L’equilibrio distillato di Villa Falck – uno scorcio di vita borghese tra Classicismo e Novecento

C’era un tempo in cui Villa Falck era abitata. Abitata davvero. Oggi, se ci passate davanti, la vedrete chiusa, silenziosa. Se vi capitasse una di quelle rare occasioni in cui il misterioso proprietario attuale decide di aprirne la porta al pubblico, potreste ammirarne le architetture interne. Ma poco altro. Niente mobilio, né indizi che facciano immaginare come doveva essere vivere lì dentro. Niente profumi, né atmosfera tipica di quello che si potrebbe definire “casa”. Eppure, quelle pareti in calcestruzzo armato, tutte ricoperte di blocchi di ceppo lombardo, furono messe in piedi per accogliere veri personaggi altolocati. 

Se si vuole davvero apprezzare Villa Falck, e dare un senso a quella sua struttura elegante, controversa, e così ricca di complessi pensieri nascosti, bisogna tornare indietro nel tempo. Bisogna abbandonare il presente, e risalire all’epoca in cui fu costruita. 

Anno 1938: poc’anzi l’ingresso in guerra dell’Italia. Anno 1938: quando l’alta borghesia di provincia era scalpitante di abbandonare “il contado”, per spostare la sua bella presenza in città. 

Così come l’allora Biennale (oggi Triennale) si trasferì, nel ’33, da Monza all’attuale sede a due passi dal Castello Sforzesco, lo stesso fecero anche i Falck. La loro villa a Mandello sul Lario, luogo d’origine della famiglia e delle loro ferriere, era ormai troppo stretta. Occorreva rincorrere il progresso, approfittando dello sviluppo delle periferie milanesi, che erano state elette a nuova dimora di industrie e manifatture. La loro produzione doveva giungere a sferragliare anche lì.

Fu così che, in breve tempo, nomi come Sesto San Giovanni, Porta Romana, e Rogoredo (che oggi conosciamo come stazioni della metropolitana), furono connessi alle ferriere Falck. Per quel che riguarda il luogo residenziale, però, il perimetro della città non era neppure da prendere in considerazione…

Il Primo Piano Beruto (piano urbanistico per Milano del 1889) aveva definito chiaramente le linee guida di sviluppo della metropoli. Industrie produttive in periferia, grandi viali alberati al posto dell’anello delle Mura Spagnole, e un immenso parco nell’ex Piazza d’Armi dello Sforzesco. Accanto a quest’ultimo, leggermente spostata rispetto al Foro Bonaparte, nacque Via XX Settembre. L’arteria eletta ad assistere allo sviluppo delle dimore alto-borghesi della Nuova Milano novecentesca. 

Villa Mondadori, venduta un anno fa per circa 20 milioni, dà un’idea di ciò con cui abbiamo a che fare. Tuttavia, le quotazioni finanziarie non sono sufficienti a far apprezzare le architetture e le storie che si sono susseguite tra quei graziosi giardini che avvolgono ancora oggi gli edifici. 

Una casa, senza abitanti e storie che li vedono protagonisti, è soltanto cemento, marmo, e forse mobili. Serve qualcuno che la faccia parlare.

E così, volendo entrare nel cuore di Villa Falck, e capire qualcosa del suo “equilibrio distillato”, vale la pena di raccontare una storia. Una storia verosimile, che potrebbe benissimo essere stata vissuta a quei tempi. I personaggi non saranno proprio gli stessi, ma gli ambienti sì: ed è ciò che più ci interessa.

Dunque, risaliamo il secolo scorso, fino al lontano 1938. Anno di costruzione di Villa Falck. Collochiamoci in un pomeriggio d’ottobre, ancora piuttosto tiepido e soleggiato. Dovendo specificare i protagonisti, avremo a che fare con il signor Giovanni Falck in persona (colui che fece costruire la casa), la sua cuoca e domestica Rosetta (un nome di fantasia per una domestica che certo aveva), e una dei suoi figli. Quest’ultima, che lasceremo senza nome, sarà la nostra attrice. Pensatela come la sorella maggiore del ben noto Giorgio (nato proprio nel 1938), che allora se ne doveva stare quieto quieto nella culla. Pensatela come una bimba curiosa, di neppure dieci anni, che tornava da scuola in quel tiepido pomeriggio ottobrino…

Eccola lì: trotterellava con la cinghia dei libri sotto il braccio, provenendo direttamente dal Parco Sempione. Come il suo solito, dopo aver finito la giornata di scuola, aveva salutato i compagni, e preso per mano la sua compagna di banco, trascinandola fino al cuore dei giardini. Non c’era giornata di sole in cui non si concedessero un po’ di giochi tra gli alberi ormai sul punto di arrossire. Ottobre era il mese perfetto in cui fare merenda dopo le lezioni, cercando le foglie cadute dai colori più sgargianti.

Quel venerdì (sì, era venerdì), si erano concesse anche più della solita mezz’ora di libertà: era tardi, e a casa l’aspettavano. Se il custode non l’avesse vista tornare entro le cinque e mezza, avrebbe certo allertato suo padre. E non era affatto il caso…

Affrettando il passo, sbucò in Via Tamburini, diretta al grande portone del numero 1. Le piaceva molto percorrere la via rasente al muro della sua casa, scorrendo la mano sulle alveolature dei blocchi di cemento. O meglio, come il signor Mino Fiocchi, l’architetto che l’aveva progettata (grande amico del padre), diceva: blocchi di ceppo lombardo. Doveva avere qualcosa di particolare, quel ceppo lombardo, visto che giusto qualche giorno prima le era sembrato di ritrovarlo anche sulle pareti di Palazzo Marino (quello di fronte al teatro La Scala)…

Arrivata al portone, lo guardò, stupendosi come al solito della sua silenziosa imponenza. Casa sua era proprio strana: talvolta sembrava di scorgere dettagli che ricordavano i templi della Grecia Antica (visti sul libro di scuola), ma, poi, le linee minimali e semplificate nascondevano tutto quell’antico fascino. Sperava sempre di tornare a casa, e vedere un bel capitello in Stile Corinzio (quello tutto foglie e fiori) finalmente messo a completare le colonnine della facciata. Tuttavia, era ogni volta delusa: quelle colonnine bianche semplici semplici erano così “semplici”, da non avere nemmeno il capitello…

Si doveva rassegnare: la sua villa, come il signor Fiocchi le ripeteva tutte le volte che lei sollevava l’argomento, era un “equilibrio distillato”. Era un “Classicismo semplificato e attualizzato”. Malgrado capisse ben poco di quei paroloni, era chiaro che non avrebbe mai avuto un capitello corinzio in camera sua…

Giunta nell’atrio, sbirciò nella guardiola del portiere, senza vedere nessuno. Già intuiva dove potesse essere: da buon dormiglione, doveva aver prolungato la sua “pennichella” pomeriadiana un po’ troppo a lungo. Era ora di fargli abbandonare il mondo dei sogni…

In silenzio, entrò nella guardiola, scivolando fino al piano superiore (era una guardiola di lusso, con ben due livelli!). Lì lo trovò, seduto in poltrona, con un libro aperto, appoggiato sulla pancia. Non doveva essere una lettura particolarmente interessante. 

Lentamente, gli diede una scossa, facendolo spaventare per il brusco risveglio. Il portiere era di animo buono, e voleva tanto bene alla pargoletta di casa. Per averlo “riportato all’ordine” la ringraziò con un sorriso, ricevendo la promessa di non far sapere nulla del suo “lungo pisolino” al padre.

La bimba lasciò l’uomo, arrampicandosi fino al primo piano, in direzione della sua cameretta. Appoggiò i libri sulla scrivania; quindi andò a cambiarsi d’abito per la cena. Quella sera, attendevano ospiti: il signor Fiocchi sarebbe stato dei loro. Ci voleva un bel vestitino per l’occasione; ne aveva giusto uno nuovo, che ancora non aveva mai indossato…

Dove poteva essere stato messo? Probabilmente nell’armadio grande, quello “degli abiti importanti”, proprio nella cabina armadio di famiglia. In realtà, definirla semplice “cabina armadio” era riduttivo: era una vera “galleria” con ante di legno molto raffinate, che nascondevano addirittura delle seconde ante trasparenti. Per proteggere gli “abiti importanti”, il signor Fiocchi aveva avuto un’ottima idea!

Quando si fu cambiata, pensò bene di andare a salutare anche il padre, in attesa che venisse l’ora di cena. Non aveva dubbi su dove trovarlo: fino al momento in cui la Rosetta, la domestica, lo chiamava per mangiare, continuava a lavorare immerso nel suo studio. È lì che si diresse, scorgendolo chino sulle scartoffie scritte fitte fitte.

Era il primo giorno dell’anno in cui vedeva il camino dello studio acceso: il padre doveva aver cominciato a sentire freddo. O, forse, voleva solo concedersi il sottofondo dello scoppiettio del fuoco in quel caminetto così curioso. Curioso, per la bimba, lo era perché era posto sotto tre finestre. Si era sempre chiesta dove il signor Fiocchi avesse fatto passare la canna fumaria…

Con questa domanda irrisolta sempre in testa, salutò il padre, e lo lasciò al suo lavoro. Era troppo indaffarato per regalarle una qualche attenzione.

Meglio andare a giocare in terrazza.

Le ultime luci di quel pomeriggio ottobrino le concessero di affacciarsi dalla terrazza del pianterreno, e di riempirsi gli occhi con i colori autunnali degli alberi del giardino. Tra tutti i posti della villa, quello era uno dei suoi preferiti. Lì si vedeva davvero qualche rimando dello stile classico, che tanto le piaceva, in modo un po’ più accentuato. Lì si ammirava anche il giardino, e si giocava con gli amichetti che le facevano visita. 

Soprattutto, però, le piaceva la fontana, e la sua architettura. Proprio in cima alle colonnine che sorgevano ai suoi lati, c’erano due volute che ben rimandavano allo Stile Ionico della Grecia Classica. Quando l’aveva visto sul libro di scuola, era stata così fiera di averne un esempio proprio a casa! Ecco: almeno lì, il signor Fiocchi si era lasciato un po’ andare nel suo “equilibrio distillato”, concedendo qualche rimando classico più accentuato. Il tutto, però, era poi ben ribilanciato da ciò che si vedeva se si alzava lo sguardo fino all’ultimo piano. Lassù, c’era quella che, sempre il signor Fiocchi, le aveva descritto come la tipica “finestra a nastro” di Le Corbusier (un architetto piuttosto famoso del tempo), reinterpretata come fosse una loggia. Qualcosa di molto moderno, ma al contempo “equilibrato” con il passato. 

Risvegliata dai suoi pensieri, la bimba fece caso a un mazzo di rose gialle che erano poggiate accanto alla fontana. Sicuramente erano appena state portate dal fiorista, ed erano lì in attesa di andare a riempire il grande vaso del salotto. Il padre li doveva aver ordinati proprio per fare bella figura con il signor Fiocchi. 

Per capire la loro importanza, basta seguire quello che fece allora la bambina, dirigendosi con il mazzo verso il suddetto salotto. Lì, vi era una meravigliosa finestra scenografica, che apriva sul giardino, con degli infissi pressoché inesistenti. Era la tipica “finestra a quadro”, che aveva visto anche a casa di una sua amica, che abitava nella famosa Casa della Meridiana (un complesso a cui Villa Falck era ispirata). Ebbene, tale scorcio sugli alberi sembrava davvero un dipinto di un pittore impressionista; ancor più, però, poteva lasciare a bocca aperta, se si completava l’opera con un mazzo di fiori poggiato nel vaso sul davanzale. Era quella la destinazione delle rose gialle.

Villa falck Milano

Soddisfatta di aver contribuito a dipingere quel quadro, rimase un attimo in contemplazione. 

Presto, però, un profumino delizioso le solleticò il naso: era quasi pronta la cena.

In attesa che il signor Fiocchi arrivasse, la bimba si diresse verso il suo secondo posto preferito della casa: la cucina. Era un luogo curioso, nascosto nel seminterrato, che si raggiungeva prendendo le scale dell’office (la stanza che faceva da “intermediaria” tra il cibo pronto e la tavola di destinazione per sistemarlo) del pianterreno. Era un luogo curioso, in quanto lì si era lasciato spazio alle tecnologie più moderne e avanguardiste. L’architetto si era concesso solo sotto terra di di lasciar vedere senza pudore i nuovi materiali da costruzione. Se si voleva scorgere il “vetrocemento” (molto innovativo per l’epoca), era in quel posto che bisognava andare a cercare. 

In cucina, dunque, l’equilibrio distillato veniva meno, svelando un luogo con ogni tecnologia più sviluppata, così da massimizzare le capacità della cuoca. Non che ne avesse bisogno: la loro cuoca era brava anche da sé; sarebbe stata in grado di cucinare anche su un fuocherello di legna!

Quella sera, la Rosetta era tutta intenta a rimestare in casseruole e padelle, controllando allo stesso tempo che le pietanze del forno non le scappassero di cottura. Che cosa bolliva in pentola?

La domanda della bimba fu immediata, seguita da una pronta risposta. Quella sera, in onore del signor Fiocchi, e delle sue manie di “equilibrio distillato”, le era stato chiesto un doppio menu, che unisse passato e futuro, semplicità e artificio. 

Primi piatti sarebbero stati la minestra di riso, zucca e latte (tipico piatto del passato contadino della cuoca), e risotto alle fragole e champagne. Il primo, semplice e tradizionale, il secondo sofisticato. 

Poi, tinca in umido come piatto povero, e rombo al forno all’opposto. Infine, persino i dolci erano due contrari in equilibrio, tutti uniti all’insegna del cioccolato. Uno era la cosiddetta “pacetta” (in dialetto), o “torta nera”, o “torta paesana”. Era la torta fatta con gli avanzi di pane secco, e con quel che si trovava in dispensa: latte, biscotti secchi, amaretti, uvette, pinoli, e… cioccolato. Tutto andava bene, purché facesse un bel “pastone” da infornare. Per il palato raffinato del signor Falck (che non l’avrebbe neppure toccata!), invece, c’era la Sacher ad attenderlo. Quella volta, le era venuta proprio bene, come richiedeva la tradizione austriaca. Merito della ricetta segreta, che una sua conoscenza le aveva fatto avere, direttamente dalle cucine del famoso Hotel Sacher d Vienna. 

I presupposti per la cena promettevano grandi cose. Non vedeva l’ora che fosse pronto. 

Per ingannare l’attesa, aspettando che il riso completasse la cottura, la bimba ebbe l’illuminazione di andare a sbirciare come andavano i lavori di quel luogo misterioso accanto alla cucina.

Non aveva ben capito quale potesse essere la sua funzione: era una sorta di camera sotterranea, con le pareti molto robuste, e la porta a tenuta stagna. Gusto pochi giorni prima, aveva visto portare dentro una strana bicicletta senza ruote, che era poi stata collegata a un marchingegno altrettanto strano. Le era stato detto che si trattava di una dinamo, e che serviva a ricaricare la corrente. Che bisogno c’era di pedalare per accendere la luce? Si pagava la bolletta per quello…

La cosa ancora più inspiegabile, però, era il nome con cui il signor Fiocchi aveva chiamato quel luogo. “Bunker”. Che significava?

Il cruccio arrovellato fu interrotto da un suono di campanello: l’ospite atteso doveva essere arrivato.  Il signor Fiocchi non sarebbe potuto giungere in un momento migliore: glielo avrebbe chiesto a cena di persona…

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