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Giovanni Antonio Boltraffio

Giovanni Antonio Boltraffio

L’ARTISTA Facciamo conoscenza con un pittore milanese di fine Quattrocento, che vanta l’appellativo di miglior allievo diretto di Leonardo. Se è lunga la lista di coloro che si sono ispirati al maestro fiorentino, questo qui è senza dubbio tra i suoi più fedeli imitatori. Bravo a 

Bernardino Luini

Bernardino Luini

L’ARTISTA Bernardino Scapi, meglio conosciuto come Luini, nacque sul Lago Maggiore verso la fine del ‘400, e si formò probabilmente attorno a Verona. In breve, però, fece il suo ritorno in terra lombarda; terra a cui il suo nome rimarrà per sempre legato. Notoriamente, il nostro Bernardino 

Lorenzo Lotto

Lorenzo Lotto

L’ARTISTA

Lorenzo Lotto nacque nel 1480, a Venezia. Tuttavia, c’è subito da dire che la sua fama di pittore non si legò mai a questa città, quanto piuttosto a contesti più piccoli, di “provincia”, quali potevano essere Bergamo, Treviso e Loreto. Il motivo? Una serie di personaggi “troppo grandi” per sperare di mettersi in competizione con loro, e conquistare il centro della scena. Pensate a Tiziano, allora celeberrimo in terra veneziana; pensate anche a Raffaello, quale figura di spicco della Toscana cinquecentesca. 

Il povero Lorenzo, svantaggiato anche dal suo carattere tormentato, e psicologicamente poco stabile, si ritrovò incapace di fronteggiare i grandi nomi dell’epoca. Non che fosse da meno rispetto a loro… anzi! Era un artista estremamente dotato, con una capacità nel raffigurare i “moti dell’animo” comparabile a quella del maestro francese Géricault (di molto successivo), e una resa luministica antesignana del Caravaggio. Il problema era proprio questo suo essere così innovativo e originale. Troppa anti-convenzionalità non piaceva ai ricchi committenti veneziani, che continuavano a preferire il cromatismo dei ritratti di Tiziano. Questione di gusti! Quel che conta è che, dopo secoli, grazie al contributo del critico Bernard Berenson, la rilevanza del Lotto è stata riscoperta. Dunque, non ci resta che fare un po’ di luce su questo eccezionale artista…

Avevamo detto che fu originario di Venezia, ma la lasciò ben presto. Già nel 1498, lo dobbiamo immaginare a Treviso, accanto al suo maestro Alvise Vivarini. Ancora nella Serenissima, però, influenzarono la sua formazione giovanile il Bellini (allora riferimento per tutti gli aspiranti artisti), i fiamminghi, la delicatezza del Giorgione e Antonello da Messina (soprattutto per la fisionomia dei volti). 

Raccogliendo qua e là ispirazioni diverse, il Lotto cominciò a costruire la sua arte unica, non inscrivibile in alcuna categoria. Una delle sue prime opere emblematiche è il “Ritratto di Bernardo de’ Rossi”, di cui curò anche il “coperchio” (vedi dopo). 

Come città in cui lasciò il segno, dobbiamo citare Recanati, nelle Marche, oppure Bergamo  in Lombardia: tutti piccoli centri, in cui poteva esprimere il suo estro innovativo, conquistandosi il successo che si meritava. Tentò invano di far sentire la sua voce a Roma, e poi persino nella sua città natale, Venezia, senza grandi risultati. L’ambiente della Serenissima gli era ostile, impedendogli di guadagnare anche solo quanto necessario per il suo sostentamento. Motivo per cui, dopo più di dieci anni di insuccessi, abbandonò le speranze e si ritirò in terra marchigiana, dove finì la sua vita a Loreto, divenuto oblato della Santa Casa della Madonna.

LA SUA PITTURA

Abbiamo sottolineato subito come il Lotto sia un pittore sopra le righe, rispetto al suo tempo, ma soprattutto molto più contemporaneo di quanti si pensi. Vista l’espressività psicologica dei suoi dipinti, avrebbe dovuto nascere tre secoli dopo, così da fare conoscenza con gli appassionati di psicologia quali Géricault e i medici suoi amici. 

A motivo di ciò, potremmo chiamarlo un “pittore del profondo”, capace di cogliere ed esprimere l’intimo delle persone e delle cose. Contrariamente a quanto comune e apprezzato all’epoca, egli vuole immortalare l’uomo in meditazione, alla ricerca di un equilibrio tra sé e la realtà.

Un altro elemento chiave del suo stile è il grande realismo dei soggetti, che riprende i Fiamminghi, ma aggiunge umanità e dolcezza. Guardate i suoi volti femminili, oppure quelli di santi anziani; ne vedrete una bonarietà incredibile, accompagnata da altrettanta naturalezza. Proprio questa sua ripresa fedele del reale sarà di spunto per il Caravaggio, che vi porrà molta attenzione durante la sua formazione per i sentieri lombardi della sua gioventù.

Infine, il Lotto va ricordato anche per una sua interpretazione “fantasiosa” degli eventi sacri. È con la fantasia, che esprime il suo senso del Mistero divino. Un esempio lo trovate nell’Annunciazione, in cui c’è un gatto che si spaventa e scappa, davanti all’arrivo dell’angelo, come se fosse proprio l’animale a intuire la presenza divina. 

Da tutti questi elementi, si capisce come fu un pittore speciale. Un pittore tormentato emotivamente, più volte deluso per i suoi insuccessi, eppure inarrestabile nella sua ricerca di indagare l’animo umano nel profondo, e di esprimerlo con la sua arte. Tutte caratteristiche che lo rendono unico, quanto estremamente vicino al nostro sentire di uomini moderni.

LE OPERE

RITRATTO DI BERNARDO DE’ROSSI

Avete davanti a voi l’immagine di quello che fu il mecenate del Lotto a Treviso: il cardinale Bernardo de’ Rossi. Lo vedete immortalato in una mozzetta rosso spento, con l’anello dal leone rampante (simbolo della sua famiglia di origine parmigiana), in una posa solenne. Malgrado questa apparente “ufficialità”, che era tipica della ritrattistica di Tiziano, il Lotto fa qualcosa in più. Il Lotto si concentra sull’espressività, sui “moti dell’animo” leonardeschi, rendendo il personaggio estremamente realistico e dagli occhi che ci parlano della sua interiorità. Si può definire “introspezione”: questa è la capacità dell’artista, ossia quella di guardare dentro l’anima, ed esprimerla con le sue pennellate.

Da questo ritratto, possiamo conoscere quasi di persona il signor de’ Rossi, intuendo la sua freddezza e la sua sicurezza, che si vede negli occhi, quanto nella presa salda della mano. 

In più, non manca il grandissimo realismo nella resa dell’incarnato e dei dettagli; frutto, probabilmente, dell’influenza di Antonello da Messina. 

Ritratto di Bernardo de’ Rossi

ALLEGORIA DEI VIZI E DELLE VIRTÙ

…Avete appena ammirato il ritratto, e ora ne scoprirete il coperchio! Ebbene sì: l’Allegoria dei Vizi e delle Virtù è dipinta proprio sulla copertura lignea dell’effigie di Bernardo de’ Rossi. Potrebbe sembrare strano, oggi, farsi fare un dipinto, e poi volerlo tenere nascosto con una sorta di sportello scorrevole. Tuttavia, dovete pensare che, all’epoca, celare la visione di un’opera agli occhi del pubblico era una pratica molto comune. Il “nascosto” e il “misterioso” erano tutti caratteri che aumentavano il prestigio del ritratto e della persona stessa che vi era raffigurata. Nascondendo il quadro dietro un coperchio, lo si rendeva una cosa “per pochi eletti”, in grado di ammirarlo e apprezzarlo.

Tant’è, che è giunto a noi oggi anche il suddetto coperchio: grande fortuna, vista la bellezza dell’immagine che lo adorna. 

Si tratta di una scena rappresentativa del tema del “paesaggio moralizzato” (forse ispirata a Dürer): un’allegoria, che nasconde un mucchio di significati curiosi. Abbiamo un bivio, con un sentiero ripido, ma dal finale luminoso, a sinistra, e una strada pianeggiante, ma che si disperde nel cupo della foresta, a destra. Vediamo di sciogliere l’enigma figurativo…

Partiamo dalla parte di sinistra, verso cui è rivolto lo stemma del vescovo de Rossi, che ci fa già capire da che parte era indirizzato il soggetto del ritratto. La strada secca e ripida, che però finisce nel mondo celeste, è l’allegoria delle virtù, che conducono alla salvezza. In primo piano, un amorino giocherella con i libri (la sapienza) e i simboli della arti liberali. 

Spostandoci a destra, ecco la vallata “comoda” e piana, ma altrettanto cupa, che finirà nello smarrimento della foresta. Lì, di certo, la luce divina non arriva; e non arriva neppure nel mare burrascoso in cui sta naufragando una nave. Davanti, abbiamo un satiro ubriaco, che cerca ancora vino, ma trova soltanto latte! Inevitabile vedere in ciò la rappresentazione dei vizi.

In un semplice coperchio, il Lotto ha reso perfettamente il messaggio morale che vuole invitare a seguire le virtù: un messaggio condiviso anche dal committente, come lo stemma ci ricorda. 

Allegoria dei Vizi e delle Virtù

NOZZE MISTICHE DI SANTA CATERINA D’ALESSANDRIA E NICCOLÒ BONGHI

Questa è una delle più celebri committenze private bergamasche eseguite dal Lotto; nel caso in questione, la richiesta proveniva dal ricco mercante Niccolò Bonghi. In effetti, abbiamo conferma dell’identità del committente proprio nel dipinto: eccolo lì, il signor Niccolò, mentre si rivolge al Bambinello, sperando in una propizia benedizione. 

Dovete sapere che il suddetto mercante era il proprietario della casa in cui il Lotto abitava: in cambio di un anno intero di affitto, gli chiese di fargli questo quadro. 

Per quel che riguarda la tematica, si tratta del classico Sposalizio Mistico di Santa Caterina, secondo cui è Gesù Bambino a infilare l’anello al dito della Santa, suggellando la sua fedeltà perpetua. 

Vi invito a guardare con attenzione la parte alta del quadro: noterete una grande porzione grigia e uniforme. Ebbene, si dice che tale pannello fu aggiunto in seguito per coprire quel che restava di una finestra. 

… “quel che restava”, in quanto pare che la tela fosse stata mutilata in cima. Oggi, di quella presunta finestra non rimane che il davanzale con sopra poggiati due tappeti. 

Soffermandosi sulle figure protagoniste, è facile notare dettagli “eccentrici”, tipici della personalità curiosa dell’autore. Evidenti sono le disarmonie compositive, come certe pose forzate e pittoresche, oppure il virtuosistico intreccio di mani che cattura lo sguardo, portandolo al centro della scena. Altri elementi chiave del Lotto sono la dolcezza dei volti, qui regalata all’espressione di Maria e di Caterina, e gli abiti sfarzosi e contemporanei. Ultimo richiamo del suo stile distintivo è dato dai colori sgargianti, con forti contrasti, che ben si distinguono nel panorama della pittura lombarda di allora, ancora abituata a toni pastello e ombre appena accennate.

Matrimonio mistico di Santa Caterina

L’ADORAZIONE DEI PASTORI

In quest’opera dal tema natalizio possiamo apprezzare le parole di Roberto Longhi, che descrivono la Immagine che contiene persona, gruppo, persone

Descrizione generata automaticamentepittura del Lotto in questo modo: “La lucestessa, per lui, non è più la chiara regola solare, ma soffio discontinuo e vagante.”

Prendendo spunto da questo soffio discontinuo di luce, entriamo nella capanna di Betlemme immortalata dall’artista. Una capanna in ombra, oscura, che improvvisamente si accende con i colori del cielo. Si intravvede un chiarore dorato al centro… forse la luna, o forse Dio Padre. Chissà?! Quel che è certo, è il simbolo della croce che la finestra ci comunica in alto a destra. Già si conosce il destino di quel Bambinello che giace nella mangiatoia.

E che mangiatoia inusuale: è una grande cesta di vimini, trasformata in giaciglio, in cui la Madonna sta inginocchiata. Si tratta di un ulteriore simbolo della futura passione, in quanto, a osservarla bene, sembra un sarcofago.

Gli aspetti curiosi dell’opera proseguono interrogandoci sull’identità di quei due pastori che hanno portato l’agnellino per far giocare il piccolo Gesù. Le casacche esterne sono quelle di gente dei campi, gli abiti eleganti cinquecenteschi un po’ meno. Abbiamo camicie bianche, farsetti di velluto, calzoni elaborati, e persino calze fissate con nastri. Poco “contadini”, e molto alto-borghesi. In effetti, c’è chi identifica i due con i committenti dell’opera: forse due nobiluomini perugini, che conobbero il Lotto a Loreto durante un pellegrinaggio.

Non mancano i personaggi tradizionali della natività, quali San Giuseppe, defilato a sinistra, bue e asinello in ombra. Gli angeli rimangono vicini ai pastori, mettendo una mano sulla loro spalla: è sintomo dell’aiuto divino, sempre necessario per sostenere la fede.

Un’ultima minuzia è l’anello che la Madonna reca sull’anulare. Potrebbe benissimo essere il venerato Santo Anello (conservato nel Duomo di Perugia), che Giuseppe le donò il giorno in cui si sposarono. Che sia una tradizione, o la verità, il gioiello ha una storia affascinante. Ancor più affascinante è ritrovarlo qui, in questa scena di spettacolare resa luminosa, che pare anticipare già i capolavori del Caravaggio. 

Adorazione dei pastori

LA PIETÀ (BRERA)

Abbiamo qui un’importante testimonianza della produzione trevisana, che doveva essere destinata in qualità di “pala d’altare” alla chiesa delle del convento di San Paolo. In effetti, se guardate bene il volto della Vergine, pare proprio di vedere una monaca, in quel suo volto serio e invecchiato, contornato da un velo lungo e spesso. 

L’opera è intensamente espressiva, e riflette quei tormenti riflessivi che dovevano animare l’animo del Lotto ai tempi. Ogni soggetto ha un suo “moto dell’animo” particolare, e il risultato complessivo ha un che di cupo, forse dovuto all’avvicinarsi della vecchiaia per l’artista.

La scelta della composizione è insolita: è un modello nordico, ispirato forse a Van der Weyden, molto raro da trovare in ambito veneziano. Ciò che ha di speciale è il fatto che tutta la nostra attenzione si concentri su Maria, e non tanto sul Cristo morto. In questo modo, ella appare bene come la “co-redentrice” dell’umanità. 

Il gruppo di figure è di effetto scultoreo, in cui non possiamo non sottolineare le mani: intrecci virtuosistici, che molto dovevano piacere al Lotto, sempre in cerca di qualche rappresentazione bizzarra e fuori dal comune!

Pietà

ASSUNZIONE DELLA VERGINE (BRERA)

Dopo scorrette attribuzioni a Raffaello, finalmente si è voluto riconoscere al Lotto la paternità di quest’opera. Dovrebbe trattarsi dello scomparto centrale della Pala della Deposizione di Cristo (a Jesi). 

Oltre ad apprezzare il delicato paesaggio campestre che si distende sullo sfondo, ci sono due curiosissimi personaggi a cui dobbiamo fare attenzione. Il primo è il povero San Tommaso, l’apostolo incredulo, che la tradizione apocrifa voleva che fosse arrivato in ritardo a vedere l’Assunzione! Lo vedete a destra, mentre corre affannato giù per la collina.

Il secondo, invece, è un ulteriore dettaglio umoristico: si tratta di quel santo che si sta mettendo gli occhiali (a destra), per essere sicuro di vedere per benino la scena miracolosa.

Assunzione
Un indimenticabile viaggio tra le meraviglie d’Italia

Un indimenticabile viaggio tra le meraviglie d’Italia

La parola “Grand Tour” ci riporta subito nel cuore del Settecento europeo: un mondo di giovani aristocratici, desiderosi di completare la loro formazione con un lungo viaggio in Italia. Inglesi prima di tutto, poi francesi, tedeschi, fiamminghi e persino russi: i rampolli delle casate più 

Il Grand Tour

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CHE COS’È QUESTO “GRAND TOUR”? “Grand Tour” è il nome settecentesco di quello che possiamo chiamare un “giro turistico” alla scoperta delle meraviglie d’Italia. Un viaggio a spasso per le capitali della cultura e dell’arte, senza nulla togliere agli spettacolari paesaggi che solo il nostro 

Federico Zeri: un cacciatore e identificatore di tesori artistici del passato

Federico Zeri: un cacciatore e identificatore di tesori artistici del passato

L’impressione che si ha del lavoro di uno storico dell’arte, come era Federico Zeri, è quella di un cercatore di tesori. Di più, è quella di uno Sherlock Holmes dell’arte, che ha un sesto senso sopra l’ordinario, e un occhio più acuto di una lince. Ricostruire la storia dei dipinti è un’impresa ardua, quanto affasciante: si tratta di raccogliere indizi, confrontare prove, voci e testimonianze. A sentire così, sembra proprio di avere a che fare con delitti e misteri. In effetti, non siamo poi così lontani: se l’investigatore inglese aveva a che fare con morti e scomparse di persone, qui, analogamente, abbiamo morti e scomparse… di quadri! Volendo nobilitare ancor più la figura dello storico dell’arte, possiamo dire che il suo compito ha un ostacolo ulteriore: non ci sono “vivi” da interrogare, ma solo documenti dispersi chissà dove, e tele dipinte che compaiono di tanto in tanto in qualche soffitta ammuffita e dimenticata. Dunque, il nostro Federico Zeri era uno Sherlock Holmes al quadrato…

Dopo questo breve elogio agli studiosi di arte, vi sarà venuta voglia di sapere qualcosa di più sul suddetto personaggio in questione. Chi era costui? 

Federico Zeri è stato un grandissimo storico dell’arte del ‘900. Il secolo scorso lo ha visto protagonista di innumerevoli ritrovamenti e attribuzioni di opere, che spaziano dal gotico, alla ritrattistica di corte, fino alle correnti del Cinquecento. Il suo contributo più grande (e, a mio avviso, più affascinante) è stato quello di essere il primo a raccontare al mondo qualcosa di più sul misterioso artista Johannes Hispanicus. Tenete le domande pronte su quest’ultimo, perché ne saprete di più a breve.

Cogliendo l’occasione offerta dal Museo Poldi Pezzoli, che ha raccolto in una piccola mostra alcune opere frutto delle ricerche dello Zeri, possiamo apprezzare anche noi il suo contributo alla storia dell’arte. Malgrado esse siano una selezione ristretta di quelle che devono essere state oggetto dei suoi studi e delle sue identificazioni, bastano a farci dire un “grazie” spontaneo nei suoi confronti. Pensate che, senza il signor Federico Zeri, oggi quei dipinti non sarebbero appesi alle pareti di un museo, non avrebbero un autore, né una collocazione, e neppure una storia. Per fortuna, c’è chi, come lui, si impegna quotidianamente per ricostruire l’arte del passato, così da permettere anche a noi poveri contemporanei di goderne e di imparare qualcosa di nuovo.

Con questi buoni pensieri nella mente, è ora di fare un giretto alla mostra, e soffermarsi su qualche curioso ritrovato del nostro grande storico.

Cominciamo dall’opera con cui apre la mostra: il “Trittico ad ante mobili” di un pittoresco artista umbro (esattamente di Foligno), ossia Giovanni di Corraduccio. 

Sono le parole dello Zeri a introdurci nel dipinto: “”Curiosissima è la distribuzione delle storie nella tavola centrale. […] Imperizia grossolana del pittore? O piuttosto, riflesso di un rielaborato, a sfondo misticheggiante, del testo evangelico […]?”

Ecco. Persino lui ce ne parla in modo affascinante, invitandoci a fantasticare sul motivo per cui l’autore abbia voluto disporre le scenette in modo così strano. In effetti, se guardate bene il trittico, vedrete come non ci sia logica nella sequenza di quelle scene che dovrebbero cominciare dall’Ultima Cena (in basso a sinistra), per poi finire con la Resurrezione e l’Apparizione fuori dal sepolcro (accanto a destra). Il racconto si aggroviglia inspiegabilmente, conferendo un carattere misterioso, che ben richiama la terra di provenienza del dipinto.

Trittico con Ali, Giovanni di Corraduccio

Giovanni di Corraduccio era umbro. “Umbro”, soprattutto nel Quattrocento, era sinonimo di personaggi appartenenti a una cerchia curiosa, in cui le storie evangeliche circolavano in modo altrettanto curioso. “Umbro” dà l’idea di “ombra” nella sua stessa radice; inevitabile una nota oscura nell’interpretazione dei prodotti artistici dell’entroterra dell’Italia Centrale.

Malgrado tutta questa oscurità, Federico Zeri riuscì a scoprire questo piccolo tesoro di Trittico che ci è regalato oggi alla vista. Vi consiglio di perdervi nelle storie evangeliche, soffermandovi sui dettagli degli abiti, delle aureole indorate, e di quelle folle di personaggi, che hanno un effetto tanto estetico, quanto didascalico. Didascalico, perché, pur nella confusione sequenziale degli episodi, istruiscono perfettamente sulle storie che vogliono raccontare. Anzi, con quel mistero di logica, regalano un gusto ancor più particolare.

La seconda tappa coinvolge due ritratti: uno del Moroni, che raffigura Fra Michele da Brescia, e uno di Ercole de’ Roberti, di ignoto soggetto. È interessante vedere la differenza di stile, e l’emozione che ciascun autore ci trasmette. Da una parte c’è grande naturalezza ed espressività: il Moroni, da buon ritrattista lombardo pre-caravaggesco, ci riporta di fronte al fraticello del passato. Dall’altra, invece, il pittore ferrarese è molto più rigido, e rimane su uno stile rinascimentale naturale, ma inespressivo. Quest’ultimo è il tipico ritratto di profilo, che più e più volte ricorre nelle collezioni in giro per l’Italia: belle opere, ma che poco ci trasmettono in quanto a umanità.

Ritratto di Fra’ Michele, Moroni
Ritratto di Giovane, Ercole de’ Roberti

Passiamo a un tripudio di realismo e volti emotivi: la Madonna con il Bambino e i Santi di Antonio Previtali. 

Anche questo nome, molto probabilmente, giungerà ignoto a molte orecchie. Vi basti sapere che era un pittore cinquecentesco, qui molto ispirato dal lombardo Lorenzo Lotto. In effetti, ritroviamo proprio le espressioni umane e dolci del Lotto in ognuno dei soggetti: la Vergine illuminata al centro; il San Sebastiano trafitto, con un volto che pare quello di un putto dai capelli ricciuti; il Sant’Antonio Abate con il campanello; il San Rocco; e persino il “donatore”. Quest’ultimo, immortalato in preghiera a destra, potrebbe essere un probabile committente (di solito si facevano sempre raffigurare nei quadri); anche lui si rivolge con espressività “lottesca” verso il Bambinello.

Madonna col Bambino e Santi, Previtali

Vi risparmio la serie di nature morte che hanno più del “tentativo mal riuscito di fare una natura morta”, che altro. Siamo abituati a pensare al prototipo di natura morta quale la “Canestra” del Caravaggio: l’emblema del realismo e della naturalezza degli oggetti inanimati. Se la utilizzassimo come metro di paragone (visto che le opere in mostra dovrebbero esserne ispirate), nessuno dei dipinti reggerebbe il confronto! Basta dare uno sguardo ai colori e ai soggetti: tutte tinte fredde e artificiali, che modellano frutta e fiori troppo perfetti e “standard” per essere veri. E non c’è neppure quel gusto per i minimi dettagli fiamminghi che emoziona tanto…

Come diceva Dante “Non ti curar di loro, ma guarda e passa”.

Vaso di fiori con mazzo di fragole, Gavarozzi

E passiamo, dunque, all’ultimo gruppo di opere su cui vale la pena fermarsi. Le tele del misteriosissimo Johannes Hispanicus. È questo il cuore della mostra, in quanto è grazie a Federico Zeri, se oggi è possibile vedere e sapere qualcosa sul suddetto artista. Poco si conosce ancora della sua vita, ma possiamo dire che fosse di origine spagnola, ma che formatosi in Italia, prima a Firenze e Roma, poi a Venezia, Milano, Ferrara e nelle Marche. 

Guardando alle opere esposte, una serie su Efigenia e Cimone, e una sul tema della Deposizione, possiamo apprezzare innumerevoli influssi che il nostro Johannes colse in terra italica. Il Perugino fu il suo primo maestro: lo ritroviamo nei paesaggi e nei volti. Poi, quando si trasferì a Venezia, entrò certo in contatto con Giovanni Bellini, che si può cogliere ancora in quegli sfondi campestri molto naturali, con macchie di fronde dai tronchi lunghi e sottili, e foglioline indorate. Infine, oserei dire che c’è una punta “fiamminga” in certi dettagli; la conoscenza di Albrecht Dürer (che proveniva dal Nord) servì certo a caratterizzare le pennellate dell’artista con simili minuzie. 

Cimone e Ifigenia, Hispanus

Ed è perdendosi in quelle collinette che stanno alle spalle dei protagonisti, che possiamo apprezzare fino in fondo il contributo di Federico Zeri. Facendo scorrere lo sguardo nei passaggi di colore della prospettiva aerea, che fa sfumare tutto all’orizzonte, viene spontaneo un ringraziamento. Un ringraziamento al lavoro di questo storico dell’arte, come agli altri suoi colleghi, che hanno contribuito ad aprirci mondi di colori e di storie sepolte, investigando come Sherlock Holmes tra soffitte e archivi persi nel passato.

Johannes Hispanus: un misterioso viaggiatore appassionato di sentieri italiani

Johannes Hispanus: un misterioso viaggiatore appassionato di sentieri italiani

È allo storico dell’arte Federico Zeri, che dobbiamo l’inizio della storia di questo artista ancora molto misterioso. Senza le sue ricerche, Johannes Hispanicus non avrebbe avuto neppure un suo nome proprio, ma sarebbe stato eternamente confuso con “lo Spagna” (suo compatriota).  Si sa che non 

Donato Bramante

Donato Bramante

L’ARTISTA Donato Bramante nacque nel 1444 a Monte Asdrualdo, nei dintorni di Urbino. Lì cominciò la sua formazione di pittore, che poi continuò a Mantova, Milano e Roma.  Iniziò giovanissimo a dedicarsi all’arte, formandosi a Urbino con fra’ Carnevale, pittore e frate domenicano grande esperto di rappresentazioni prospettiche. Già si 

Un gioco di incastri e di illusioni

Un gioco di incastri e di illusioni

Se passaste per Via Torino, e non foste troppo carichi di pacchetti e pacchettini, vi consiglio di fermarvi proprio in cima, a due passi dal Duomo. Non per entrare in uno dei soliti negozi (di quelli ne trovate di meglio altrove…), ma per abbandonare il traffico cittadino, e immergervi nell’arte rinascimentale. 

Cercate quella cancellata di ferro battuto, che nasconde alle spalle un edificio del tutto simile a una chiesa. Malgrado la possibile sorpresa iniziale (data dalla folla incurante che tira dritto senza neppure notarla), si tratta proprio di una chiesa. Anzi, di due chiese in realtà: una dentro l’altra. Vi dico di più, lì sorge uno dei capolavori del Rinascimento milanese più celebri di tutti i tempi. 

Chi sa cosa cercare, va dritto verso l’obiettivo; chi è un po’ perso tra le vaghe informazioni potrebbe avere qualche difficoltà. Poco male… trovate la porta della Chiesa di Santa Maria presso San Satiro, ed entrate. Non esitate. È uno spettacolo che vale la pena ammirare.

Se ci capitate lì di sera, non vedrete gran che (meglio un giro mattutino o pomeridiano); tuttavia, la scarsa luce non toglie niente all’illusione di cui diventerete protagonisti.

Guardando in direzione dell’altare, noterete subito un meraviglioso coro, che si estende oltre per qualche metro. Saranno tre, forse quatto o anche cinque metri di profondità…non vi pare? Questa era proprio l’illusione che l’autore, l’illustrissimo Donato Bramante, voleva dare ai pellegrini visitatori. Dopo tutto, qualsiasi chiesa che si rispetti dovrebbe avere una bella pianta a forma di croce. Non solo: se la suddetta chiesa fosse anche provvista di cupola (come nel caso in questione), l’occhio umano vorrebbe che ci fosse attorno una struttura sufficientemente ampia e forte da ogni lato, così da dare l’impressione di forza e stabilità. Credetemi sulla parola: se vedeste una chiesa con cupola priva di un braccio avreste un certo senso di inquietudine. L’idea di precarietà della struttura vi balenerebbe per qualche motivo in mente…

Per fortuna, non è questo il caso. Per fortuna, Bramante era abile tanto come architetto, quanto come pittore. Per non dire come “illusionista”. 

Per capire quello che sto dicendo, dovete passeggiare fino all’altare, e mettervi un po’ discosti dal centro. Ecco che vedrete svelato il trucco: quel coro profondo e armonico, non è nient’altro che una nicchia di al massimo 90 centimetri! 

… Com’è possibile? Merito del gioco di prospettiva, stucchi a rilievo e decorazioni variopinte, che l’autore ha saputo creare. Merito della sua determinazione a creare, anche in quell’occasione, una chiesa che fosse degna degli edifici per cui era tanto famoso. Il Bramante era noto per l’armonia, l’equilibrio e il senso di “unità” che sapeva dare alle sue costruzioni. San Satiro non doveva fare eccezione. 

Certo, per realizzare un simile capolavoro illusionistico dovette fare non poca fatica. Al di là della parete, come ancora oggi potete constatare da voi, c’era, e c’è, una bella viuzza. Lo spazio in cui far sorgere la chiesa era piuttosto sacrificato…

Vi potreste anche chiedere come mai la si volle costruire proprio lì. Ebbene, in quel luogo, fin dal Medioevo, sorgeva una chiesetta dedicata a San Satiro (oggi “inglobata” nella chiesa più grande). La cosa curiosa, accadde nel 1200, quando un miracolo la rese protagonista. Ai tempi, su un altarino esterno, vi era un’immagine della Madonna con il Bambino. Tale icona, un bel giorno, fu letteralmente “pugnalata” da un pazzo scriteriato. Ferita, la Vergine cominciò a sanguinare per davvero: evento miracoloso, che rese San Satiro famosa, e meta di innumerevoli pellegrinaggi.

Nel 1480, infine, Gian Galeazzo Visconti ebbe la bella idea di far costruire una nuova chiesa, che fosse più degna della preziosa icona che custodiva. Ecco che affidò il compito al Bramante, il quale non mancò di realizzare un’opera incredibile e unica nel suo genere. 

Ed è così che, anche secoli e secoli dopo, ancora ci si sa stupire di cosa nasconda quel minuscolo angolo di Via Torino. Entrare, per credere. Entrare, per ammirare quell’illusione di coro bramantesco, così vero, da lasciare a bocca aperta ogni volta che lo si rivede. 

… Perché, sì, una volta scoperto l’incanto, quando il milanese capita nei paraggi (senza troppi sacchetti tra le mani), una visita a San Satiro non se la nega mai…