Un ciondolo incantato per l’artista

Carrozza zucca fiaba

Di lì a poco, il diciannove di agosto, sarebbe stato il mezzo-compleanno della Risolartista. I suoi amici gatti sanfelicianesi, con l’aggiunta del Bassetto Leccino, volevano farle un regalo per l’occasione. 

Doveva essere un regalo speciale. Doveva essere un regalo degno di un’artista dallo spirito etrusco. Doveva essere un regalo che le facesse ricordare il Trasimeno, e tutti i suoi abitanti (umani e non), ogni volta che lo guardasse.

Decidere in che cosa far consistere tale regalo, però, non era affatto semplice. Soprattutto dal punto di vista di un gatto. 

Fosse stato per il Gatto Grifolatte, le avrebbe regalato volentieri una fornitura annuale di latte Grifo a lunga conservazione. In questo modo, avrebbe potuto fare tutte le mattine il risolatte con il latte delle mucche perugine.

Fosse stato, invece, per il Gatto Cappelletto, l’idea migliore era un manuale di cucina in dialetto sanfelicianese, pieno di tutti i piatti della cucina locale. Dal famoso “Tegamaccio”, alla “Carpa Regina in Porchetta”; così avrebbe potuto cucinarsi i pesci di lago anche a Milano, seguendo le ricette originali. 

La Gatta Ittica aveva una visione ancora diversa. Per lei, il regalo ideale erano barattoli su barattoli di latterini e persico reale sott’olio, che si sarebbero conservati per tutto l’inverno. 

Già da queste tre idee citate, potete ben capire come la decisione fosse molto ardua e ingarbugliata. Tuttavia, andava pur presa. 

Per cercare una conclusione umanamente (e non “felinamente”) sensata, la comunità dei Gatti di San Feliciano decise di riunirsi al porto, organizzando un vero e proprio “consiglio” di paese.

Il Bassetto Leccino, unico cane ammesso, presiedeva la riunione, facendo da giudice imparziale. Aveva il compito di vagliare le proposte dei gatti, sottoponendole al suo punto di vista decisamente più vicino a quello di un umano. Se è risaputo che il cane è il migliore amico dell’uomo, significa che è anche capace di conoscerne meglio i desideri e le preferenze…

Le prime tre proposte già menzionate furono espresse… e bocciate! Il Babbo Antonello non sarebbe mai riuscito a portare a Milano nella loro macchinina né latte a lunga conservazione per un anno, né tantomeno chili e chili di pesciolini sott’olio. Il ricettario in dialetto sarebbe stato già più trasportabile, ma decisamente poco utile: le pescherie milanesi non vendevano le carpe regine, e tradurre i procedimenti dal perugino (per chi, come la Risolartista, non lo sapeva affatto) era piuttosto complesso.

Le altre idee che vennero fuori dalle menti feline erano una più improponibile dell’altra: niente che potesse essere concretamente realizzabile, o che potesse far piacevole a un non-gatto.

Finché, al Bassetto Leccino non venne un’ispirazione. E si rivelò essere l’ispirazione adatta al mezzo-compleanno di un’artista…

Perché anche voi la possiate apprezzare a pieno, però, c’è bisogno di creare un po’ di contesto. È infatti difficile che molti di voi conoscano la storia e i misteri del Castello di Zocco.

Per quel che riguarda la sua fama di avamposto difensivo del territorio lacustre, vi rimando a un prossimo racconto. Non è ciò che qui ci interessa. 

Piuttosto, è bene sapere del passato artistico e spirituale, per non dire incantato, che tale luogo possiede.

Il Castello di Zocco fu costruito intorno al 1274, accanto a un’antico convento francescano, con chiesetta annessa. Se in origine essa era dedicata alla Madonna, divenne poi presto nota come la “Chiesa di San Macario”. 

Poco prima della nascita del castello, a quanto si dice, una certa Donna Elena di Betto Cecco volle risistemare la suddetta chiesina originaria, ampliandola e arricchendola per testimoniare la sua devozione. Fino a non molto tempo fa, si poteva vedere, incisa su una parete, una scritta che riportava il suo nome in qualità di committente. Di certo, doveva essere una dama ricca e importante…

Sta di fatto, che tale chiesetta divenne la Chiesa di San Macario, con tanto di ritratto del santo realizzato dall’artista perugino Maestro Anton Maria nel 1294. Oggi ne potreste vedere forse i resti, come potreste anche vedere i resti… del resto. 

Il Castello di Zocco, infatti, con il passare dei secoli, perse di importanza, trasformandosi in villaggio di pescatori e poi in comunità di contadini. Infine, circa cinquant’anni fa, ciò che il tempo non aveva cancellato, fu distrutto da mani umane, che pensarono bene di prenderne “qualche pezzetto” da reimpiegare come materiale da costruzione.

Triste fine, per un simile castello in riva al Trasimeno…

Sentimentalismi a parte, il Castello di Zocco rimaneva un posto misterioso e incantato. Pochi umani lo sapevano (in quanto i suoi ruderi non erano visitabili), ma le sue stanze racchiudevano segreti con qualcosa di magico.

Il merito di ciò, forse, era da ricondurre a certi spiriti di antichi personaggi, che ancora si aggiravano per corridoi e rovine. 

Quanto state per leggere, è ancora oggi ignoto ai comuni abitanti locali: viene tutto dai racconti dei gatti (e dei cani), che hanno gentilmente concesso di svelare qualche particolare…

Ebbene, si miagola che Donna Elena in primis, e il Maestro Anton Maria dopo, avessero lasciato un segno nel castello. La prima, aveva fama di essere una dama molto raffinata, amante dei gioielli e delle opere di oreficeria. Il secondo, oltre che pittore, pareva fosse anche un abilissimo artigiano.

Proprio per questo era stato accolto alla corte, con l’incarico di creare manufatti preziosi per Donna Elena e il suo entourage di conoscenze. 

Si dice perfino che, per un certo periodo, il Castello di Zocco fosse stato rinomato per i monili che venivano sfornati dalla bottega che l’artista aveva aperto nel cortile dell’edificio.

Dovete dunque immaginarvi che i nobili lacustri facessero la fila per farsi realizzare su misura gioielli e suppellettili dal Maestro Anton Maria. Un po’ tutti, nei dintorni, se ne dovevano andare in giro sfoggiando diademi e bracciali ricchi di pietre e brillanti.

Tutta questa produzione sarebbe potuto continuare, se il corso della storia non avesse deciso diversamente.

Come spesso accade, i cambiamenti di gusti e la decadenza della nobiltà portarono a seppellire nei secoli tali capolavori di oreficeria.

Tuttavia, qualcosa era rimasto. Qualcosa era riuscito a sopravvivere negli anni, grazie, forse, all’aura protettrice di San Macario, il santo a cui la chiesetta era dedicata. Donna Elena, probabilmente, aveva capito che il tempo rischiava di distruggere tutta quell’arte che il suo Maestro Anton Maria aveva saputo creare. Perciò, aveva pensato di invocare il Santo, chiedendo la sua protezione.

Tant’è, che, quasi ottocento anni dopo, ancora l’anima dell’artista di corte si aggirava tra le rovine del Castello.

Non solo si aggirava, ma portava anche avanti la sua attività di artigiano…

In terra etrusca, e con San Macario a infondere la sua influenza mistica, potevano accadere anche cose altrove impensabili. Gli stranieri dovrebbero farci l’abitudine: le rive del Trasimeno sono piene di segreti misteriosi, per non dire… di magia!

Magia buona, per fortuna. Magia pittoresca, come quella che faceva sì che la bottega del Maestro Anton Maria fosse ancora in (quasi) piena attività. 

Certo, non ci si deve aspettare che fosse operativa dalle otto del mattino alle cinque di sera, come una normale bottega moderna richiederebbe. Per poter usufruire dei suoi servigi, occorreva portare in loco tutto il materiale necessario, e lasciare che l’artigiano lavorasse durante la notte. Gli spiriti non sono gente che si sveglia presto al mattino; piuttosto, prediligono le ore notturne per mettersi all’opera.

Malgrado queste abitudini insolite, il Maestro Anton Maria era rimasto abile quanto lo era secoli e secoli prima. I suoi gioielli (per i pochi clienti a cui era stata concessa la sua conoscenza) erano pezzi da museo. Incantevoli, scintillanti, e dallo stile raffinato, quanto unico. Se tali creazioni fossero cadute nelle mani dei giusti commercianti, avrebbero fatto una fortuna mondiale.

Tuttavia, rimanevano un lusso per una ristrettissima cerchia. E questo era parte integrante del loro valore. Valore che, come si diceva, non era solo estetico, ma anche magico. 

Pareva, infatti, che i suoi gioielli permettessero di fare sogni speciali, così belli e realistici da sembrare veri. C’è chi affermava di essere riuscito a fare dieci volte il giro del Lago in sella a un capriolo, strofinando il proprio anello prima di andare a dormire. C’è anche ci ricordava con delizia la sua nottata, passata a banchettare con torta al testo e pecorini vari, dopo aver lasciato il proprio fermacarte d’oro sul comodino.

Insomma, capite bene come un gioiello realizzato dalle mani di Maestro Anton Maria era il regalo perfetto per il mezzo-compleanno della Risolartista.

Fu Leccino, come già detto, ad avere questa brillante idea. Da assiduo frequentatore del Castello di Zocco (visto che ci abitava…), conosceva bene ciò che avveniva nella vecchia bottega diroccata durante certe notti. 

Appena propose di regalare all’amica artista un bel ciondolo da mettere al collo, tutti i gatti miagolarono in coro la loro approvazione. Quella sì, che era una trovata pittorescamente adatta a lei!

Scelto il regalo, però, c’era tutta un’altra lunga serie di cose da decidere e da trovare.

In primo luogo, bisognava pensare al soggetto: che forma dare al gioiello? Il Maestro avrebbe avuto bisogno di qualche linea guida chiara, per poter creare qualcosa di davvero soddisfacente.

Questa volta toccò al Gatto Cappelletto l’intuizione geniale: una zucca. La Risolartista, infatti, aveva passato metà della sua estate immersa tra i campi di zucche delle sue amiche contadine più che contadine. Di certo, se si fosse ritrovata una zucchetta dorata tra le mani, avrebbe subito ripensato al Lago, e alle sue avventure vissute laggiù. 

Il ragionamento non faceva una piega.

La Gatta Ittica, poi, propose anche un’altra cosa decisamente indovinata: piuttosto che una semplice “zucca”, sarebbe stata meglio una “carrozza a zucca”. Molto più fiabesca e pittoresca di un banale ortaggio. E poi, chissà che, con quel ciondolo al collo, l’artista non avrebbe potuto sognare di essere trasportata con quella carrozza tutt’attorno al Lago!

L’idea era magnifica, e fu approvata all’unanimità felina.

Infine, il Gatto Grifolatte, specificò meglio l’aspetto che avrebbe avuto il ciondolo. Ci sarebbe stata la zucca-carrozza, ma anche una piccola bacchetta magica accanto, per dare un tocco ancora più magico e creativo al tutto. E, poi, perché non appendere entrambi a una spilla da balia d’oro, da incatenare con la maglia della collanina? Anche questo tocco artistico parve a tutti particolarmente adatto alla Risolartista; un semplice ciondolo sarebbe stato per lei riduttivo.

Definito il progetto, Leccino si impegnò a disegnarlo su un pezzo di carta, che avrebbe consegnato la sera stessa al Maestro Anton Maria.

Il primo nodo era sciolto, ma rimanevano i materiali per il lavoro. 

Dovete sapere che, l’artigiano in questione, era anche abilissimo a trasformare certi oggetti in oro e pietre preziose. Dunque, per avere indietro il proprio gioiello, non serviva fornirgli pepite d’oro o diamanti grezzi. Serviva, invece, ciò che era caro o apprezzato dal destinatario. Mi spiego meglio: se si voleva regalare un anello pieno di rose a una bella signora, bastava reperire i boccioli migliori che si potessero trovare nei dintorni. Al resto, ci avrebbe pensato l’estro pittoresco del Maestro. 

Di conseguenza, per il ciondolo della Risolartista servivano fondamentalmente solo una zucca e una spilla da balia. In aggiunta, se si voleva anche dare qualche dettaglio sull’animale che avrebbe fatto da trasportatore del cocchio, occorrevano un crine di cavallo, o qualcosa di simile.

Il Gatto Cappelletto fu presto incaricato di andare a prendere una bella zucca nell’orto dei Verdi Orizzonti. Visto l’obiettivo di oreficeria, serviva una zucca dalla forma ineccepibile, e sufficientemente degna di trasformarsi in carrozza. Le Zucche Hokkaido, in questo caso, non erano adatte: la loro forma a cipolla era ben lontana dall’obiettivo. Piuttosto, era meglio scegliere una delle cosiddette “zucche poltrone”, ossia quelle tutte a spicchi, spruzzate di verde, e con la cappella schiacciata. 

Scelta la zucca migliore, questa fu portata al Castello, insieme alla spilla da balia. 

Era ormai quasi sera, e non c’era più tempo da perdere… l’indomani sarebbe stato il mezzo-compleanno della Risolartista, e al  Maestro attendeva una nottata intera di lavoro.

Purtroppo, nessun gatto era riuscito a staccare nemmeno un crine ai cavalli della zona (non che ce ne fossero molti a disposizione…). Si scelse, perciò, di optare su un’alternativa molto “alternativa”, ma altrettanto pittoresca da poter piacere alla destinataria.

Vi basti sapere che, quella notte, l’orafo si trovò a lavorare con una zucca poltrona, una spilla da balia… e una piuma di fagiano selvatico!

Cosa successe nella bottega del Castello di Zocco quella notte nessuno lo sa. Nemmeno al Bassetto fu concesso di dormire in loco per tutta la durata della lavorazione.

Sta di fatto che, la mattina seguente, un bel pacchettino con tanto di fiocco comparve davanti alla porta di ingresso della bottega: il Maestro Anton Maria aveva compiuto la sua opera.

Non restava che consegnare il regalo alla destinataria.

All’ora di colazione, una folla di gatti, capitanata da Leccino, si mise a miagolare “tanti auguri di mezzo-compleanno” sotto la finestra della cucina della Risolartista. 

Appena questa si accorse della melodia (pur di farli smettere per il bene della quiete paesana), corse giù a vedere che cosa fosse.

Quando vide gli amici che le porgevano il regalo, non resistette alla tentazione, e lo scartò immediatamente.

I suoi occhioni blu d’artista si commossero per ciò che vi trovò all’interno. 

Un piccolo ciondolo a forma di spilla da balia, con appesa una zucca-carrozza e una bacchetta, scintillava alla luce del sole. Scintillava d’oro rosato, e di pietruzze che sfumavano dal rubino all’ametista, a seconda del riflesso della luce.

Era davvero meraviglioso.

Pittoresco.

Fiabesco.

Di più: era magico. 

La sua magia si rivelò giusto giusto quella notte, quando l’artista andò a letto, strofinando il ciondolo a zucca prima di addormentarsi, come il Bassetto le aveva suggerito. 

Dal momento in cui si fu addormentata, fino al giorno seguente, fece uno dei sogni più belli che potesse desiderare. Sognò di volare sulla superficie del Trasimeno a bordo della sua zucca-carrozza, trainata da un fagiano selvatico dalle piume variopinte. Sognò di arrivare fino all’Isola Polvese, di esplorarla da cima a fondo, e poi di ripartire, visitando l’Isola Maggiore e la Minore. 

Quel che più la rese felice, però, era sapere che, anche quando sarebbe tornata nella sua città milanese, strofinando il ciondolo prima di andare a letto, avrebbe potuto rivivere tutto ciò. Avrebbe potuto fare ogni notte il giro del Lago, rivedendo i suoi posti magici, a bordo di quella carrozza incantata.

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