Il Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso

Raccogliendo un mazzolin di fiori che vien dal… Santuario di Santa Maria dei Miracoli presso San Celso

Un germoglio di storia del posto

Sono due i santi che conferirono un’aura di sacralità a questo luogo: San Nazzaro e San Celso, entrambi martiri dei primi anni della cristianità meneghina. Il primo fu probabilmente un predicatore laico, che cadde sotto Nerone nel nome della sua missione di testimonianza divina. L’altro, invece, senza che potesse superare i 21 anni, subì il martirio per la sua fede, sempre a causa del medesimo imperatore. Perché accostare questi due santi? Non solo li accomuna il tempo, ma anche lo stesso luogo di sepoltura, e il coevo ritrovamento dei corpi da parte di Sant’Ambrogio. Correva l’anno 396, quando il vescovo milanese scoprì le spoglie Nazzaro e Celso… proprio dove oggi sorge il santuario in questione. L’uno fu poi trasportato in Corso di Porta Romana (in un luogo oggi a lui espressamente dedicato); l’altro rimase qui, in una piccola chiesa, costruita per accogliere una stele con la la Madonna, voluta da Ambrogio per ricordare l’evento.

Ci spostiamo nel 996, quando l’arcivescovo Landolfo II decise di sostituire la chiesetta ormai decadente, con una ben più dignitosa basilica (e monastero di contorno) affidata ai benedettini. Della basilica, oggi, non rimane che un terzo: il resto fu demolito per dare aria e spazio al Santuario quattrocentesco. Se si volesse fissare un suo dettaglio nella memoria, basta alzare lo sguardo sopra il Portale: ecco la Madonna tra i due santi Nazzaro e Celso. Opera del Cerano.

Quasi mezzo millennio dopo, nel 1430, il duca milanese Filippo Maria Visconti fece costruire un altro piccolo luogo di culto, per proteggere la Madonna di S. Ambrogio e celebrare le funzioni religiose. Dovete pensare tale chiesetta disposta in modo trasversale, rispetto alla basilica, con l’altare maggiore nella posizione dell’odierno altare della Madonna Assunta. La Madonnina era di solito coperta da una tenda, come prevedeva l’usanza, che la scopriva solamente durante le occasioni solenni. Tuttavia, ci fu un giorno in cui, la Madonnina stessa decise di scostare il drappo, e farsi vedere…

Si parla dell’anno 1485: anno duro, per Milano e dintorni. Anno di peste mortifera, che aveva messo in ginocchio il popolo e l’intera città. Il 30 dicembre, mentre la chiesa si trovava affollata di persone, lì rifugiate con la speranza di ottenere la guarigione, avvenne il Miracolo. Dopo la comunione della messa delle 11, la Madonna mosse la tenda e si mostrò ai suoi amati milanesi devoti, tendendo loro le braccia con il Bambinello. In breve, la peste cessò.

Riconosciuto il Miracolo, si cominciarono i lavori per il nuovo santuario, eretto a partire dal 1493, su progetto di Gian Giacomo Dolcebono, presto sostituito dal Solari. Una la navata, a croce latina, con tanto di cupola. Nel 1506, finita l’opera, non sembrava un risultato degno della Madonnina: troppo piccolo, per i gusti del tempo. Bene, altre due navate furono in breve aggiunte, fino a ottenere quanto ancora oggi sorge su questo luogo sacro ricco di storia e di fede.

Un bouquet fiorito per l’Assunta

Il Santuario non è soltanto noto per i suoi Miracoli, quanto anche per essere assai caro agli sposi meneghini. Santuario degli Sposi, lo chiamano in molti.

È comune incontrare squisite coppie di sposini (più o meno freschi), che ricordano i momenti del matrimonio davanti alla magnifica Assunta, opera di Annibale Fontana. Secondo la tradizione, in memoria del sacramento di unione, si portano in dono alla Madonna i bouquet più freschi e profumati, cosicché conferisca la sua benevolenza agli offerenti. Il rito semplice: una preghierina personale, un mazzolin di fiori, magari colto tra i prati di una delle opere esposte, e la benedizione impartita dal sacerdote.

L’architettura

Si comincia entrando nell’atrio in cotto, dalla semplice bellezza che richiama la tradizione locale. A sinistra, sotto il porticato, un tondo marmoreo anticipa la presenza della Madonna del Miracolo.

La facciata, progettata in origine dall’artista perugino Galeazzo Alessi, è divisa in cinque ordini. Cinque porte al piano terra, con annessi fronzoli in forma di festoni bronzei e capitelli corinzi, realizzati dal Fontana.

Proseguendo all’interno, si è accolti da uno stile squisitamente rinascimentale, a croce latina, con tre navate. Vale la pena alzare lo sguardo, verso gli stucchi policromi, e poi abbassarlo, sotto i piedi, per perdersi nello splendore del pavimento di Martino Bassi.

Artisti tra i prati di Lombardia

È ai piedi delle figure che conviene guardare: morbidi tappeti erbosi cattureranno lo sguardo dell’acuto osservatore. Erbetta fresca, punteggiata di fiori di campo; qualche giglio dalla simbolica purezza, qualche soffione pronto a svolazzarsene via…

La natura lombarda più semplice, chiara e riposata si lascia qui intravvedere, tra una veste morbidamente panneggiata, e un’aureola luminosa. Ecco che la celebre caduta da cavallo avviene su una di quelle viuzze sterrate accanto a uno laghetto prealpino; per non parlare del Battesimo: sarà stata acqua del Po, oppure del Ticino?

