideva di riempire la tela. 

Per i curiosi di nomi di colori, la mostra soddisfa la voglia di conoscere quali fossero le tinte preferite dal pittore. Ancor più interessante, però, è vedere materialmente la sua tavolozza, nonché scoprire le relazioni dirette che Monet aveva con i suoi fornitori. Carpentier, Block, Latouche: tutti rifornitori parigini ben noti ai tempi, che rientravano nel suo stretto entourage di conoscenze. Valeva certo la pena tenerseli buoni…

Superate le nebbie londinesi (tele a mio gusto personale non troppo rappresentative), si arriva a Giverny. 

E qui, subito, si pensa alle ninfee. 

Erano rimaste in pausa anche troppo: la sete di ninfee che si genera quando si va a vedere una mostra su Monet è incredibile. Tuttavia, le opere del Marmottant conservano anche altre fotografie di ciò che era quell’incantevole angolo orientaleggiante della sua bella villa di campagna. 

Per soddisfare subito l’appetito delle suddette piante acquatiche, parliamo di queste. Se ne vedono di color latte, con il cuore solare; oppure di rosa acceso, quasi vermiglie. Macchie arruffate su riflessi d’acqua cangianti, che tendono all’azzurro, al verde, e si sfumano di violetto. Bellissime, come è giusto che siano; peccato per l’illuminazione scadente che genera fastidiosi riflessi, laddove la luce dei colori vorrebbe parlare da sé.

Lo stagno delle ninfee

Ora, si può passare al resto. Per rimanere nei pressi del laghetto, abbandonando però le ninfee, ecco la glicine che distende i suo grappoli sul ponticello giapponese. Ci sono ben due tele, che si diffondo in orizzontale, volte a immortalare questo affascinante tripudio di lilla imbianchito. Purtroppo, anche qui, manca lo spazio fisico (per noi poveri spettatori) per poterlo ammirare pienamente. In quanto “impressioni” di natura, occorrerebbe poterle cogliere nel complesso, da una certa distanza (il doppio della diagonale della tela). Dovremmo poter rivedere quel frammento di Giverny con gli occhi dell’artista, che doveva essere immerso pienamente nel suo giardino delle meraviglie. Impossibile farlo in mostra: vi dovrete accontentare di un punto di vista più prossimo, e meno evocativo. 

Il ponte giapponese

Ciò su cui vale la pena soffermarsi (e da una posizione finalmente dignitosa) è l’iris. Avreste mai pensato che ci fossero anche gli iris nel giardino delle ninfee? Di solito, se Monet significa “ninfee”, Van Gogh è immediatamente “iris”. Eppure, anche il nostro Claude coltivava questi fiori dall’eleganza ineccepibile. E ne coltivava, tra le tante, una varietà tutta particolare: l’iris germanica, la sua preferita. Era quella dai petali blu-violetti, con uno sbuffo di bianco. La tela presente in mostra ci regala la sua immagine, colta nell’atto di una danza del fiore, che si avvolge su se stesso, spiccando sullo sfondo malva.

Iris

Con questo ricordo piacevole, potete poi scoprire le innumerevoli versioni dei suoi salici piangenti, che tanto vogliono parlare dei sentimenti del pittore. Nelle loro foglie pendenti, si ritrova la tristezza di Monet, ai tempi in cui i suoi figli erano al fronte, a combattere in guerra. Ancora una volta, è la pittura a dire per lui quello che frasi complesse non saprebbero esprimere. 

Tutto si conclude con una rosa rampicante. E non con una ninfea. La vita stessa del pittore si concluse nell’atto di dipingere una tela con delle rose. È un segno del fatto che, dopo una vita passata a dipingere ninfee, avesse deciso di dedicarsi ad altro. Di dedicarsi al dopo, al cielo, al posto che, presto o tardi, l’avrebbe accolto. Se ci pensate, è proprio così: guardare alle piante acquatiche significava rivolgere lo sguardo in basso, a terra, in direzione del laghetto. Certo, lì, in quello specchio d’acqua, il cielo non mancava: era riflesso sulla superficie. Tuttavia, era, appunto, un riflesso. Una copia. E la sua tela era un’impressione di una copia di cielo. Pareva che non si ritenesse degno di alzare la testa dal giardino, ed elevarsi verso la volta celeste. Tuttavia, al termine della sua esistenza, ecco che, finalmente, ricomparve il cielo. Ma non era più il cielo delle nebbie: era un cielo che faceva da sfondo alle sue rose rampicanti. Era come se i colori e i fiori di Giverny fossero riusciti a uscire dal perimetro del giardino, propendendo verso l’infinito. Era un invito a non preoccuparsi del domani: i suoi fiori lo avrebbero accompagnato per sempre…

Le rose

Questa, almeno, è la mia interpretazione di quell’ultimo roseto arrampicato su una tela di cielo. Un roseto che conclude un viaggio nel profondo di Claude Monet, evidentemente non fatto solo delle solite ninfee.

2 Commenti

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *