L’acquisto della Cucina Italiana (e altro) all’Altra Edicola

Cucina Italiana rivista in edicola

Come ogni inizio di mese che si rispetti, anche ad agosto c’era un’importante commissione artistico-culturale da compiere.

Si trattava di un acquisto. Un acquisto che era necessario ricordarsi di fare entro la prima settimana del mese, altrimenti si rischiava di rimanere a bocca asciutta…

Era un acquisto che diventava sempre fonte di ispirazione creativa per la Risolartista. Tanto per i contenuti di informazioni, quanto per le immagini e i colori. Forniva pigmenti di cultura (soprattutto gastronomica), e pigmenti di abbinamenti cromatici da rubare e reimpiegare nei suoi scarabocchi d’artista. Una risorsa essenziale, insomma… come un modello per un ritrattista che si trova a dipingere dal vero.

Che cos’era? L’unica, inimitabile, e storica rivista di cucina. L’esimia Cucina Italiana

Dal 1929 ai nostri giorni, le pagine della Cucina Italiana avevano ispirato (e continuavano a ispirare) le casalinghe di ogni epoca. Se in passato le lettrici erano “casalinghe” per davvero, con gli anni il pubblico si era evoluto, tanto quanto i contenuti. Le nuove appassionate della rivista, infatti, appartenevano ai generi più svariati. C’era chi passava le sue giornate ai fornelli, seguendo ogni ricetta parola per parola, come fossero brani della Bibbia. 

C’era chi prendeva spunto qua e là, innovando il solito menu settimanale.

C’era chi si asteneva dai fornelli, cogliendo più le ispirazioni di assaggi e ristoranti, che le varie rubriche turistiche offrivano.

C’era chi, come la Nonna Ginia, la comprava più per affetto, che per altro, essendo ormai esperta almeno quanto gli stessi scrittori. 

E, infine, c’era la Risolartista. Lei aveva una serie di motivazioni tutte pittoresche per perseverare nel suo acquisto mensile. Come già detto, ciò che più le interessava erano i colori e i bocconcini di cultura che vi poteva trarre dalle pagine. La copertina, con la sua foto dalle tinte sgargianti e allegre, era sempre un’infusione di creatività, che seguiva il ritmo delle stagioni. Le rubriche sparse prima e dopo il “Ricettario del mese”, invece, facevano da preziosi saggi su curiosi ingredienti, indirizzi fiabeschi nascosti tra le regioni italiane, e storie di ristoranti e ristoratori. Insomma, ogni mese c’era di che imparare, e di che creare di conseguenza…

Così, anche in quell’inizio agosto lacustre, la Risolartista non mancò di onorare il suo acquisto del mese. 

Lo fece di giovedì, in una bella mattina di sole, giusto un po’ ventosa, quando ancora il paese era assonnato. Un’oretta, e gran parte degli abitanti (uomini) più venerandi avrebbero messo il naso fuori di casa, dirigendosi come prima cosa a comperare il giornale. Delle venerande matrone non c’era da preoccuparsi: erano tutte intente in coda dal Signor Sergio a prendere la verdura…

L’abitudine di cominciare la giornata con il suddetto giornale nella tasca dietro dei calzoni (o nella borsa) è qualcosa di universalmente diffuso. San Feliciano non faceva eccezione. Dunque, se si superavano le nove (orario di uscita dei venerandi mariti), la fila all’Altra Edicola era assicurata.

E non c’era un altra edicola alternativa in cui andare a recuperare la tanto bramata rivista di cucina. Malgrado si chiamasse “Altra” Edicola, l’Altra Edicola era l’unica edicola del paese. Era già tanto che ce ne fosse una…

Il nome era ingannevole. Di certo, quell’Altra non si riferiva al fatto che fosse la seconda edicola, dopo l’Edicola punto e basta. Poteva piuttosto riferirsi al fatto che non era la solita edicola banale e convenzionale che ci si aspetterebbe. In effetti, era un’edicola singolare, e decisamente pittoresca. Perfetta per l’acquisto della Cucina Italiana da parte della Risolartista.

Già che ci siamo (per dare un po’ di contesto alla scena), vedrò di dipingervi una panoramica di tutta quell’altra roba che si poteva trovare là dentro, e che giustificava bene il nome di Altra Edicola.

Prima di tutto, in quanto edicola, l’Altra Edicola vendeva quotidiani e riviste varie. Ce n’era un po’ per tutti quelli che potevano essere i gusti dei paesani: da quelle di cucina (Cucina Italiana compresa), a quelle di cucito, motori, e persino quelle con gli adesivi per i bambini. Niente che non si potesse trovare anche in un’edicola normale.

Poi, come sempre molte altre edicole offrono, c’era un piccolo scaffale con libri e guide turistiche; queste ultime particolarmente approfondite su strade e itinerari dell’Umbria. Giusto accanto, comparivano giochi e giocattoli vari, tra cui qualche bambola con anche i vestitini di ricambio, che avrebbe fatto gola a qualsiasi bimbetta di città.

