Un invito a Cena in Santa Maria delle Grazie

Benvenuti nella dimora dei frati domenicani di Santa Maria delle Grazie…

Un breve giro della casa

La chiesa fu inizialmente fondata nel 1459 dai frati domenicani, che avevano da poco ricevuto in dono un piccolo appezzamento di terra da parte del conte Vimercati, condottiero sforzesco. Proprio in quel luogo sorgeva una piccola cappella dedicata a Santa Maria delle Grazie: è facile intuire che da qui derivi il nome. La costruzione cominciò nel 1463, sotto la direzione dell’architetto Solari, e fu completata nel 1469. Il convento si distribuiva su ben tre chiostri: il Chiostro per eccellenza (originario alloggio delle truppe dei Vimercati); il Chiostro Grande (su cui spuntavano le celle dei fraticelli); il Chiostro dei Morti, oggi distrutto a causa dei bombardamenti. Per ammirare il Cenacolo, occorre entrare nel refettorio: ampia sala rettangolare, con volta a botte “unghiata”, che termina in testate con volte “a ombrello”. Di fronte al celebre affresco (malgrado ben pochi se ne interessino davvero…) si conserva anche la Crocefissione di Donato Montorfano.

In attesa di unirsi alla cena del convento (a quanto pare non è ancora pronto…), vale la pena di fare un giretto nella Basilica. Giusto per stuzzicare l’appetito. Il progetto di questa si rifà alla tradizione gotica settentrionale: tre navate, volte ogivali e facciata a capanna. Immancabili il cotto e la pietra di granito per colonne e capitelli, in perfetta linea con il gusto lombardo. All’interno, l’atmosfera è quella della chiesa a sala, detta così per le navate basse e larghe, sormontate da volte a crociera, che facilitano il diffondersi della luce in modo unitario. Un senso di accoglienza e calore, insomma. Come negli androni delle case borghesi l’anfitrione accoglie i suoi ospiti, così si è intrattenuti qui, mentre si aspetta che la cena. Ancora un attimo: i domenicani, per fare gli onori di casa come si deve, vorrebbero mostrarvi lo splendore della Tribuna Bramantesca. Con l’arrivo di Ludovico il Moro a Milano, infatti, la chiesa subì un consistente rinnovamento, a opera del celebre Bramante. Il nuovo signore, tanto ben vedeva il convento in questione, da volerlo rendere mausoleo di famiglia. Motivo per cui ordinò che venisse rimodellato, in linea con le nuove tendenze dell’epoca (cosa non si fa per essere alla moda…): l’arte rinascimentale. Ecco che in breve comparve la Tribuna, quale cubo imponente, sormontato da una cupola emisferica e da pennacchi, su cui sono raffigurati i quattro Dottori della Chiesa. L’immagine circolare di questa copertura esprime purezza e perfezione, che non manca di ricorrere nei motivi decorativi dei cerchi neri, su intonaco bianco, svettanti dagli oculi, fino alla lanterna. Completano lo spettacolo il tamburo dallo squisito loggiato, e il piccolo campanile a pianta rettangolare. 

La chiesa fu inizialmente fondata nel 1459 dai frati domenicani, che avevano da poco ricevuto in dono un piccolo appezzamento di terra da parte del conte Vimercati, condottiero sforzesco. Proprio in quel luogo sorgeva una piccola cappella dedicata a Santa Maria delle Grazie: è facile intuire che da qui derivi il nome. La costruzione cominciò nel 1463, sotto la direzione dell’architetto Solari, e fu completata nel 1469. Il convento si distribuiva su ben tre chiostri: il Chiostro per eccellenza (originario alloggio delle truppe dei Vimercati); il Chiostro Grande (su cui spuntavano le celle dei fraticelli); il Chiostro dei Morti, oggi distrutto a causa dei bombardamenti. Per ammirare il Cenacolo, occorre entrare nel refettorio: ampia sala rettangolare, con volta a botte “unghiata”, che termina in testate con volte “a ombrello”. Di fronte al celebre affresco (malgrado ben pochi se ne interessino davvero…) si conserva anche la Crocefissione di Donato Montorfano.

In attesa di unirsi alla cena del convento (a quanto pare non è ancora pronto…), vale la pena di fare un giretto nella Basilica. Giusto per stuzzicare l’appetito. Il progetto di questa si rifà alla tradizione gotica settentrionale: tre navate, volte ogivali e facciata a capanna. Immancabili il cotto e la pietra di granito per colonne e capitelli, in perfetta linea con il gusto lombardo. All’interno, l’atmosfera è quella della chiesa a sala, detta così per le navate basse e larghe, sormontate da volte a crociera, che facilitano il diffondersi della luce in modo unitario. Un senso di accoglienza e calore, insomma. Come negli androni delle case borghesi l’anfitrione accoglie i suoi ospiti, così si è intrattenuti qui, mentre si aspetta che la cena. Ancora un attimo: i domenicani, per fare gli onori di casa come si deve, vorrebbero mostrarvi lo splendore della Tribuna Bramantesca. Con l’arrivo di Ludovico il Moro a Milano, infatti, la chiesa subì un consistente rinnovamento, a opera del celebre Bramante. Il nuovo signore, tanto ben vedeva il convento in questione, da volerlo rendere mausoleo di famiglia. Motivo per cui ordinò che venisse rimodellato, in linea con le nuove tendenze dell’epoca (cosa non si fa per essere alla moda…): l’arte rinascimentale. Ecco che in breve comparve la Tribuna, quale cubo imponente, sormontato da una cupola emisferica e da pennacchi, su cui sono raffigurati i quattro Dottori della Chiesa. L’immagine circolare di questa copertura esprime purezza e perfezione, che non manca di ricorrere nei motivi decorativi dei cerchi neri, su intonaco bianco, svettanti dagli oculi, fino alla lanterna. Completano lo spettacolo il tamburo dallo squisito loggiato, e il piccolo campanile a pianta rettangolare. 

La chiesa fu inizialmente fondata nel 1459 dai frati domenicani, che avevano da poco ricevuto in dono un piccolo appezzamento di terra da parte del conte Vimercati, condottiero sforzesco. Proprio in quel luogo sorgeva una piccola cappella dedicata a Santa Maria delle Grazie: è facile intuire che da qui derivi il nome. La costruzione cominciò nel 1463, sotto la direzione dell’architetto Solari, e fu completata nel 1469. Il convento si distribuiva su ben tre chiostri: il Chiostro per eccellenza (originario alloggio delle truppe dei Vimercati); il Chiostro Grande (su cui spuntavano le celle dei fraticelli); il Chiostro dei Morti, oggi distrutto a causa dei bombardamenti. Per ammirare il Cenacolo, occorre entrare nel refettorio: ampia sala rettangolare, con volta a botte “unghiata”, che termina in testate con volte “a ombrello”. Di fronte al celebre affresco (malgrado ben pochi se ne interessino davvero…) si conserva anche la Crocefissione di Donato Montorfano.

In attesa di unirsi alla cena del convento (a quanto pare non è ancora pronto…), vale la pena di fare un giretto nella Basilica. Giusto per stuzzicare l’appetito. Il progetto di questa si rifà alla tradizione gotica settentrionale: tre navate, volte ogivali e facciata a capanna. Immancabili il cotto e la pietra di granito per colonne e capitelli, in perfetta linea con il gusto lombardo. All’interno, l’atmosfera è quella della chiesa a sala, detta così per le navate basse e larghe, sormontate da volte a crociera, che facilitano il diffondersi della luce in modo unitario. Un senso di accoglienza e calore, insomma. Come negli androni delle case borghesi l’anfitrione accoglie i suoi ospiti, così si è intrattenuti qui, mentre si aspetta che la cena. Ancora un attimo: i domenicani, per fare gli onori di casa come si deve, vorrebbero mostrarvi lo splendore della Tribuna Bramantesca. Con l’arrivo di Ludovico il Moro a Milano, infatti, la chiesa subì un consistente rinnovamento, a opera del celebre Bramante. Il nuovo signore, tanto ben vedeva il convento in questione, da volerlo rendere mausoleo di famiglia. Motivo per cui ordinò che venisse rimodellato, in linea con le nuove tendenze dell’epoca (cosa non si fa per essere alla moda…): l’arte rinascimentale. Ecco che in breve comparve la Tribuna, quale cubo imponente, sormontato da una cupola emisferica e da pennacchi, su cui sono raffigurati i quattro Dottori della Chiesa. L’immagine circolare di questa copertura esprime purezza e perfezione, che non manca di ricorrere nei motivi decorativi dei cerchi neri, su intonaco bianco, svettanti dagli oculi, fino alla lanterna. Completano lo spettacolo il tamburo dallo squisito loggiato, e il piccolo campanile a pianta rettangolare. 

Bene, avete fatto il giro della casa, ammirando il delizioso contesto di cotto lombardo in cui sono pronti ad accogliervi i padroni di casa, per quest’Ultima Cena ormai prossima a essere servita…

Prima di accomodarvi…

Cominciamo con il chiarire perché il refettorio conventuale in cui stiamo per entrare si chiami proprio “cenacolo”. Ebbene, ci si rifà alla Coena Domini, per cui l’atto del mangiare insieme dei chierici diventa una rievocazione della mensa eucaristica.

Suona la campana: possiamo accodarci ai i fraticelli, nel rispetto del rituale precedente il pasto. In silenzio, ci si lava le mani con cura, quindi si attende in ordine sulla panca appena fuori dal refettorio. Nella mente si recita il De profundis, finché non squilla ancora la campana. A due a due, si procede all’interno, a partire dai più giovani. Quindi, ci si inchina davanti alla Croce (in questo caso il Crocefisso del Montorfano) e ci si accomoda, prendendo posto a tavola. Buon appetito!

La tavola 

Ai tempi di Gesù, non dovevate aspettarvi di essere accolti attorno a una mensa come quella leonardesca. Nei giorni di festa, in particolare, gli Ebrei ci tenevano molto a mangiare come veri uomini liberi romani: accomodati in un confortevole triclinio. Questo era una sala al piano superiore della casa, con vista sul giardino e lunghezza doppia della larghezza. È Vitruvio stesso a confermare nei suoi trattati. Niente sedie, bensì lectus triclinari, ossia lettini con soffici cuscini, che venivano posti sui tre lati di un tavolo basso (il quarto spettava alle pietanze). 

Facile immaginare come nel 1400 una simile mise en place suonasse ridicola; tant’è che Leonardo preferì una raffigurazione ben più consona ai costumi dell’epoca. La stanza soprelevata fu mantenuta, ma la tavola fu ricoperta dalla tipica tovaglia bianca, probabilmente quella del convento stesso, dai ricami blu, pieghettata e annodata accuratamente. E accompagnata da una panca, ovviamente; così da prolungare il refettorio all’interno dell’affresco stesso.

Buone maniere (ma non troppo) 

Se si guarda a Giovanni, si riconosce un modello ineccepibile di galateo, che si rispecchia nella sua calma espressione, e nell’eleganza del contegno. In netto contrasto con il vicino Giuda: maleducato e scomposto, al punto da rovesciare la saliera. Qualcuno gli dovrebbe ricordare che non è buona educazione mettere i gomiti sulla tavola! 

Già che si è menzionato il sale, conviene ricordare che, con quel suo gesto nefasto, il Traditore sembra rifiutare l’alleanza divina, in quanto nel Levitico si dice che il sale sia simbolo di legame tra Dio e l’umanità.

Infine, qualcuno potrebbe criticare quel coltellaccio nelle mani di Pietro, minacciosamente (e inconsapevolmente) rivolto verso il capo di Giuda. Anche questo non è certo uno spettacolo di buon gusto; tuttavia, l’apostolo è in parte scusato dalla sorpresa che l’annuncio del tradimento aveva scatenato in ognuno dei Dodici, proprio nel mezzo della cena. Il Pescatore stava certo tagliando un bel pezzetto di anguilla…

Un chiacchiericcio a tre

Facile notare come la conversazione tra i commensali si articoli a gruppi di tre. Il motivo è piuttosto pratico: all’epoca si era soliti portare le pietanze principali su grandi taglieri di legno o terracotta, da condividere con i vicini. L’origine di questa presentazione sono le mensae latine: delle specie di focacce di farro, distribuite dalle ancelle all’inizio del banchetto, e utilizzate come piatti per accogliere carne o verdure.

Il “centrotavola”

La questione di chi sieda “al centro della tavola” è gustosa quanto la cena appena servita. Si tratta di Gesù, certo, ma non ci si ferma qui. Se si osservano le mani (la destra rivolta in basso, la sinistra in alto), si scorgono i gesti tipici del sacerdote che istituisce l’Eucarestia: prendere il pane e il vino, e distribuirli ai fedeli. 

Cristo, però, nel suo tendere le mani, è anche Pantocreatore, ossia il giudice bizantino che accoglie o respinge. È legislatore, come quel simbolo paleocristiano della Traditio Legis, che trasmette il rotolo del suo Vangelo. Non manca il richiamo al Vir dolorum, quale uomo dei dolori, con le braccia allargate e il volto inclinato, visibile nelle iconografie della deposizione. Non uno, ma tanti sono i protagonisti di quest’Ultima Cena.

Si possono fare i complimenti allo chef?

Certo… ma a chi? 

Nell’antica Gerusalemme, mentre le donne erano solite cucinare in ogni occasione quotidiana, durante le feste le corvées ai fornelli spettavano agli uomini. Dopo tutto, il Dio biblico si era sempre rivolto ai maschi nel dettare le ricette (come quella dell’agnello…). Inoltre, Gesù ordinò proprio agli Apostoli di preparare la cena, non certo alla Maddalena o a Maria.

Si potrebbe azzardare, inoltre, che anche lo stesso Gesù fosse un bravo cuoco. In un’interpretazione del teologo Pagazzi, egli, definendosi “buon pastore”, intendeva dire “colui che dà buoni pasti”. Certo, in occasione dell’Ultima Cena, non fu lui a mettersi in cucina.

Menù del giorno – ai tempi di Gesù

La Cena rituale di Pesach

Cominciamo con il dire che l’Ultima Cena si svolse durante il periodo della Pasqua Ebraica (Pesach), tutt’oggi praticata. In fin dei conti, Gesù era ebreo, e non c’è motivo di pensare che non osservasse la religione del suo popolo. Si trattava di una primaverile sera di luna piena; il primo giorno degli Azzimi come ricordano Matteo, Marco e Luca. Il Signore diede le istruzioni agli Apostoli, perché preparassero tutto il necessario. Venuta la sera, si mise a mensa con i Dodici

Il pane azzimo

Per sette giorni mangerete pani azzimi. Fin dal primo giorno toglierete ogni lievito dalle vostre case; perché, chiunque mangerà pane lievitato, dal primo giorno fino al settimo, sarà tolto via da Israele. (Esodo 12, 15)

L’ordine sembra chiaro a sufficienza: niente pagnotte lievitate durante il periodo pasquale. L’ebreo praticante portava in tavola pane azzimo, in memoria della fuga dall’Egitto, durante la quale il Popolo non aveva avuto il tempo di far lievitare gli impasti. Tutto questo per ricordare le sofferenze degli antenati, certo, ma anche l’odio verso gli Egizi, considerati gli inventori del pane lievitato.

Il lievito era simbolo di corruzione, e andava evitato in periodi di purificazione, quale era intesa la Pasqua. Per ottenere queste “schiacciate” pure, però, l’impasto non doveva riposare più di 18 minuti. Inoltre, dato che i lieviti erano (e sono) naturalmente presenti nell’aria, si tentava di limitarne l’effetto, preoccupandosi di ripulire da cima a fondo la cucina, prima di mettersi all’opera. In questo modo, si eliminava ogni chamez, ossia ogni cibo lievitato.

Le erbe amare (lattuga, sedano, cicoria), intinte nel charoset

Secondo il rituale, dopo il primo bicchiere di vino, il celebrante intingeva un boccone di erba amara nel charoset. L’erba era probabilmente lattuga, spesso usata come antipasto dai Romani, oppure germogli di cicoria selvatica, o ancora sedano; purché fossero crudi. Questa era amara, in ricordo, ancora una volta, delle sofferenze passate presso gli Egizi. 

Passando al condimento, al charoset, si trattava di un impasto di frutta, che rimandava al fango impiegato dagli Ebrei per impastare i mattoni durante la schiavitù. I frutti della ricetta? Mela, melograno, fico, dattero, noce e mandorla. Queste erano le varietà a cui veniva paragonato il Popolo di Israele. Non mancavano, poi, cannella e cardamomo, come simbolo della paglia mescolata al fango.

Quest’immagine calza a pennello con le parole di Giovanni:

E, intinto il boccone, lo prese e lo diede a Giuda Iscariota, figlio di Simone.

L’agnello arrosto 

Riprendendo ancora una volta le prescrizioni del Signore per celebrare la liberazione dall’Egitto (ossia la Pasqua), l’Esodo indicava a ogni famiglia di procurarsi un bell’agnello. Questo doveva essere arrostito, e consumato dai commensali, accompagnato da pane azzimo ed erbe amare. Né crudo, né bollito, ma arrostito. Era essenziale rispettare la ricetta. In caso di avanzi, la mattina seguente si sarebbe provveduto a bruciarli nel fuoco. 

Il vino

Durante la cena di Pesach, era regola bere quattro bicchieri di vino. Non uno di meno, non uno di più: questo era il numero di volte in cui il calice era nominato nella Genesi, quando il Faraone raccontò dei suoi sogni a Giuseppe. Il tutto rimandava alla redenzione degli Ebrei. 

Il rosso era d’obbligo, in quanto nettare più pregiato. Il sapore doveva essere intensamente aromatico, con sentori di miele, ginepro, mirto, resina e cannella. Lo si versava in piccole ciotole di terracotta, legno, pietra o metallo: i boccali di vetro erano costosi e molto rari.

Menù del giorno – ai tempi di Leonardo

Il pane lievitato

Innumerevoli sono le pagnotte che spiccano sulla tovaglia: ovali, chiare, e ben lievitate. Le pagnotte dei ricchi del tempo, insomma. Infatti, è dal colore che si poteva distinguere a chi fosse destinato il pane: scuro, fatto con una miscela di farine integrali di grano, orzo e segale, quello dei poveri (il loro alimento principale); di candida semola di grano duro per i benestanti. Il primo era addirittura senza sale, e molto idratato, così da avere il vantaggio di durare più lungo, e di poter essere preparato una volta a settimana. Leonardo, però, scelse pagnotte bianche, probabilmente tipiche della Milano del tempo, che poteva disporre dei cereali coltivati nelle terre dei monaci a sud della città: chissà che i domenicani non avessero la loro esclusiva fornitura di farina…

Si potrebbe, però, contestare l’utilizzo del lievito, in quanto (come detto poco fa) era simbolo biblico di corruzione. È dalle parole di Tommaso d’Aquino che possiamo essere rassicurati

Essere azzimo o fermentato è un’accidentalità del pane che non ne cambia la specie. […] Quindi anche per l’Eucarestia non si deve fare alcuna differenza

Il pescato del giorno: soprattutto anguilla…

A partire dalle prime iconografie delle catacombe paleocristiane, il pesce non manca mai. Motivo ne è il suo simbolismo, legato alla versione greca della parola ichthús, che veniva letta come acronimo di Iesous Christos Theou Yios Soter (Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore).

Nello specifico, Leonardo dipinse anguille alla griglia, guarnite con fette d’arancia. Tra i menu rinascimentali, questo pesce in agrodolce, era tra i più ricorrenti, quale pietanza grassa e succulenta (ma ammessa anche in Quaresima!)  Peccato le due sviste anacronistiche: le arance cominciarono a essere coltivate in Arabia forse nel IX secolo; e l’anguilla, pesce senza pinne, era considerata animale impuro e proibito dalla tradizione ebraica.

…carne probabilmente no!

Malgrado l’agnello biblico, i pittori rinascimentali nicchiavano nel cucinare carne per i propri commensali dipinti. Le carnes non erano quasi mai presenti nelle consuetudini alimentari dei monaci, a cui i cenacoli erano rivolti. L’astinenza dalle carni succulente era considerato emblema della mortificazione, e, dunque, di (apparente…) santità. Piuttosto, sarebbe più facile trovare pulli nel piatto, che bistecche o salsicce…

Non mancarono le eccezioni carnivore, certo. Ma, considerando la nomea di Leonardo di vegetariano, possiamo affermare con una certa sicurezza la preferenza per il pesce.

Macedonia di frutta fresca

La scelta cade sul melograno, ben visibile accanto al piatto di Cristo. Il motivo è la ricorrente simbologia legata a questo frutto, che richiama l’abbondanza, la gioia e la fecondità. La Bibbia lo cita ben 31 volte. Nella religione cristiana, il rosso dei chicchi è emblema del martirio di Cristo. Ancora: gli artisti rinascimentali ritraevano frequentemente il melograno spaccato insieme al Bambinello, come segno della nuova vita donata all’uomo.

Il vino 

A guardare la scena, si nota il colore rosso; rosato, forse. Per quanto riguarda la varietà, ai tempi erano popolari la malvasia, il greco, il corso e il vino di Tiro. Chissà quale doveva essere il prediletto dai frati delle Grazie…

I calici di questo vino meritano una menzione speciale, in quanto caratterizzati da una trasparenza nuova, recentemente introdotta nella metà del Quattrocento. Non si utilizzava più il cristallo di rocca, bensì un vetro ottenuto con materie prime selezionate, e depurate: il cristallino. Merito del manganese, che eliminava le sfumature verdastre, frequenti e causate dall’ossido di ferro presente nella sabbia prima impiegata.   

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