G-3F77FHD2CZ

Bucato al profumo di lavanda meneghina

Una delle prime cose a cui pensò la Risolartista, appena tornata in terra milanese dalle vacanze, fu il suo campo di lavanda.

Che cosa doveva aspettarsi? Che cosa poteva essergli successo durante tutta quella estate in cui era stata lontana? Prima di partire, l’aveva affidato alle cure amorevoli della “fantesca” del condominio, la Signora Maria, raccomandandole di trattarlo bene. Chissà se si era almeno ricordata di annaffiarlo di tanto in tanto…

Il suddetto campo di lavanda si merita una degna presentazione. Altrimenti, potrebbe essere difficile immaginarselo nel modo corretto.

Il campo di lavanda della Risolartista risaliva a quella primavera, quando lei e la sua vicina di casa appassionata di piante, la Signora Giovanna, avevano deciso di crearlo. 

Non pensate a un appezzamento di chissà quanti ettari di superficie; si trattava, sì e no, di mezzo metro quadrato di terra. E, per di più, di terra che riempiva una vasca decisamente circoscritta. Insomma, chi non ha fantasia, potrebbe quasi dire che quel campo di lavanda fosse in realtà una coppia di piantine di lavanda trapiantate alla buona in una vasca del giardino condominiale. Nondimeno, l’artista e la sua amica Giovanna (per fortuna) non mancavano di creatività…

Dunque, da semplici piantine di “Lavanda Officinalis”, si erano trasformate in un campo da fare invidia alle colline provenzali. E, se questa all’inizio era solo una convinzione astratta, con i mesi, il sole, e l’acqua che la Signora Maria si era ricordata di dare, era diventata piuttosto concreta. 

Certo, rimaneva un campo di mezzo metro quadrato, ma vantava due cespugli rigogliosi e di notevoli dimensioni. Si poteva dire che l’altezza media di una pianta di lavanda che si rispetti (quasi un metro di lunghezza degli steli) fosse stata più che raggiunta!

Da quest’ultima affermazione, si intuisce come, appena tornata dalle vacanze, la Risolartista avesse trovato una piacevole sorpresa in giardino. Il suo campo di lavanda non era solo vivo e vegeto, ma anche meravigliosamente fiorito e cresciuto. Le gracili piantine che avevano piantato in origine non erano più riconoscibili. Al loro posto, la vasca traboccava di foglioline sottili e vellutate, alternate a lunghissimi gambi argentei. E, poi, al limitare di ognuno di questi, innumerevoli fiorellini violetti facevano da cappelli in forma di spiga, sprigionando il loro caratteristico profumo.

L’invito ad avvicinarsi e gustare quell’aroma era chiaro…

Peccato, che il campo di lavanda fosse al momento occupato! Occupato, e pieno di attività in fermento. Cogliere un fiore era impensabile; al massimo, si poteva tentare di accostare il naso a qualche spiga violetta…

Sempre che non si avesse paura delle api.

Proprio così: il campo di lavanda era diventato luogo abituale di frequentazione delle api del vicinato. Se ancora nessuna aveva deciso di appenderci il suo alveare, era un caso fortunato. Bastava guardare come ronzavano allegre e soddisfatte tra i fiori, per capire quanto si trovassero bene. 

Durante l’estate, senza nessun condomino in giro, dato che tutti erano al mare, il campo di lavanda era rimasto molto tranquillo. La Signora Maria (che ricordo essere la fantesca della casa), infatti, era così pittoresca da essere considerata uno spirito campestre quanto le api. Evidentemente, trovarla di tanto in tanto ad annaffiare la vasca non era per loro un problema. 

Con tutta quella calma agostana, le signore api avevano potuto colonizzare indisturbate i cespugli di lavanda, rendendolo il loro nuovo posto preferito del giardino. 

Si sa che, tra i fiori prediletti da questi insetti a strisce, la lavanda primeggia come pochi. Di conseguenza, avendo a disposizione un campo tranquillo e rigoglioso, è facile capire come non avessero esitato ad appropriarsene. 

Viene ora spontanea la domanda riguardo “come” se ne fossero appropriati. Se vi foste trovati nei panni della Risolartista in quel momento, mentre osservava incuriosita il campo per lei inaccessibile, avreste avuto subito la risposta. 

La prima cosa che si notava, appena giunti nei pressi dei cespugli, erano delle macchie variopinte che comparivano qua e là tra gli steli. Avvicinandosi, tali macchie si delineavano meglio, rivelandosi essere vestiti e biancheria per api. 

Era chiaro che le signore api del vicinato avevano pensato bene di sfruttare il campo di lavanda per stendere il loro bucato! 

C’erano magliette, gonnelline, fazzoletti e calzini; poi ancora mutande, pantaloni e camicette. Tutti colorati, tutti a misura di ape, tutti che si rincorrevano sui fili tirati tra i gambi. Ripercorrendo tali fili, si arrivava alle estremità, che erano saldamente affrancate (con tanto di molletta) alla base delle spighe di fiori. In quel modo, i vestiti potevano asciugare al sole, immersi nell’aroma della lavanda. Chissà come dovevano essere profumati alla fine…

Mentre le signore api “casalinghe” si dedicavano al bucato, la squadra delle operaie gironzolava intorno alle estremità delle spighe, facendo incetta di nettare. La loro organizzazione avrebbe fatto invidia a qualsiasi “fabbrichetta” dei dintorni milanesi. 

Ognuna era incaricata di raccogliere il polline in una determinata area dei cespugli. Ognuna aveva il suo bel cestino in cui mettere quello che non riusciva a trattenere dopo averlo succhiato. In questo modo, non doveva ritornare chissà quante volte sullo stesso fiore, ma poteva fare un solo viaggio e risparmiare tempo e fatica. 

Finito il turno di lavoro, un pulmino “aziendale” (… dell’azienda in cui erano impiegate le suddette operaie) le caricava tutte insieme, con i loro cestini appresso, per portarle all’alveare. Lì, avrebbero cominciato la fase della trasformazione del polline in miele. 

Ammirando tutta quell’operosità, la Risolartista non poteva che sperare di avere l’occasione di assaggiare quel capolavoro zuccherino in forma di miele di lavanda che sarebbe venuto fuori. 

Una cosa assai curiosa della scenetta, era il fatto che, malgrado la presenza dell’umana a pochi passi, nessun’ape sembrava essersi accorta di lei. In realtà, tutte l’avevano vista, e anche per benino; tuttavia, non avevano ritenuto che fosse necessaria alcun’azione difensiva.

La Risolartista era amica delle api, e da amica veniva da loro trattata. Probabilmente non ci aveva mai fatto troppo caso, ma non era la prima volta che si ritrovava a passare vicino a quella colonia di api. Anzi, seppur inconsapevolmente, le aveva già aiutate molte volte.

Le aveva aiutate nel piantare rosmarino, salvia e lavanda sul suo terrazzino al sesto piano. Le aveva aiutate convincendo il condominio ad accettare la creazione di quel campo di lavanda in giardino, che era stato messo accanto a un ulteriore cespuglio di rosmarino. Tutte queste piantine, infatti, erano tra le varietà predilette dalle care api, e regalavano loro squisiti spuntini quotidiani. Avere qualche fiore in più con cui banchettare era gran cosa, vista la scarsità di verde di loro gradimento nei dintorni metropolitani…

Dunque, per gli insettini a strisce in questione, avere la Risolartista tra loro nel campo di lavanda era solo un piacere! Era merito suo, in fondo, se avevano trovato quel posticino tanto gradevole in cui stare.

Dopo un po’, vedendo che la ragazzina non se ne andava, ma continuava a osservarle curiosa, un’ape si fece coraggio e si rivolse a lei. Le sembrava brutto non dire nulla, e fingere di non notarla neppure; soprattutto visto che ognuna di loro si sentiva implicitamente in debito con quell’artista benefattrice.

Così, la salutò, e la invitò ad avvicinarsi ancora di più, per sentire meglio il profumo della lavanda. La Risolartista rispose allegra, solo minimamente stupita che un’ape si fosse messa a parlare con lei. Da personaggio pittoresco quale era, aveva ormai fatto l’abitudine ad avere a che fare con simili situazioni curiose…

Accogliendo l’invito, infilò il nasino nel cespuglio, respirando a pieni polmoni quell’aroma che le ricordava infinitamente la Provenza. Le ricordava quei campi violetti sterminati, quelle colline ordinate, nell’entroterra della Costa Azzurra, a due passi dal mare. Le ricordava le essenze alla lavanda in boccetta, e quei sacchettini ricamati a mano, ripieni di fiorellini, che le signore del posto vendevano ai turisti. 

Fu in quel momento che al suo spirito d’artista venne un’idea. 

Voleva fare anche lei, come quelle artigiane provenzali, che riempivano i sacchettini di lavanda, per poi profumarci le stanze di casa e la biancheria. Voleva creare anche lei tanti deliziosi piccoli scrigni di tessuto, per contenere quei chicchi di aroma concentrato dalle tinte violette. Sarebbe stato il modo perfetto per conservare il ricordo del suo campo di lavanda cittadino anche durante l’inverno. Di più: se lo sarebbe ritrovato addosso a ogni cambio di maglietta, presa pulita dall’armadio. 

Per poter realizzare tutto ciò, però, aveva bisogno dei fiori. Qualcuna di quelle spighe profumate era essenziale. 

Confidando nella benevolenza delle api, che sembravano decisamente in debito con lei per il campo di lavanda, chiese loro di poter raccogliere qualche ciuffo. Queste, sentita l’interessante motivazione artistica della domanda, non seppero dire di no. Anzi, chiesero anche di poter avere uno di quei sacchettini per loro, da mettere nel loro alveare come profumatore per ambienti! 

L’unico problemino era che, prima di poter raccogliere la lavanda, era necessario ritirare il bucato. E il bucato, appena steso, non era certo asciutto. Di conseguenza, la raccolta fu rimandata al giorno successivo, permettendo alle api di godersi quel campo di lavanda così rigoglioso ancora per un  po’…

Api fiaba bucato

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *