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Costruendo una Torre degli Sciri di sottofiletto e ortaggi

Gatto cuoco illustrazione

Quella sera, il menù della cena per la comunità dei Gatti di San Feliciano prevedeva la carne.

Per quanto sia risaputo che i felini si nutrano soprattutto di pesce, in realtà, anche qualche bocconcino di manzo o di vitello non verrebbe mai rifiutato. Purché sia tenero e saporito, ovviamente. E che non sia la “solita bistecchina ai ferri”…

I Gatti sanfelicianesi, giusto a proposito, non ne potevano più di “bistecchine ai ferri” per cena. Le prime volte erano accettabili, ma, dopo averne mangiate tutte le settimane per mesi e mesi, solo l’idea li nauseava. Piuttosto che sorbirsi un’altra bistecca, avrebbero volentieri fatto un giro nel bidone della spazzatura del paese.

Per carità! Tutte le volte che il Gatto Cappelletto sentiva simili propositi da parte di qualche suo compare, si metteva sul piede di guerra come se dovesse intraprendere una battaglia napoleonica. Non solo ci rimaneva molto male, visto che era lui stesso a cucinare ogni giorno per la comunità dei Gatti, ma temeva anche per la loro salute. Non faceva bene alle loro pancine andare a rovistare tra i rifiuti avariati! 

Quella sera, dunque, era il caso di non riproporre affatto la “solita bistecchina ai ferri”…

Vi chiederete probabilmente quale fosse il problema con questa povera bistecchina, oltre al fatto che fosse un po’ troppo ricorrente nel menù felino. 

Qui, bisogna ammettere che il Gatto Cappelletto era un cuoco provetto con i suoi piatti forti della tradizione locale, ma aveva anche i suoi punti deboli. Lui stesso ha acconsentito a rivelare che le sue bistecchine a volte (…molte volte) risultavano un tantino durette. Non molto distanti da una suola di scarpa, ecco.

Il motivo era la sua scarsa competenza in materia di bistecchine ai ferri. Tale piatto, apparentemente semplice, non rientrava nei ricettari che aveva studiato e ristudiato. Nei dintorni del Trasimeno, la carne era soprattutto sotto forma di spiedini, tagliate e arrosti con intingoli succulenti. La bistecchina ai ferri, invece, era più roba milanese.

La sua ricetta (più che ricetta, è una semplice tecnica di cottura) proveniva proprio dagli appunti della Nonna Ginia, che la Risolartista aveva portato all’amico gatto. 

Quando questo l’aveva letta la prima volta, gli era sembrata così semplice e rapida da fare, che subito l’aveva resa il piatto di carne “salva-cena” da proporre e riproporre alla comunità felina.

Infatti, non dovete pensare che il Gatto Cappelletto avesse sempre tutto il giorno per stare a cucinare. Spesso, arrivava così tirato con i tempi, da dover ricorrere a preparazioni velocissime. Se non voleva lasciare i gatti a bocca asciutta (e farli rovistare nei bidoni), era necessario che, alle otto e trenta di sera, qualcosa comparisse sulla loro tavola. In un modo, o nell’altro.

Motivo per cui, la quasi totalità dei giorni in cui il menù prevedeva “carne”, si riduceva a cucinare la bistecchina ai ferri. 

Chissà come mai, ma quei giorni di “carne” erano sempre quelli in cui si trovava più indaffarato. Sentiva battere le sette e mezza dall’orologio del paese (come al solito in ritardo), e si rendeva conto che erano già le sette… e quaranta passate! Abbandonava allora ciò che stava facendo, correva dal macellaio, il Signor Scarchini, e si faceva affettare una montagna di bistecchine al volo. Poi, scaldava la padella, e buttava le bistecchine sul fuoco una alla volta, cuocendole approssimativamente su entrambi i lati.

Il risultato, come è facile immaginare, non era da ristorante stellato. Tutto dipendeva dalla fortuna che aveva il gatto commensale. C’era chi se la ritrovava cotta giusta, e ancora calda, in quanto era una delle ultime bistecchine passate in padella. C’era chi, invece, doveva sorbirsi una di quelle suole di scarpa cotte almeno una mezz’ora prima. Dire che erano “durette” sarebbe stato un complimento…

Da tutto ciò, si capisce bene perché quella sera i gatti non volessero l’ennesima “bistecchina ai ferri” per cena. Nessuno avrebbe mai incolpato il Gatto Cappelletto (che anzi ringraziavano sempre per il suo servizio di cuoco); semplicemente, avrebbero volentieri optato per il bidone dei rifiuti…

Il Gatto Cuoco, però, era determinato ad avere tutta la comunità felina a tavola anche quel giorno. Voleva riconquistare la loro fiducia nell’accettare il suo invito a cena anche quando sul menù compariva la fatidica parola “carne”.

Certo, non poteva sperare di portare in tavola la pluricitata bistecchina. Nessuno la poteva più nemmeno sentir pronunciare. Era necessario inventarsi qualcosa di nuovo, e decisamente più invitante. 

Per farsi venire l’ispirazione giusta, il Gatto Cappelletto pensò bene di cambiare aria (e di cambiare macellaio), facendosi un giro nella “Turrita” Perugia (chiamata così per le molte torri che aveva in tempi medievali).

Giunto tra le strade del centro, cominciò a gironzolare, curiosando tra le vetrine dei negozi, e leggiucchiando qua e là i menù dei ristoranti. Niente che lo colpisse particolarmente… tutti proponevano, bene o male, le solite ricette. Per stupire i suoi gatti sanfelicianesi, però, occorreva qualcosa di davvero speciale. Un banale spiedino ai ferri sarebbe stato preso come la versione aggiornata della ben nota bistecchina: una suola di scarpa infilzata su uno stecchino di legno. 

Già li sentiva miagolare tra loro dicendo che avrebbero iniziato a ritrovarsi spiedini ogni settimana, e che la volta successiva avrebbero volentieri preferito andare a cercare di meglio nel bidone…

Niente spiedini, dunque.

E nemmeno porchetta.

E neppure salsicce.

Cosa cucinare?

Era andato fino alla “Turrita” Perugia per avere un’ispirazione artistica, e non poteva ritornare a casa a mani vuote (o peggio, con le zampe piene di bistecchine…). 

Per fortuna, mentre sgambettava in discesa per la ripida Via dei Priori, l’idea giunse. Giunse giusto ai piedi di una torre… una torre che ben giustificava il nome “Turrita” della suddetta città.

Si può dire che il merito della ricetta che illuminò la mente del gatto fosse proprio da ricondurre alla torre. 

Solo una torre speciale poteva ispirare un piatto di carne altrettanto speciale.

La torre in questione, era la celebre Torre degli Sciri, che troneggiava circa a metà della Via dei Priori. 

Il Gatto Cappelletto, da felino autoctono, conosceva bene quell’imponente edificio, e l’aveva sempre ammirato per la sua maestosità, quanto per il fatto che fosse l’unico grande superstite di quel popolo di torri che aveva affollato la “Turrita” Perugia nel passato. Ogni volta che ci passava accanto, gli trasmetteva un qualcosa di speciale; gli trasmetteva un influsso a metà tra il sapore dei tempi medievali, e l’ardore del costruttore che l’aveva eretta.

Certo, a guardarla bene, in tutti i suoi 46 metri di altezza, pareva proprio un capolavoro di opera fatta da parte di chissà quale personaggio del passato. Se era riuscita a sopravvivere a tutti quei secoli, significava che l’artefice aveva fatto un ottimo lavoro.

Per quanto avesse sempre cercato qualche informazione in più sul costruttore, il gatto non aveva mai trovato granché. Sapeva che la torre risaliva al 1200, ed era in origine della potentissima famiglia degli Oddi. Poi, circa duecento anni dopo, essa era passata alla famiglia degli Sciri, da cui aveva preso il nome rimasto tale fino a oggi.

L’edificio, in tutta la sua grandezza, svolgeva bene il suo compito di simbolo del prestigio dei possessori. Svettava imperante su tutti i tetti attorno, ed era inconfondibile nella sua forma squadrata ed essenziale.

Fosse stato così “maestoso” anche il suo piatto di carne di quella sera, nessun gatto avrebbe più rifiutato l’invito a cena nei giorni di “carne”…

A pensarci bene, il rendere “maestoso” il piatto dipendeva tutto dallo chef. Se lo chef era abile quanto lo era stato il costruttore della torre perugina, certo i commensali avrebbero apprezzato. Se voleva avere successo, doveva adottare nel campo culinario la stessa maestria che aveva portato a erigere quella meravigliosa costruzione. Come semplici mattoni tutti uguali potevano essere assemblati ad arte, così anche banali bocconcini di carne potevano trasformarsi in una composizione succulenta…

Fu così che il Gatto Cappelletto abbandonò la Torre degli Sciri, correndo a mettersi in fila dal macellaio. 

Finalmente aveva in mente la ricetta giusta!

Mentre attendeva il suo turno nel piccolo negozio del Signor Rinaldo, accanto alla Chiesa del Gesù, finì di pensare a tutti i dettagli del piatto. L’atmosfera familiare della macelleria (luogo di rifornimenti di carne storico della famiglia della Risolartista) conciliava la meditazione, contribuendo con il suo bancone pieno di tagli di ogni tipo. 

Sicuramente, quella volta non si sarebbe fatto tagliare le solite fettine per la bistecchina ai ferri. Piuttosto, aveva bisogno di un bel pezzo di sottofiletto di manzo, tenero e compatto. 

