Quattro passi per Brera con un Liutaio del Paese delle Fiabe

Artista Brera Pinacoteca

Era un personaggio curioso, quello con cui la Risolartista stava pedalando in un caldo pomeriggio di fine luglio. Molto curioso. Quasi pittoresco. Anzi no, meglio: fiabesco.

Sembrava proprio uscito da una di quelle fiabe di un tempo, ambientate attorno agli incantevoli castelli bavaresi. Nel caso non ce li aveste ben in mente, vi rinfresco un po’ la vostra memoria di bambini…

Pensate alla favola della Bella Addormentata. Pensate a quei castelli arroccati su una montagna, con il bosco incantato tutt’attorno. Pensate ai colori pastello delle pareti, ai tetti acuminati e scintillanti al sole. Pensate, infine, a quelle creature misteriose, fatate, che si dovevano aggirare dentro e fuori dalle stanze. Esserini dalle ali di farfalla, ma non solo: un ricco popolino di soggetti dal cuore d’oro, che si adoperavano per far risplendere il “reame” della principessa del momento.

Ecco. Il personaggio in questione poteva essere benissimo uno di loro. Tanto più, visto che faceva il liutaio. E, concorderete con me, fare il liutaio nella Nuova Milano può essere considerato solo un mestiere fiabesco

Poi, in aggiunta, era di spirito altrettanto fiabesco. L’artista l’aveva capito subito: era un soggetto di un’altro mondo… non molto diverso da lei. Artistico e sensibile nell’animo, e capace di vedere il valore dei piccoli tesori quotidiani. Dopo tutto, se riusciva a dare vita un violino con le sue mani, doveva avere anche lui una vena artistica speciale. Fiabesca, per essere precisi.

Dunque, era a un simile soggetto che la Risolartista stava facendo da guida (quasi turistica) nella sua cittadina milanese. L’avrebbe portato a fare quattro passi in Brera, ossia nel suo quartiere preferito…

Prima, però, altri quattro passi sotto la Madunina (come dicono gli autoctoni milanesi) erano doverosi. Lo straniero delle fiabe, abituato a ben altri boschi e castelli, voleva vedere il famoso Duomo. 

Il sole (più che tiepido) delle tre di quel pomeriggio di luglio mise a dura prova i due amici pedalatori. Arrivare in centro senza squagliarsi come un cono gelato era un’impresa coraggiosa. Soprattutto partendo dalla casina della Risolartista, che non era esattamente nel cuore della City

Tuttavia, per passeggiare tra le vie pittoresche di Brera, si faceva questo ed altro. Essendo in compagnia, poi, il caldo sembrava quasi un po’ più fresco…

Finalmente, le spalle del Duomo si aprirono davanti ai due avventori, e il piacere di passargli accanto con la bici si impresse nella loro memoria. Milan, l’è un gran Milan, come dicono sempre i cari milanesi. Davanti alla Piazza del Duomo ci si squaglierebbe di stupore anche in pieno inverno. In pieno luglio, poi…

Immortalata la facciata nel rullino della sua macchina fotografica (precisiamo che aveva proprio il rullino!), il Liutaio sembrava soddisfatto. Lo stile neogotico lo affascinava, con quelle guglie che, in qualche modo, gli ricordavano i castelli e le chiese del suo fiabesco paese.

Era giunto il momento di dirigersi in Brera.

La prima tappa nel quartiere degli artisti milanesi prevedeva l’Orto Botanico. Uno dei posti segreti preferiti dalla Risolartista.

Si trattava di un piccolo giardino, meravigliosamente pittoresco, situato proprio sul retro della famosa Pinacoteca

Malgrado fosse proprio annesso alla suddetta Pinacoteca, non lo si poteva raggiungere dall’ingresso principale. Motivo per cui tutti i turisti facevano la loro canonica visita al museo, e se ne andavano senza sapere nemmeno che ci fosse un Orto Botanico di Brera. 

L’Orto Botanico di Brera, infatti, era un mondo a sé. Un mondo per pochi eletti, dallo spirito sufficientemente sensibile e artistico, capace di apprezzare i suoi segreti.

Appena si entrava, un’atmosfera decisamente fiabesca (giusto per rimanere in tema con il fiabesco visitatore) accoglieva con la sua tavolozza di verdi di ogni tipo. C’era verde per tutti i gusti. Un verde che, in quell’angolo di Brera, aveva anche un profumo tutto suo. Un misto di note aromatiche e floreali, con un tocco di umidità, che cambiavano man mano che si passeggiava tra i vialetti. Colpa (o merito) di tutte quelle curiose varietà botaniche che erano piantate e catalogate qua e là, disposte secondo un ordine misterioso. I due amici, infatti, non erano affatto esperti botanici. O, almeno, non ancora. Chissà che non lo sarebbero diventati presto, appassionandosi un po’ alla materia…

Quel pomeriggio, però, la passeggiata all’Orto Botanico fu soprattutto per apprezzarne l’atmosfera nel complesso. Faceva troppo caldo per potersi soffermare sulle singole piante! 

Bastarono anche solo pochi minuti, e gli occhi furono soddisfatti di quel banchetto di verdi e di fogliame. Si poteva procedere a visitare la Pinacoteca vera e propria.

Biglietti alla mano, all’ora giusta Risolartista e Liutaio si presentarono all’ingresso. Erano stati anche troppo puntuali…

Il giro per le sale ebbe inizio. Non dovete immaginarvelo come uno dei soliti giri turistici, con i visitatori che si piantano davanti alle opere più famose, e le osservano con sguardo ebete, fingendo di capire. Tutt’altro! Erano due spiriti artistici loro, e non certo vacue persone trascinate lì senza un vero motivo.

Sapevano bene cosa cercare. Ognuno aveva in mente la sua lista di opere e dettagli da cui si voleva far togliere il fiato. 

La prima sosta fu quella davanti alla Madonna Greca del Bellini. Greca, per la scritta in lettere greche che si scorgeva sullo sfondo. Ciò che colpiva le due paia di sguardi, però, erano le altrettante due paia di sguardi che si dirigevano oltre la tela. Sguardi dolci, forse un po’ annoiati. Sguardi parlanti, che trasmettevano tenerezza.

Cambiando presto atmosfera, comparve L’Autoritratto in veste di abate di quel curioso personaggio che doveva essere il Lomazzo. Se volete sapere di più sulla sua pittoreschicità (parola adatta al soggetto, credetemi), cercate dell’Accademia della Val di Blenio, di cui lui stesso era membro. 

Ciò che del quadro interessava la Risolartista, era l’aura creativa che il figurino dal cappello pieno di edera emanava. Percepiva in lui uno spirito pittoresco molto affine, che risuonava a partire da un dettaglio insolito. 

Vale la pena citarlo, questo dettaglio: uno stemma dorato appiccicato sulla tesa del cappello. Lo stemma dell’Accademia, a quanto dicono. A osservarlo bene, rappresentava un annaffiatoio pieno di fiori e foglioline. Lo si sarebbe visto benissimo anche addosso alla nostra artista milanese…

Tutti quei tralci tralci di edera aggomitolati qua e là, poi, dovevano piacere anche all’amico fiabesco. Malgrado non lo dicesse a parole, era evidente che tutta quell’atmosfera boschiva gli ricordava un po’ casa.

I castelli e i loro boschetti incantati erano evocati anche da un altro dettaglio. Non vi sto a citare l’opera, in quanto servirebbe a poco. Il dettaglio in questione era una ghiandaia. Era proprio quell’uccellino dalle piumette turchesi, che tanto affollava i bei ricordi del Liutaio, memore di passeggiate in mezzo al verde, rallegrate dal suo canto.

Continuando con la visita, i due giunsero finalmente in quella grande sala che ospitava la cosiddetta pittura di genere del signor Vincenzo Campi. Pittura di genere (per chi è digiuno di storia dell’arte) stava per frammenti di vita quotidiana… giusto i soggetti preferiti dalla Risolartista. 

Potete ben immaginare quanto rimase davanti alla Fruttivendola del suddetto artista. Così piena di frutti e verdure di ogni colore, da commuovere lo spiritello pittoresco della ragazzina. Ciliegie, pesche, uva e carciofi a volontà. E la lista dei prodotti in vendita di quella fruttivendola era ancora ben lunga…

Infine, l’ultima tappa. Quella che la Risolartista non tralasciava mai, ogni volta che visitava la Pinacoteca. Il Pergolato di Silvestro Lega.

Era uno di quei quadri che facevano viaggiare lontano. Era uno di quei quadri dalle tinte così ricche di emozioni, da evocare proprio il paesaggio che mostrava. Si trattava di una scena di campagna, ambientata forse in una villa signorile. Qualche fanciulla in abiti ottocenteschi si sventolava sotto il pergolato fiorito. La domestica arrivava con il tè…

Non poteva spiegarsene il motivo, ma, la piccola artista, guardando quel dipinto, si sentiva a casa. Non nella sua casa di Milano, ma nella sua seconda casa. Quella in campagna, in riva al Lago Trasimeno. Quella che, un paio di settimane dopo o poco più, avrebbe alla fine raggiunto per le meritate vacanze estive…

Ecco. Quel Pergolato la portava con lo spirito già laggiù. E chissà che anche il suo amico Liutaio, un giorno, non le avrebbe fatto visita anche lì, per farle compagnia sotto il sole dorato dell’Etruria…

Così si concluse la visita alla Pinacoteca: con quel desiderio di campagna che addolciva l’addio alle sale del museo. 

Mancava solo un posticino in cui portare lo straniero in visita: il posto più musicale che le era venuto in mente nei paraggi. E non era il Teatro alla Scala (troppo banale…). Era la Chiesa di San Marco. Quella chiesa in cui, nel lontano 1874, il signor Giuseppe Verdi aveva eseguito la sua prima della Messa da Requiem. Quella chiesa in cui, ancor prima, Mozart giovinetto aveva soggiornato per più di tre mesi. 

Il Liutaio delle fiabe avrebbe certo apprezzato…

Ed eccolo, dunque, quel luogo sacro che sorgeva imponente in Piazza San Marco, mettendo in mostra i suoi mattoncini rossi. Non c’era che da entrare.

Bello era anche l’interno; musicale, senza dubbio. Musicale, per l’atmosfera raccolta che rievocava, come per l’ordine e la regolarità delle decorazioni. Ciò che più colse la Risolartista, però, non furono né affreschi né dipinti. 

Fu un organo napoletano nascosto sulla sinistra dell’altare. 

Non era un organo normale, bensì uno strumento che solo pittoresco si poteva definire. Verde pastello, tutto decorato con ghirlande di fiori: pareva uscito dalla cameretta dell’artista. Eppure, era lì, in quella chiesa famosa per ben altre ragioni. Fatta quella scoperta, però, tutto il resto passava in secondo piano… c’era solo l’organetto color pastello nei suoi occhioni da Risolartista. 

La meraviglia culminò nel momento in cui l’amico Liutaio si avventurò (da esperto conoscitore) ad aprire le antine che racchiudevano le canne. 

Non racchiudevano “solo” le canne, ma anche un’altra decorazione floreale ancor più incantevole. Era uno strumento musicale degno di comparire tra le illustrazioni di un libro di fiabe. 

… Fiabe ambientate in uno di quei castelli del paese da cui proveniva l’amico Liutaio. Dopo tutto, era proprio merito suo se quei quattro passi in Brera erano terminati di fronte a un piccolo organetto napoletano verde pastello…

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