Mese: Agosto 2021

Vendesi melanzappartamenti vista lago

Vendesi melanzappartamenti vista lago

L’orto vista lago del Signor Carlo regalava ogni volta ai suoi visitatori qualche curiosa sorpresa. Sempre che questi ultimi fossero in grado di vederla… Proprio così: quell’orto era un luogo speciale, che, a quanto pare, era molto gradito ai più pittoreschi personaggini che si potessero 

Melonfiere in volo

Melonfiere in volo

In quel fresco (strano, ma vero!) pomeriggio agostano, il sesto senso d’arista era stato stuzzicato dalla voglia di melone. E, quando era il senso d’artista a parlare, significava sempre che c’era qualcosa di pittoresco in vista… Per sapere cosa le rive del Trasimeno avevano in 

Una collana di nodi d’amore

Una collana di nodi d’amore

barca sul lago del pescatore

Sul finire di agosto, il 27 per la precisione, arrivava anche l’onomastico della Mamma Monica. Il che significava farle prima di tutto gli auguri (impegnandosi a ricordarselo già dal mattino), e poi anche un regalino.

Si sa che gli onomastici sono un’occasione ottima per fare festa, soprattutto quando arrivano in quei periodi dell’anno in cui non c’è molto altro da festeggiare. A parte il Ferragosto, infatti, i mesi estivi hanno il difetto di essere piuttosto poveri di ricorrenze speciale. Sarà che l’estate, con il caldo e le vacanze, è vista un po’ tutta come una festa continua. Una festa che comincia sul finir di giugno, per poi esplodere nelle settimane centrali della stagione, scemando infine nella coda agostana.

Lo sapete meglio di me: gli ultimi giorni di agosto sono sempre vissuti con quella malinconia di chi sa che presto dovrà fare le valigie in direzione della città. Perciò, avere un buon motivo per rallegrarsi e festeggiare è una fortuna da non lasciarsi sfuggire!

… E l’onomastico della Mamma Monica giungeva a proposito: la comunità dei Gatti al completo fremeva dalla voglia di partecipare alla preparazione di qualcosa di speciale.

Che cosa organizzare?

Per rispondere, come erano soliti fare, i gatti sanfelicianesi organizzarono un bel comizio al porto, invitando anche la Risolartista a partecipare. Quest’ultima, da esemplare di “umano”, avrebbe certo aiutato a pensare a un’idea che potesse fare piacere alla destinataria altrettanto “umana”.

Quando tutti i gatti furono arrivati, il Bassetto Leccino prese la parola, presentando le prime proposte che gli erano pervenute. 

C’era chi proponeva una tavolata comunitaria a cui invitare anche la Mamma Monica e tutta la sua famiglia. Sarebbe stata una tavolata apparecchiata in riva al lago, al tramonto, così da poter godere a pieno della vista. Sarebbe stata anche una tavolata interamente a base di pesce: antipastini con caviale del Trasimeno, tagliolini al gambero di lago come primo piatto, carpa regina in porchetta di secondo, e latterini fritti serviti con gelato alla vaniglia per dessert. Sarebbe stato un banchetto delizioso! 

Quando questa prima idea fu annunciata, tutti i gatti miagolarono in coro, esprimendo la loro completa approvazione. Dopo tutto, felini e umani sono accomunati dalla passione sconfinata per il pesce…

Tale affermazione poteva essere vera per certi umani (come per la Risolartista), ma non esattamente per tutti! La Mamma Monica, ad esempio, ricadeva in quel gruppo di umani che non avrebbero affatto mangiato pesce, a pranzo e cena, tutti i giorni della loro vita. Di conseguenza, pensare di farle piacere invitandola a una tavolata a base di pesce di lago in ogni salsa era una follia.

La Risolartista, che conosceva bene i gusti della sua Mamma, fu presto costretta a disilludere i gatti: non era la trovata migliore per festeggiarla! Era meglio pensare ad altro…

Avendo chiarito che invitarla a mangiare pesce non faceva per lei, furono automaticamente escluse anche tutte le altre possibilità che erano state identificate. Niente forniture di pesce gatto per tutto l’inverno, e niente carta regalo di Bussolini per acquistare 30 chili di tonno in scatola. Idee magnifiche, ma non adatte alla destinataria…

Dover rinunciare completamente al pesce, però, ai gatti sanfelicianesi dispiaceva molto. Ci tenevano a mettere il loro zampino nei festeggiamenti…

Mentre tutti si sforzavano di pensare a qualcosa che non riguardasse il lago e i suoi abitanti, un pescatore ruppe il silenzio del porto, rientrando con la sua barchetta a motore. Doveva aver fatto caccia grossa quella sera, a giudicare dal contenuto della sua rete…

Bastò l’immagine del pescatore sulla sua barchetta a illuminare la mente della Risolartista. Bastò vedere il pesce da un punto di vista diverso, per farle venire un’idea che avrebbe messo tutti d’accordo: sia felini, sia umani che non mangiavano volentieri il pesce.

Se i gatti volevano fare qualcosa che fosse legato al Trasimeno e ai pesciolini che vi abitavano, non serviva per forza cucinarli e offrirli per cena. Piuttosto, si poteva optare per una “versione alternativa” del soggetto, come quella di un sogno ad esempio.

Come il ciondolo della Risolartista le permetteva di sognare ogni notte di andare a spasso a bordo della sua zucca-carrozza trainata da un fagiano, una cosa simile si poteva fare anche per la Mamma Monica. Ovviamente, il contenuto del sogno non avrebbe avuto una zucca, bensì una barchetta con tanto di pescatore a bordo, che accompagnasse la Mamma Monica a pescare insieme a lui. In quel modo, ogni volta in cui le fosse venuta nostalgia del Lago, avrebbe potuto sognare di pescare sul Trasimeno per tutta la notte. E senza ritrovarsi a dover poi cucinare e mangiare il bottino della pesca! I pesci di lago “nel lago”, infatti le erano sempre piaciuti molto; il suo problema arrivava nel momento in cui varcavano la soglia della cucina…

L’idea della Risolartista non poté che trovare tutta la comunità dei Gatti interamente d’accordo. Si poteva procedere alla realizzazione del regalo.

Come ormai è noto, per poter creare un simile gioiello magico che avesse il potere di far sognare il Trasimeno, serviva l’aiuto del Maestro Anton Maria. Il che voleva dire recarsi nella sua bottega al Castello di Zocco con tutto l’occorrente per il lavoro (compreso il progetto), e affidargli il compito. 

Perciò, il primo passo era pensare all’oggetto in questione. Che cosa poteva piacere da indossare alla Mamma Monica?

Un braccialetto, forse? Non li metteva mai…

Un grosso anello con pietre? Non metteva nemmeno quelli…

Una collana con pendente? Troppo scomoda… meglio rimanere sulla collana, ma senza pendenti, e a girocollo. 

Alla Mamma Monica piacevano le cose semplici e raffinate. Troppe decorazioni e troppe pietruzze vistose non facevano per lei. La Risolartista, che conosceva i suoi gusti, sapeva bene su cosa puntare. Va da sé che le fu subito affidato il compito di disegnare il progetto del gioiello.

Compito apparentemente facile per un’artista come lei, ma estremamente difficile in mancanza di ispirazione. Decidere che soggetto racchiudere tra le maglie della collana non era scontato.

Per farsi venire qualche idea, pensò bene di andare a fare un giro tra i ruderi del Castello di Zocco, sperando che l’aura mistica del luogo la potesse aiutare.

Non ebbe nemmeno bisogno di inoltrarsi troppo tra le stanze pericolanti: qualcosa di sufficientemente curioso giunse appena varcata la soglia d’ingresso.

Si trattava del vecchio attracco dei pescatori.

Dovete sapere, che, nei tempi d’oro del Castello, fino a poco più di un secolo fa, le acque del Trasimeno arrivavano fino alle sue mura. Il lago, allora, era molto più alto, e aveva conquistato un’ampia fetta di riva paludosa, giungendo a contornare tutto il fronte dell’edificio. 

Vista la vicinanza dell’acqua, gli abitanti pensarono bene di sfruttarla, costruendo un porticciolo per attraccare le barche.

Barche da pesca (non certo navi da crociera…). 

Barche da pesca, utilizzate da quella piccola comunità di pescatori che si andò formando tra le mura del Castello. In quel periodo, infatti, Zocco divenne un borghetto di pescatori, che conducevano una fiorente attività di cattura e commercio di pesce lacustre. 

Purtroppo, le barche smisero presto di attraccare accanto al grande portone: i capricci del clima umbro, e l’evaporazione del lago, fecero ritirare di nuovo le acque più lontano. Quella che era stata una comunità di pescatori, si tramutò in insediamento di agricoltori. 

Il passaggio della “gente di mare” (o meglio, della “gente di lago”), però, aveva lasciato i suoi segni indelebili nel tempo. 

Segni marinareschi e inconfondibili, che la Risolartista non mancò di notare…

Appena si rese conto di essere nell’area del Castello che ospitava le baracche e gli attracchi dei pescatori, la visitatrice aguzzò la vista, curiosa di scoprire cosa ci potesse ancora essere.

Di barche intere non se ne vedevano; al loro posto, c’erano loro frammenti abbastanza ben conservati, che bastavano a rievocare le memorie passate. 

I pescatori dovevano essere stati ometti molto pittoreschi: i resti delle loro barchette testimoniavano una tavolozza di colori degni di un pittore. Ce n’erano di verdi, di azzurre e di arancioni; la meglio conservata, però, era rosso vermiglio. L’artista rimase colpita da quest’ultima in particolare, tanto che decise di avvicinarsi un po’ più.

Più la osservava, e più le appariva graziosa e raffinata. Il pescatore proprietario era stato sicuramente un soggetto pieno di buon gusto! Non solo aveva scelto un bellissimo colore per la sua bagnarola. (che si era conservato intatto nel tempo), ma aveva anche provveduto a farla decorare lungo tutta la fiancata. 

Dai resti dello scafo, quasi interamente salvo, si distingueva bene un motivo ricorrente scolpito a rilievo, e verniciato di bianco.

Erano nodi. Nodi marinari.

Erano i cosiddetti “nodi piani”, che il Babbo Antonello (esperto in materia) aveva detto essere nodi di giunzione, e facili da sciogliere. Indipendentemente dalla funzione, erano davvero bellissimi, in tutta la loro lavorazione minuziosa, che riproduceva fedelmente la trama della corda. 

Bastò quella barchetta tutta annodata, e la mente della Risolartista cominciò a creare il progetto della collana. E dalla collana, passò addirittura ad architettare qualche dettaglio sul sogno…

Questo che state per leggere era il contenuto del messaggio (con disegno annesso) che fu consegnato al Maestro Anton Maria, con l’incarico di renderlo realtà.

La collana doveva essere un girocollo d’oro zecchino, dalla maglia sottile e raffinata. Nel centro, la maglia si doveva interrompere, lasciando spazio a un intreccio di nodi marinari “piani”, tutti dipinti di smalto rosso vermiglio. Per avere un’idea precisa del colore, il Maestro si sarebbe potuto ispirare alla barchetta dei pescatori che si trovava giusto giusto nel Castello.

Per quel che riguardava il sogno, invece, allo strofinio della collana prima di dormire, sarebbe seguita una nottata di pesca.

Una nottata di pesca sul Trasimeno, in compagnia di un provetto pescatore del luogo, che avrebbe condotto la sognatrice Mamma Monica lungo tutto il litorale del lago, alla ricerca dei pesci più luccicanti. 

Una nottata da trascorrere a bordo di una barchetta rosso vermiglio, con tanto di nodi marinari “semplici” a decorarne i fianchi… proprio come l’esemplare dei tempi che furono. 

Una nottata che avrebbe rievocato tutto il bel paesaggio lacustre, e, al contempo, i suoi pesci e i loro relativi ghiotti mangiatori (ossia i Gatti e la Risolartista!).

Per poter realizzare il progetto appena dettagliato, servivano, come di consueto, i materiali giusti. Senza quelli, il Maestro Anton Maria non avrebbe potuto fare nulla.

Per quanto riguardava la barca, un pezzetto dei resti di quella originale trovata a Zocco era sufficiente. Il problema era il mezzo con cui farla muovere: remi, vela, o motore? 

L’idea venne al Gatto Cappelletto, che era appena tornato dagli orti, con un cestino pieno di zucchine tenerissime. Zucchine che presentavano ciascuna un bel fiore a un’estremità.

Perché non rendere quel fiore una sorta di motore a pale per far muovere la barchetta? Sembrava una trovata geniale! Sicuramente il Maestro artigiano avrebbe saputo renderla realtà…

L’ultima cosa da recuperare era il nocchiere-pescatore, che avrebbe accompagnato la Mamma Monica a pescare. 

Trovare un animaletto adatto da cui prendere “un pezzetto” (come un pelo, o un’unghia) era una faccenda complicata. Nessuno tra le loro conoscenze sembrava essere particolarmente adatto a diventare un pescatore…

La Gatta Ittica, da esperta frequentatrice di porti, si incaricò di recuperare l’oggetto che poteva fare al caso loro. Non dovevano preoccuparsi: qualcosa si sarebbe fatta venire in mente.

E così, la sera successiva, Leccino, la Risolartista e la Gatta Ittica, si presentarono alla porta del Castello di Zocco, deponendo sulla soglia tutti gli oggetti che il Maestro Anton Maria avrebbe trasformato in gioiello. C’era il pezzo di barca, il fiore di zucca e… una piuma azzurra.

Una piuma di Martin Pescatore: il miglior uccello che potesse assumersi il ruolo di nocchiere-pescatore! 

Una notte di intenso lavoro, e l’opera fu conclusa. 

La Risolartista, incontenibile nella sua voglia di vedere cosa fosse venuto fuori, si precipitò al Castello ancor prima di colazione. 

Anche quella volta, l’artigiano aveva creato un capolavoro: la collana era perfetta. Era esattamente come la sua mente d’artista l’aveva immaginata. Un girocollo d’oro zecchino, con una successione di nodi piani dipinti di rosso vermiglio. Un gioiello degno di una regina della pesca lacustre. Un gioiello che, nel suo essere tutto pieno di nodi, avrebbe ricordato alla destinataria l’affetto degli ideatori nei suoi confronti.

Sarebbe stata una collana di nodi d’amore che sempre l’avrebbero tenuta legata al Trasimeno, e ai suoi pittoreschi abitanti.

I Gatti di San Feliciano

I Gatti di San Feliciano

La comunità dei Gatti di San Feliciano, come è facile immaginare, vive tra le vie del paesino di pescatori per eccellenza affacciato sul Trasimeno. San Feliciano, appunto. Se si volessero avere dati demografici più precisi su questa popolazione felina, non sarebbe facile quantificarli. I gatti 

Il Gatto Grifolatte

Il Gatto Grifolatte

E la sua marmellata di pere Buongiorno a tutti! Prego, accomodatevi, mentre aspetto che il latte si scaldi, ne approfitto per la mia presentazione. Sono il Gatto Grifolatte… come ben si intende dal nome, di latte me ne intendo eccome! Tuttavia, mi è stato chiesto 

E il naufragar sulla torta al testo m’è dolce in questo mare di pomodori

E il naufragar sulla torta al testo m’è dolce in questo mare di pomodori

Pomodori e gatto al mare

Pomodori.

Pomodori ovunque.

Pomodori Francescani dalla forma appuntita.

Pomodorini “da appendere” della Bruna, di un colore più che dorato.

Un mare di pomodori e pomodorini, un’opera d’arte già fatta e finita da chissà quale artista contadino.

E, quel che era meglio, era il poterci galleggiare sopra, a bordo di una fetta di torta al testo. Poterci galleggiare sopra indisturbati, senza nessuno attorno a rompere tale idillio, né ad addentare tale mangereccia imbarcazione.

Il Signor Leopardi, nel suo naufragare nell’infinito di Recanati, poteva solo sentire un pezzetto della dolcezza di quella profusione di pomodori. Se i colli del poeta erano così belli da parere “dolci”, i pomodorini “da appendere” della Bruna erano dolci nelle loro screziature color miele, ma ancor più nel loro sapore. 

Insomma, era un sogno così deliziosamente concreto, da parere vero.

Il Gatto Cappelletto stava proprio sognando. Stava sognando di essere spiaggiato su una fetta di torta al testo appena fatta, di cui sentiva ancora il profumino stuzzicargli il muso. Stava sognando di galleggiare in un’immensa cassetta di pomodori di due varietà molto curiose.

Si trattava dei pomodori Francescani, che ricordavano per l’aspetto un peperoncino gigante, e dei pomodorini “da appendere” della Bruna. Questi ultimi erano ancora più insoliti, e insolito era ritrovarli nel suo sogno. La sua memoria felina, prima di addormentarsi, doveva esserne rimasta particolarmente colpita, altrimenti non li avrebbe mai fatti comparire del suo mare di pomodoro onirico. 

Chiunque rimarrebbe colpito dal sentire un nomignolo come il loro. “Da appendere”.

… Da appendere dove? Da appendere a qualche trave della dispensa, così da poter conservare i grappoli per tutto l’inverno, fino a Pasqua. Questa era la funzione di tale antica varietà di pomodorini, che venivano raccolti in estate, per poi durare mesi e mesi. La loro unicità si vedeva già nell’aspetto, che la mente del Gatto aveva riprodotto più che fedelmente nel suo sogno. Erano piuttosto grossi e tondi, dalla buccia gialla, tendente all’arancione, con delle venature verdoline. La polpa, invece, era curiosamente rosata, quasi rossa, e contrastava buffamente con l’esterno.

Ecco, questi erano i pomodorini da appendere della Bruna. Chi fosse questa Bruna, mistero. L’unica cosa che era nota, era l’origine lacustre antichissima (e dimenticata) di tali esemplari, condivisa con i colleghi Francescani.

Dunque, volendo trovare una collocazione geografica al sogno del Gatto Cappelletto, si poteva azzardare uno degli orti in riva al Trasimeno. Era quello l’unico posto in cui trovare simili insoliti pomodorini…

Altro indizio che riconduceva al Lago era il materassino su cui il sognatore si trovava a galleggiare. Un materassino di torta al testo.

I lettori pratici del luogo troveranno tale termine familiare. Gli altri poveri stranieri, invece, staranno forse pensando che il Gatto stesse spaparanzato su una fetta di torta simile a una crostata, oppure su una specie di Saint-Honoré. Per carità: la torta al testo è tutt’altro! A cominciare dal fatto che è salata…

Per apprezzare a pieno il dolce naufragio nel mare di pomodori su materassino di torta al testo, occorre conoscere la storia di tale torta al testo.

Volendo correre indietro nel tempo il più possibile, si potrebbe arrivare fino all’Antica Roma. C’è un poeta del tempo, il cosiddetto Pseudo-Virgilio, che scrisse un testo al riguardo che fa al caso nostro.

In quello scritto, si parlava di un semplice contadino della campagna del tempo, intento a cucinarsi la cena. Con una precisione giornalistica, il nostro Pseudo-Virgilio descrisse tutta le fasi della preparazione. Preparazione che comprendeva un composto di formaggio secco, ortaggi e aromi vari (chiamato “Moretum”), da accompagnare con quella che era l’antenata dell’odierna torta al testo.

Si trattava di una specie di pagnotta piatta, senza lievito, che veniva impastata, fatta riposare per crescere naturalmente (lievitazione “naturale”, insomma), e poi cotta sulle braci ardenti, ricoperta di pietre. 

Ne risultava qualcosa di simile alla piadina romagnola, o alla pita greca; tuttavia, in territorio perugino, si ammettono solo somiglianze con la torta al testo.

Abbandonando il contadino romano, la storia del materassino del Gatto passava poi ai tempi dei Bizantini. Furono questi a diffondere l’abitudine di preparare questo “pane povero”, più semplice da fare, rispetto al classico pane lievitato. Lo diffusero a partire dall’Oriente, portandolo in territorio perugino, e in direzione di Gubbio, dove, però, si decise di chiamarlo “Crescia”.

Chiedetelo al sognatore in questione per conferma, ma nel suo sogno era ammesso solo parlare di “torta al testo”. 

Sorge spontaneo anche l’interrogativo sull’origine della curiosa accezione. 

“Torta” è per non dire “pane” (termine di cui spesso si abusa…), scegliendo un nomignolo più creativo.

“Testo” deriva ancora dall’Antica Roma. Deriva dal “textum” latino, ossia dalle pietre roventi su cui il contadino del tempo cuoceva la sua bella pagnotta piatta.

Ora che anche il materassino su cui naufragava Cappelletto ha un’identità specifica, è giunto il momento di svegliare il nostro micio sognatore…

Come accadeva per tutti i sogni più belli, prima o poi, arrivavano i raggi dell’alba (o la sveglia) a interrompere tali incanti. La cosa positiva, però, era che il sapore di quanto avvenuto durante la notte rimaneva sulla lingua. 

Nel caso specifico del mare di pomodori, al Gatto Cappelletto era venuta proprio l’acquolina in bocca! Non sarebbe stato soddisfatto, se quella sera non fosse riuscito a preparare alla comunità dei Gatti sanfelicianesi torta al testo espressa, e una bella insalatona di pomodorini rossi e gialli.

Perciò, balzò fuori dal letto, e si mise all’opera per realizzare il suo intento.

Mentre andava a recuperare il suo “testo”, passava di lì la Risolartista, che gli chiese curiosa cosa intendesse fare con quello strano aggeggio. 

Va da sé, che, da ingenua milanese, non fosse a conoscenza dell’attrezzo in questione. Non era una padella (visto che non aveva il manico), ma nemmeno una teglia (perché era troppo pesante). Era un testo.

Dovete immaginarvelo tondo, fatto di ciò che oggi sostituisce gli antichi laterizi romani (ossia qualcosa di analogo alla pietra), e con due manici ai lati, posti perpendicolarmente alla superficie. Ecco: quello era lo strumento ideale con cui cuocere una torta al testo a regola d’arte. 

Ancora adesso, se vi trovaste a passeggiare per le vie sanfelicianesi verso l’ora di pranzo (o di cena), potreste facilmente indovinare che qualche matrona del paese sia intenta a cuocere il suo impasto sul fuoco. Come capirlo? Semplice: arricciate il naso, e cercate di percepire un certo prufumino che richiama la legna che brucia. Attenti, però, perché non è propriamente “legna” quello che libera un simile aroma inconfondibile. Piuttosto, si tratta delle “cannucce” del Trasimeno, ossia di quelle piante acquatiche di cui tutta la riva è piena. Gli abitanti lacustri non gettano banali ciocchi di legno nei loro focolari, ma cannucce ricchissime di sentori aromatici caratteristici. Annusatelo una volta, e ve ne innamorerete…

Mettendo da parte il profumo della cannuccia del Trasimeno che brucia, torniamo al Gatto Cuoco e alla Risolartista che si improvvisò subito in apprendista panificatrice di torte al testo. 

Appena aveva scoperto che l’amico aveva intenzione di mettersi a cucinare torta al testo per tutti i gatti del paese, non aveva potuto trattenersi dal chiedere di partecipare alla preparazione. Tante erano le volte in cui l’aveva mangiata, ma mai nessuno si era offerto di raccontarle i segreti della ricetta. 

Il Gatto Cappelletto, vista anche la quantità di torte che si ritrovava a dover impastare, fu ben contento di avere un’aiutante.

Come prima cosa, bisognava preparare l’impasto. Farina, acqua, un pizzico di sale e lievito di birra.

… Lievito di birra?! 

La Risolartista, da fedele adepta del lievito madre, non poteva credere alle sue orecchie. Lei, il lievito di birra non lo avrebbe mai utilizzato! 

Per coloro che non hanno ancora assaggiato il gusto unico del lievito madre, tale obiezione potrebbe sembrare assurda; tuttavia, vi garantisco che era più che motivata.

Tant’è, che il Gatto Cappelletto (anche lui conoscitore del lievito madre) accettò di modificare in modo pittoresco la ricetta universalmente seguita in paese, optando per la versione “alla Risolartista”. In fin dei conti, le tradizioni sono fatte per essere accolte, studiate, e rielaborate creativamente per adattarle ai tempi. Non c’era motivo per mostrarsi così intransigenti sull’usare per forza il lievito di birra! 

Perciò, si procedette a “rinfrescare” il lievito madre domestico dell’artista e a lasciarlo lievitare in cucina. 

Altro cambio alla ricetta originale riguardava la farina. Niente triste e bianca farina 00, ma farina integrale della miglior qualità, acquistata giusto giusto dal caro Bussolini. 

Mentre il lievito rinfrescato fermentava tranquillo, i due amici fecero una gita alla ricerca dei pomodori adatti all’occasione. Il Gatto Cappelletto, infatti, nel suo sogno aveva immaginato pomodori ben precisi. Pomodori che voleva trovare, e servire in insalata alla comunità felina, convinto che un po’ di varietà non avrebbe fatto che bene…

Dovete sapere che i gatti sanfelicianesi non erano particolarmente curiosi in materia di prodotti gastronomici. Mangiavano quello che si metteva sulla tavola. Se si mettevano pomodori insapore, li mandavano giù senza fare storie, e senza farci molto caso. Se, invece, si proponeva loro qualche esemplare spiccatamente insolito e gustoso, poteva anche capitare che ci facessero caso, e apprezzassero oltremodo la pietanza. La volta dopo, trovandosi di nuovo quel pomodoro insolito e gustoso, ne avrebbero probabilmente chiesto il nome e che cosa avesse di tanto speciale da renderlo così buono.

Era quello il modo per “educare” il loro palato felino a gustare la biodiversità che la natura offriva, abbandonando i soliti sapori-insapori comuni. Faticoso come modo, ma efficace…

Dunque, per recuperare una discreta montagna di pomodori Francescani e di pomodorini da appendere della Bruna (…ve li ricordate ancora?!), c’era solo un posto in cui andare.

Qualche angolo di verde dell’orto dei Verdi Orizzonti.

Quando anche gli insoliti esemplari di pomodoro furono conquistati, Gatto Cuoco e apprendista si misero a impastare farina (integrale), acqua, sale e, ovviamente, lievito madre. 

Ottenuto il composto, e lasciato lievitare ancora qualche ora, fu il momento di scaldare il famoso testo. 

Perché la cottura fosse ottimale, la pietra doveva essere ben rovente. E ben rovente divenne in breve tempo, grazie al fuocherello vivo che il Gatto Cappelletto aveva provveduto ad accendere nella sua cucina.

Tengo a specificare: si trattava di un fuocherello di cannucce del Trasimeno, che liberava tutto il suo profumo unico e inconfondibile. Metà del sapore della futura torta al testo, infatti, derivava da quello…

Alla Risolartista fu concesso l’onore di bucherellare con la forchetta le superfici dei dischi di pasta schiacciati. Poi, si iniziò la cottura. 

Prima da una parte, poi dall’altra; quando comparivano le macchioline brunite, allora la torta era pronta. 

Procedendo come due panificatori esperti, i due amici arrostirono ben bene tutte le torte necessarie a sfamare la comunità felina, curandosi anche di prepararne un paio per il Babbo e la Mamma, che avrebbero certo gradito il pensiero.

Mancava solo l’insalata di pomodori.

Tutto era pronto: si potevano chiamare i gatti a tavola!

Miagolii di stupore seguirono l’ingresso di quella curiosissima insalata di pomodori Francescani e pomodorini della Bruna. 

Miagolii di stupore e di immediato piacere seguirono l’arrivo della torta al testo integrale al lievito madre, insolitamente più lievitata e dal profumo ancor più delizioso.  

Ogni commensale, quel giorno, non vedeva l’ora di gustarsi il primo boccone. C’era, però, un nodo da sciogliere: con cosa farcire la propria fetta di torta? 

C’erano alternative per tutti i gusti. Dal culatello, al salmone affumicato. Dal paté di tinca, alla ricotta di pecora. Dall’erba amara, al pecorino di Norcia. 

Dopo un simile pranzetto, il Gatto Cappelletto era molto soddisfatto di aver visto il suo sogno diventare realtà. Di più: la realtà si era rivelata anche meglio del sogno. Tutto merito del lievito madre nascosto nell’impasto. Lo zampino dell’artista aveva proprio fatto centro.

La prossima volta, nel suo naufragar nei pomodori, avrebbe fatto in modo di aver un materassino di torta al testo… fatta con farina integrale e lievito madre!

Costruendo una Torre degli Sciri di sottofiletto e ortaggi

Costruendo una Torre degli Sciri di sottofiletto e ortaggi

Quella sera, il menù della cena per la comunità dei Gatti di San Feliciano prevedeva la carne. Per quanto sia risaputo che i felini si nutrano soprattutto di pesce, in realtà, anche qualche bocconcino di manzo o di vitello non verrebbe mai rifiutato. Purché sia 

Un ciondolo incantato per l’artista

Un ciondolo incantato per l’artista

Di lì a poco, il diciannove di agosto, sarebbe stato il mezzo-compleanno della Risolartista. I suoi amici gatti sanfelicianesi, con l’aggiunta del Bassetto Leccino, volevano farle un regalo per l’occasione.  Doveva essere un regalo speciale. Doveva essere un regalo degno di un’artista dallo spirito etrusco. 

I millefiori dei Colli Perugini

I millefiori dei Colli Perugini

barattolo miele millefiori

Il nuovo barattolo di miele troneggiava sulla tavola della colazione.

Agosto aveva ormai superato il suo fatidico centro, volgendosi verso la sua consueta fine. Malgrado ciò, l’estate era ancora lunga, e i giorni in cui gustarne le delizie erano al pari numerosi.

Delizie, che cominciavano già all’ora della colazione, quando l’oro dell’alba irrorava la piccola cucina della casa lacustre. 

Delizie, che assumevano spesso i colori di quella stessa alba dorata, e l’aspetto di una crema vellutata.

Delizie, che si potevano racchiudere in un barattolo, e conservare per mesi e mesi. 

Delizie dolci e zuccherine… come il miele.

Ed era proprio un cucchiaino di miele, quello che la Risolartista stava mescolando al suo risolatte mattutino. Era bastato staccare il sigillo, e svitare il tappo metallico, per liberare un aroma fragrante e molto invitante. Il sapore, poi, doveva essere ancora più spettacolare…

Mentre quella crema morbida e luccicante scompariva nella tazza, amalgamandosi agli altri colori della frutta e del latte, pensieri pittoreschi si arricciavano attorno.

Lo spirito d’artista era incantato davanti a quel barattolo dal contenuto d’oro, che sembrava dipinto con quei toni ocra che piacevano tanto al Signor Vincent.