E con questi si concludevano gli articoli da edicola

Cominciavano, poi, i prodotti di cancelleria, che nelle cartolerie vanno via come il pane. Penne, matite, quaderni, e tutto l’occorrente per le ore di arte di scuole medie ed elementari. Giustamente, non essendoci un cartolaio in paese, l’Altra Edicola si ritrovava a farne le veci. E lo faceva anche per benino, offrendo persino quaderni tutti a fiori, che più volte la Risolartista si era trovata a comperare.

Mancando anche una profumeria nei dintorni, l’Altra Edicola, tra le altre cose, vendeva trucchi, accessori per capelli, collane, braccialetti e chincaglierie simili. La farmacia lì di fronte faceva concorrenza solo con creme e profumi; il resto della bigiotteria e del maquillage era tutto suo monopolio esclusivo. Nell’offerta di trucchi c’era qualcosa di curioso: la proprietaria dell’edicola doveva avere la passione per le cose naturali. Quasi tutti i prodotti avevano ben poco di industriale, e molto più di artigianale e Green, come piace definirlo oggi. Tanto meglio: i colori, neutri e pastello, erano molto graditi alla Mamma Monica (che in passato li aveva provati).

Ciò che di altro più stupiva, però, era la componente gastronomica dell’Altra Edicola. Quella rappresentava davvero un unicum nel panorama delle normali edicole (cittadine e non).

C’era tutta una credenzina bianco latte dedicata a prodotti mangerecci; a prodotti molto singolari. Pittoreschi, già che ci siamo. Non vi dovete aspettare salumi e formaggi tipici, come potrebbero vendere i negozi di souvenir. Piuttosto, c’erano olio d’oliva, miele, e infusi… a profusione!

L’olio d’oliva, poi, non era comune olio d’oliva. Era il signor Olio Extravergine d’Oliva dei Fratelli Palombaro; quello di cui si occupava il Bassetto Leccino. 

Il Cane del Frantoio, oltre a controllare la produzione, si assicurava anche che la vendita avvenisse nel modo giusto. Le bottiglie dovevano essere esposte in una bella composizione, e al riparo dalla luce diretta. Le scorte, poi, era necessario che fossero tenute al buio, e al fresco: pena il danneggiare irrimediabilmente il prezioso olio! Non era un qualsiasi prodotto da edicola… doveva essere trattato con ogni riguardo! Ben più dei giornali…

Per quel che riguardava il miele, era tutto prodotto nel confine della regione. Ce n’era di vario tipo: dall’acacia divinamente dolce, all’amarognolo castagno. E c’era anche il polline in granelli (davvero rarissimo).

Infine, avevo citato gli infusi. Erano così tanti, da meritarsi un catalogo tutto per loro. Ogni barattolo di latta recava una targhettina ricca di erbe, frutti e spezie assai invitanti. Veniva proprio voglia di mettersi ad annusarli a uno a uno. Qui, però, è solo uno l’infuso che ci interessa, e lo scoprirete a breve…

Nel contesto di Altra Edicola che è stato appena descritto, la Risolartista entrò con Leccino (che doveva controllare la mise en place dell’olio) a fare il suo acquisto. Anzi, a fare i suoi due acquisti. 

Il primo, già svelato, era la Cucina Italiana del mese di agosto. Uno splendido numero variopinto, con un timballo di pasta a forma di budino gigante in copertina. Aveva dei colori così vibranti, da far venire voglia all’artista di dipingere già anche solo la fotografia di copertina… (cosa che fece ben presto!). 

Insieme alla rivista, però, decise di portare su a casa anche un’altra cosuccia. Un’altra necessità (golosa) che doveva presto soddisfare, e che decisamente rientrava tra le altre cose in vendita. Era un piccolo pacchettino dalla carta trasparente, che faceva intuire il contenuto: un miscuglio di erbette, frutta essiccata, radici di zenzero e… polline (anche quello, sì). Che cos’era? Il cosiddetto “Infuso Zenzero e Miele”, come citava la targhettina. Il preferito della Risolartista (e anche del Babbo e della Mamma). Non c’era serata lacustre che non terminasse con una tazza tiepida di quell’infuso, per addolcire gli imminenti sogni notturni. Non c’era altro posto in cui trovarlo, se non tra l’altro dell’Altra Edicola.

Con la Cucina Italiana sotto il braccio, e il pacchettino nella borsetta, l’artista uscì dal negozietto. Era dunque pronta a immergersi nella sua lettura fresca fresca di stampa. Lettura che, per fare il controllo qualità, sarebbe stata accompagnata subito da un sorso (o anche due) del dolcissimo infuso al miele appena conquistato.

Cose possibili solo facendo acquisti da edicola e altri acquisti meno da edicola, all’Altra Edicola di San Feliciano…

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