Quando Cappelletto espresse il suo desiderio di un sottofiletto tagliato a cubetti, sufficiente per sfamare una comunità intera di gatti, il commesso arricciò le sopracciglia stupito. Era l’ordine più strano che avesse mai ricevuto…

Bastò un commento del suo collega, e il suddetto commesso eseguì gli ordini del cliente felino, come se non fosse successo nulla di strano.

Dovete sapere che il Gatto Cappelletto era un cliente fidato della macelleria Del Signor Rinaldo e ne conosceva bene il proprietario, che più volte aveva soddisfatto le sue richieste a misura di comunità di gatti. Tutte le volte che si trovava a Perugia a fare la spesa, infatti, non mancava mai di farci una puntatina…

Se capitavano i commessi storici, questi non si stupivano più di nulla: erano anni ormai, che vendevano al gatto chili e chili di bistecchine da fare ai ferri. Quando, invece, toccava a un nuovo arrivato di fare il servizio, era assai facile che questi non credesse alle sue orecchie davanti a certe curiose richieste!

Quella volta, però, ci pensò il Signor Rinaldo stesso a sistemare la cosa, curandosi personalmente che i cubetti di sottofiletto fossero tagliati perfetti. Il Gatto Cappelletto, a differenza delle solite bistecchine ordinate al volo, sembrava molto premuroso di avere una carne perfetta.

“Mi tagli il sottofiletto a mattoncini ben regolari”, aveva detto. Curiosa richiesta… che cosa avrebbe voluto farne?

Per scoprire cosa avesse escogitato per la cena di quella sera, avreste dovuto dare un occhio a ciò che aveva scritto sulla lavagnetta appesa fuori dalla sua casa sanfelicianese. Tale lavagnetta, infatti, era il mezzo con cui comunicava ai gatti che cosa si sarebbero ritrovati nel piatto il giorno stesso.

Con l’incredulità di tutta la comunità, non compariva scritta alcuna “bistecchina ai ferri”. Nessuna traccia della solita suola di scarpa che nessuno voleva più…

Al suo posto, troneggiavano le lettere che componevano il nome misterioso piatto “Torre degli Sciri di sottofiletto e ortaggi misti”. 

Che cosa poteva significare tutto questo? I gatti se lo chiedevano incuriositi.

Così incuriositi, che, quella sera, nessuno mancò all’appello a tavola. Nessuno preferì il bidone dei rifiuti a quel misterioso piatto di carne che il Gatto Cuoco prometteva di servire. 

Come spesso accade, l’aria di novità fece venire l’acquolina in bocca anche ai più restii ad abbandonare la propria posizione. La tentazione di scoprire cosa fosse il sostituto della bistecchina ai ferri era troppo forte…

A nessuno dei gatti fu concesso di accedere alla cucina, mentre Cappelletto si dava alla preparazione. Tuttavia, voi lettori avete il privilegio di sentirvi raccontare uno scorcio della scena.

Immaginatevi il costruttore della Torre degli Sciri, tramutato in cuoco dall’aspetto felino. Immaginatevi la cura nel selezionare ogni mattone, e nel disporre tutto a regola d’arte, pena il crollo dell’intera struttura.

Ecco: il Gatto Cappelletto, nel suo preparare il piatto di carne del giorno, mostrava pari attenzione e diligenza. Prima rifilò per bene ogni cubetto di sottofiletto, poi tagliò zucchine, carote e melanzane a mattoncini di pari dimensioni. 

Ottenuti tutti i pezzi della sua torre, si mise a rosolarli per benino in padella, con uno sbuffo di vino rosso, e qualche aroma segreto. Quando tutto era colorito e dall’aspetto succulento, prese un enorme piatto da portata, e cominciò la costruzione.

Mattone su mattone, venne su la grande Torre degli Sciri fatta di carne e verdure. Mattone su mattone, venne su un capolavoro di piatto. A stento lo si sarebbe definito un “piatto di carne”. Piuttosto, sembrava un’edificio imperioso degno di comparire tra le torri della “Turrita” Perugia. Non rappresentava il prestigio del nobile proprietario, bensì quello del gatto cuoco che l’aveva cucinata!

Mentre ancora fumava, liberando il suo profumino stuzzicante, la Torre degli Sciri fu portata in tavola. 

La comunità dei gatti rimase senza parole. Non un miagolio di dubbio o disapprovazione galleggiava nell’aria. 

Quello sì, che era un piatto di carne degno di tal nome. Quella sì, che era una cena da leccarsi i baffi. E da leccarseli anche due volte! Avevano fatto proprio bene a fidarsi del loro cuoco felino, rinunciando alla tentazione dei bidoni.

Come è facile credere, di quella Torre degli Sciri non rimase neppure un mattone. Anzi: già c’era chi si chiedeva quanto tempo avrebbero dovuto attendere, prima che il costruttore ne mettessero in piedi un’altra…

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