Il Signor Vincent, nella sua campagna provenzale, aveva più e più volte immortalato quelle sfumature così ricche di sole e di vita. Così ricche di gioia, di emozioni sottili, di giornate semplici, passate tra i campi e tra le case paesane. Le sue ocre e i suoi gialli limone erano spesso divenuti materia per scolpire girasoli ed erba secca sulle sue tele grezze di cotone. Bastava guardarli un attimo, per sentirsi l’animo colmo di dolcezza e di aria di Provenza; bastava un colpo d’occhio, e il tempo cambiava il suo corso, riportando alla spensieratezza delle estati passate tra le campagne profumate di polline.

Tutte quelle immagini, tutti quei colori, sembravano rimescolarsi nella crema dorata che aveva scritto sull’etichetta “miele”. Tuttavia, a guardarli bene, erano colori un po’ diversi.

Il Signor Vincent era pittore di colli di Provenza, la Risolartista era pittrice di colli perugini. Non c’era il mare della Costa Azzurra sui suoi sfondi, bensì la riva del Trasimeno, con i profili dell’Isola Polvese. Conseguenza ne era che, anche il miele, rispecchiava il giallo e l’oro di quel paesaggio etrusco assai particolare.

Quando fu riemersa dai suoi pensieri pittoreschi, il risolatte era ormai pronto per essere assaggiato.

Pareva ambrosia.

Di più: pareva un nettare degno di qualche divinità classica greca o latina. Anzi no, visto che si era in terra etrusca, quella colazione al miele poteva essere servita alla tavola di un re degli Etruschi. 

In fin dei conti, proprio gli Etruschi erano grandi cultori del miele. Ed erano anche grandi apicoltori, molto abili nell’allevare le loro preziosissime api.

Giusto qualche giorno prima, la Risolartista aveva scoperto una cosa molto curiosa al riguardo. Una cosa che le faceva apprezzare ancora di più quel miele di terra etrusca, che si trovava in quel momento a gustare.

Gli apicoltori etruschi non erano solo ottimi produttori di miele, ma anche decisamente furbi. Per ottenere un nettare aromatico e millefiori più millefiori che potessero desiderare, avevano escogitato un brillante sistema. Di notte, mettevano le arnie sulle barche, e le trasportavano lungo i fiumi, o le coste lacustri, in luoghi vari. Al mattino, le api mellifere si svegliavano, uscivano dalle loro casette, e andavano a zonzo a mangiucchiare e fare scorta di polline. Una volta rincasate, si mettevano al lavoro a fare il miele e, sempre durante la notte, venivano spostate in un altro posto. In questo modo, ogni giorno il loro menù del pranzo offriva fiori e sapori diversi, che si traducevano, poi, in una sinfonia di aromi ineguagliabile.

Il miele che ne derivava doveva essere qualcosa di davvero delizioso!

C’era anche un’altra furbizia escogitata dagli antenati etruschi. Per capire quando le api avevano lavorato abbastanza da poter “smielare” le loro casette, e ottenere il prezioso oro zuccherino, non occorreva per forza aprire le arnie. Si poteva, piuttosto, guardare il livello raggiunto dalle barche sull’acqua: se queste sprofondavano più del normale, voleva dire che erano più pesanti del normale. E, se erano più pesanti del normale, voleva dire che… erano piene di miele!

Tali tecniche astute, pensava la Risolartista, potevano benissimo essere state applicate per secoli anche sulle rive del suo Lago Trasimeno. Gli Etruschi, infatti, erano stati abitanti di tutti i colli perugini che attorniavano lo specchio d’acqua. Va da sé che, vista la ricchezza di fiori e di polline di quelle terre, l’arte dell’apicoltura poteva dare ottimi risultati…

Il barattolo di miele aperto quel mattino era dunque una versione “contemporanea” del nettare etrusco. Con un po’ di fantasia, si poteva anche dire che fosse qualcosa di molto simile a quanto gli antenati impiegavano nelle loro ricette. 

Come una piccola etrusca poteva addolcire la sua “puls” (un pastone simile a una polentina) con il miele dei colli perugini, così anche la Risolartista faceva con il suo risolatte. Erano passati gli anni, ma il sapore non doveva essere troppo diverso. La natura delle colline attorno al Trasimeno, in fondo, era rimasta piuttosto selvaggia e incontaminata. Una natura con fiori non così diversi da quelli che potevano trovare le api allevate dagli Etruschi.

Quali potevano essere quei “millefiori” che erano racchiusi nel barattolino contemporaneo (e antico)? Difficile rispondere così su due piedi… il gusto e l’aroma erano molto ricchi, ma poco dicevano delle loro origini. Il color ocra già aiutava un po’ più: si potevano escludere subito sia l’acacia (troppo chiara), sia il castagno (troppo scuro). Tuttavia, per poter andare a fondo di quel barattolo di miele, bisognava andare a esplorare i colli perugini, immaginandosi un’ape in cerca di polline…

Così fece la Risolartista, improvvisandosi ape operaia a spasso all’ora di pranzo.

L’etichetta del suo vasetto di miele dava un’indizio importante: “Millefiori dei Colli Perugini DOC”. L’area in cui andare a zonzo era piuttosto circoscritta, in quanto fuori dai confini dell’Umbria non si scappava. Però, a volerla girare tutta, un’estate di esplorazioni non sarebbe bastata. Inevitabilmente, doveva semplificare un po’ le cose, confidando che gli stessi fiori crescessero un po’ ovunque lì attorno. In fin dei conti, ciò che racchiudeva un barattolo di Millefiori era un mistero troppo dolce (e difficile) da poter svelare alla perfezione. Già un’idea abbastanza chiara sarebbe stata un grande risultato…

Perciò, l’ape operaia che si apprestava a personificare sarebbe stata un’ape lacustre. Un’ape sanfelicianese, per la precisione. Non si sarebbe, però, limitata ai soli fiori del paese, ma avrebbe spaziato nei dintorni, seguendo la costa, e risalendo le alture. Già le api etrusche erano ottime vagabonde; non c’era motivo per non esserlo a sua volta…

Il primo fiore in cui si imbatté, pedalando in direzione di San Savino, era il girasole. Inconfondibile.

Inconfondibile, era il suo aroma intenso e caldo, che ricordava le torte e i pasticcini di cui entrava a far parte sotto forma di olio. 

Inconfondibile, era anche il colore: il contenuto del barattolo, infatti, era di quel giallo ocra, e quasi aranciato, proprio grazie alla sua dominante presenza.

Visto il numero di campi di girasole, e viste le tinte del miele in questione, si poteva concludere che, tra i “millefiori”, un buon terzo fosse riconducibile a lui.

La ricerca continuava sui colli alle spalle di San Feliciano, così da poter dire pienamente di aver analizzato i “colli” del perugino. 

Su tali colli, colpiva subito tra l’erba un acceso violetto. Un violetto in forma di palline pelose, talvolta tendente al porpora, e talvolta all’indaco azzurrognolo. 

Erano i cardi.

Erano quei fiori dal buffo cappello di pelliccia, tanto carini, quanto poco simpatici se si voleva fare conoscenza. Infatti, dalla radice ai petali, erano tutti pieni di spine molto dispettose, che graffiavano le gambe, e tiravano i vestiti. Non fosse stato per questo dettaglio, i cardi sarebbero stati tra i fiori dei colli perugini preferiti dalla Risolartista. Una volta privati delle spine, diventavano buonissimi se cotti al vapore e conditi con un po’ d’olio del Trasimeno. Erano una verdura a tutti gli effetti, e dal sapore che ricordava spiccatamente il carciofo.

Per fortuna, il loro polline non sapeva di carciofo; anzi: il miele di cardo era di solito molto aromatico, con sentori quasi di liquirizia. 

Visto il numero di palline pelose che popolavano i dintorni, nel suo barattolo i fiori di cardo non dovevano mancare.

Sempre nella stessa zona crescevano anche vasti campi di erba medica. Era risaputo che piacesse molto alle api da includere nella loro dieta. Dunque, ecco un’altra componente certa.

Prendendo spunto dalle pratiche degli apicoltori etruschi, l’artista pensò di spostare la sua arnia (ossia la sua biciclettina fragolosa) lungo la costa, procedendo verso Monte del Lago. 

Cambiando colli, cambiavano anche i fiori.

Comparivano ovunque ciuffi di tarassaco a contornare stradine e sentieri. Ecco un ulteriore elemento dal sapore caratteristico che rientrava nel bouquet dei millefiori. Merito suo era quell’odore forte di polline, che si sentiva sullo sfondo della fragranza del miele. La Risolartista lo conosceva bene: nel suo inverno milanese appena trascorso, infatti, aveva mangiato barattoli e barattoli di miele di tarassaco. L’avrebbe riconosciuto a metri di distanza!

Gira che ti rigira, era arrivata proprio l’ora di pranzo. Tuttavia, non essendo un’ape operaia a tutti gli effetti, malgrado avesse visto e raccolto un bel mazzolino di fiori, non poteva ritenersi sazia. Era ora di rincasare… di quei millefiori, ormai, i principali avevano un nome e un’identità.

Ce n’erano, però, ancora due da portare alla luce fuori dal barattolo di miele.

Due varietà da cui si ritrovò circondata mentre scendeva la collina lungo la famosa (famosa per gli autoctoni) Strada della Santocchia. 

Uno era il rosmarino, e l’altro la lavanda. I giardini delle villette che si affacciavano sulla suddetta stradina ne avevano in enormi quantità.

Inevitabile, dunque, che le api locali dei colli perugini fossero andate ad attingere polline anche da quelle. Tanto più, visto che rientravano tra le piante preferite dalle amiche operaie a strisce.

Scoperti anche altri due di quei millefiori, lo spirito d’artista era davvero soddisfatto. Adesso sapeva a che cosa doveva pensare, quando mescolava il suo miele dei Colli Perugini DOC nel risolatte. In ogni cucchiaino, non c’era più per lei semplice “miele”. C’erano tutti i fiori delle colline attorno al Trasimeno. C’erano i cardi, l’erba medica, il tarassaco il rosmarino e la lavanda. Soprattutto, però, c’erano i suoi amati girasoli… 

Anguria, o cocomero?

Anguria, o cocomero?

Anguria, o cocomero?… Questo è il dilemma.  Questa era la domanda che faceva girotondo nella mente della Risolartista in quei giorni d’agosto. Domanda che, a dir la verità, tornava puntuale ogni anno, giusto quando le veniva voglia di andare a comprare un po’ di anguria.