Prati… che diventano ben presto colli, e poi monti. Così è il paesaggio fuori dai borghi di Lombardia. Immagini quasi manzoniane, che dicono il vero sulla natura del posto, impeccabile nel suo fare da contorno grazioso, a tratti fiammingo, ai grandi eventi che si susseguono sul proscenio.

Gaudenzio Ferrari – Battesimo di Gesù 

“Fu coetaneo di costui Gaudenzio Milanese pittore eccellentissimo, pratico et espedito, che a fresco fece per Milano molte opere, e particularmente à frati della Passione un Cenacolo bellissimo, che per la morte sua rimase imperfetto.” Così dice di lui il Vasari, ed è bene fidarsi. Questo artista, infatti, fu tra i maggiori esponenti milanesi del Cinquecento, ispirato dalle influenze di Leonardo, Bramante, e persino Dürer e il Perugino. Volendo citare un altro nome da cui pare traesse ispirazione compositiva, conviene parlare dello Spanzotti, e del suo Battesimo (visto che qui, nemmeno a farlo apposta, abbiamo proprio un Battesimo!) della chiesa di San Bernardino d’Ivrea. Dopo le prime opere nella città natia, Varallo, seppe brillare nel contesto meneghino, ponendosi al centro della tradizione naturalistica lombarda. Tinte chiare, delicate, accompagnate da sfondi campestri, che richiamano il contado locale. Ecco i caratteri essenziali di questo suo stile semplice e puro, con quelle raffinatezze paesaggistiche (e fiorite) che sembrano proprio rispondere a tono al meraviglioso Battesimo dello Spanzotti.

Il Bergognone – Madonna tra i Santi 

Ambrogio da Fossano, detto il Bergognone: originale artista lombardo, dagli influssi fiamminghi e tardo-gotici. A testimoniarlo, un gusto per le minuzie e costumi dal sapore arcaico. Poco si sa della sua formazione, ma il Foppa sembra aver messo il suo zampino nell’influenzarne la mano. Le sue figure, forse un po’ rigide, sono dipinte con colori chiari e riflessi argentei, in perfetta linea con lo stile della pittura lombarda. E dove potrebbe essere immortalata questa scena, se non durante una passeggiata poco fuori Milano? In fin dei conti, i due santi, Nazaro e Celso, furono ritrovati proprio qui. Certo dovevano apprezzare le scampagnate attorno alla città. La prospettiva aerea, con i monti azzurrini che si perdono all’orizzonte, sembra ben rendere l’idea di quelle alture alle spalle della piana, anche oggi visibili nei giorni di aria pura.

Il Cerano – Martirio di Santa Caterina di Alessandria

Nel cuore del gusto della Controriforma, si inserisce l’arte manieristica di Giovan Battista Crespi, detto il Cerano. Numerose sono le pale d’altare che il soggetto seminò per il territorio lombardo, tra cui alcune destinate a questa stessa chiesa. Nell’opera in questione, emerge chiaro e variopinto (basta guardare i ricchi colori delle vesti) il Manierismo: pose non esattamente naturali, ed espressioni accentuate. Per non parlare di quel curioso personaggio dal volto animalesco che spunta sulla destra… La nota naturalistica anche qui non manca: una corona di fiori, che si posa sul capo della santa. Gelsomino, forse; una tiara dai boccioli puri, appena colti da una siepe campagnola.

Il Moretto – Caduta di San Paolo 

Si tratta di uno dei tre grandi pittori bresciani del primo Rinascimento, accanto al Savoldo e al Romanino. Tutti nomi che ricorrono tra le fonti di ispirazione del Caravaggio, raccolte durante la sua formazione giovanile, mentre se ne andava a spasso tra le cittadine lombarde. In particolare, in quest’opera sembra di rivedere la Conversione di San Paolo del Merisi: il cavallone incombe sul santo, appena precipitato a terra. Un piccolo capolavoro di prospettiva, che pone lo spettatore quasi in pericolo di essere schiacciato dagli zoccoli scalpitanti. Impressionante la lucentezza dell’armatura, come di quelle minuzie quasi fiamminghe, che si rivedono nei fiori di campo e in quel lontano borgo, che pare una località lombarda. Se infine ci si interroga sul dove provenga quel colpo di luce che punzecchia la testa del cavallo, la risposta si nasconde fuori dalla tela: è nell’affresco che occorre cercare, risalendo fino al dito di Cristo. Questo quadro deve essere stato progettato proprio per restare qui. Qui, e non altrove.

Paris Bordone – San Gerolamo che riceve il cappello cardinalizio 

Ecco un trevigiano, molto attivo nella Serenissima cinquecentesca, che lavorò spesso insieme a Tiziano, e ne subì l’influenza. Tuttavia, l’artista in questione è più spostato verso il Manierismo, che qui si rivede nelle pose complesse, e nella folla angelica che assiste alla scena. Non manca un paesaggio rurale, montagnardo: rimane il dubbio se si tratti di una veduta lombarda, o di qualcosa di più orientale, dal sapore delle vette di Treviso…

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *