La mia storia “di pani” – introduzione

Per cominciare a parlare dell’arte nascosta sotto una semplice crosta di pane, non si può che partire dal concreto. Da ciò che ci sta quotidianamente sotto gli occhi in forma di “pane”. Ognuno può pensare alla sua propria esperienza, rispolverando nella mente tutte le pagnotte che, in tempi più o meno recenti, hanno varcato la soglia di casa. Infinite storie ne verranno fuori: non una uguale all’altra, sebbene spesso si possa trattare dello stesso tipo di pane. 

Immediato è l’accorgersi di come, anche davanti a un semplice filoncino industriale, pressoché insapore, la sensibilità umana sappia declinarsi in modo sempre diverso e vario. Testimonianza di come questo alimento primordiale sia così insito nella nostra natura, da toccarci, anche quando è reso banale e standardizzato.

Dunque, con l’intento di stuzzicare i ricordi di voi lettori, come un buon boccone di pane sa fare prima del pasto, posso solo cominciare per prima. Cominciare dai “miei pani”, ossia dalle forme che ho più impresse nelle pagine del mio passato (piuttosto recente), a cui sono legate storie e pensieri. Dal mio concreto, al vostro concreto, all’arte del pane. Anche io, come molti, sono figlia del “filoncino bianco” del supermercato. Anche io, per anni, ho messo il pane in un angolo della tavola, quasi dimenticandomene. Poi, però, ho deciso di andare oltre la crosta, indagando quello che si può racchiudere in una semplice pagnotta. Ho cominciato a pensare al pane. 

Ci è voluto tempo, certo, ma, alla fine, il filoncino bianco si è trasformato in una forma brunita di segale con lievito madre. Un percorso che merita di essere raccontato, imprigionando tra le righe qualche aneddoto quotidiano che, bene o male, molti si troveranno a condividere. Un percorso fatto di pani, cotti nei forni milanesi (industriali e non), quanto occasionalmente in luoghi di villeggiatura vacanziera.

E, chissà, magari alcuni di questi potrebbero riscoprirsi proprio parte delle vostre stesse esperienze “di pani”…

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