Una passeggiata nella campagna lombarda dal sapore rinascimentale

Cinque opere del Museo Poldi Pezzoli di Milano lette e commentate dalla Risolartista

Ritratto di Giovane Dama

Antonio (o Piero) del Pollaiolo

Un cielo azzurro, con qualche tenue nuvola a zonzo, annuncia un tempo ottimale per cominciare la passeggiata.

Ancora oggi non si sa con certezza se attribuire questo ritratto ad Antonio, o al fratello Piero. Mistero. Non è chiara nemmeno l’identità della fanciulla raffigurata. Altro mistero intrigante. Diversi sono i nomi che si è tentato di darle: la moglie del banchiere Bardi, oppure Marietta Strozzi, o, ancora, una Belgioioso. Sembra non aver risposto mai a alcuno di questi richiami…

Mettendo da parte gli interrogativi, rimane l’eleganza indiscussa di questa dama ritratta di profilo. Sullo sfondo azzurro, interrotto da qualche nuvola a passeggio, si staglia il dolce contorno del volto, che riprende il modello umanistico del “vir illustris” (ispirato alle medaglie romane). Linea netta ed espressiva, come il “primato del disegno”, proprio dell’arte fiorentina del XV secolo. Aria aperta, natura e bellezza femminile: un’armonia tanto cara alla classicità, recuperata in periodo rinascimentale.

Passiamo alla veste. Ricca di particolari, dalle stoffe preziose, con un corpetto scollato e aderente, abbottonato alla moda dell’epoca. La manica, di velluto a fiori, è emblematica quanto basta, per richiamare il carattere nobiliare della donna. Manica che, ai tempi, rappresentava la parte più preziosa dell’abito, tanto da essere spesso adornata con pietre e ricami lussuosi. 

Di gusto fiammingo è l’attenzione ai valori della luce, che modula i diversi materiali raffigurati. Perle brillanti, incarnato morbido e delicato, fino al virtuosismo del velo. Per non parlare, poi, dell’elaboratissima acconciatura “a vespaio”, rilucente da sembrar d’oro vero. Completa il tutto il diadema, infarcito di pietre preziose, che trattiene le ciocche in una crocchia elaborata, contornata dal velo impalpabile.

Volendo interpretare almeno qualcuno di questi vezzi, le perle e il rubino richiamano significati nuziali. Forse, il ritratto era in origine destinato alla famiglia di un ipotetico sposo, per favorire la firma del contratto matrimoniale.

Le Nozze di Bacco e Arianna

Cima da Conegliano

La scelta del sentiero ricade su un percorso erboso, in cui affondare morbidamente i passi. Toglietevi le scarpe, assaporate i ciuffi ancora irrorati di rugiada. Aguzzando la vista, sembra di scorgere le impronte di un carretto appena passato.

Se voleste vedere il capolavoro per intero, dovreste recarvi a Philadelphia. Là risiedono le restanti parti laterali della composizione che doveva aver adornato un cassone, o, forse, la testata di un letto. Baccante e Sileno ubriaco contornerebbero questa narrazione al sapore di vino. Il mito completo, a essere sinceri, doveva essere quello di Teseo e Arianna, qui raffigurata nell’atto di unirsi al dio del nettare d’uva violetta. 

È ora di immedesimarsi nel pubblico invitato a queste nozze bucoliche, accostandosi al breve corteo degli sposi. Due pantere aprono la scena, trascinando il carro trionfale, su cui siede Bacco, in squisiti abiti regali, con tanto di armatura. La sposa, Arianna, s’inginocchia di fronte, pronta a farsi incoronare con un diadema al profumo d’uva. Ad accompagnare la coppia innamorata, una menade e un satiro, entrambi con il tirso tra le mani. Ça va sans dire: si tratta del ramo ornato di pampini ed edera, quali elementi vegetali associati al dio. Infine, un’altra figura dai toni boschivi: umana in gran parte, ma con un che di “satiresco” dato dalle orecchie caprine. Che cosa potrebbe mai portare sulle spalle? Nient’altro che una cesta colma… d’uva.

Volendo risalire al testo antico da cui è presa la scena, occorre aprire le Metamorfosi di Ovidio: 

Desertae et multa querenti amplexus et opem Liber tulit, utque perenni sidere clara foret, sumptam de fronte coronam inmisit caelo.

La fanciulla derelitta si disperava, ma Bacco venne a porgerle il suo aiuto e il suo amore; per renderla famosa, immortalandola con una costellazione, le tolse dalla fronte la corona e la lanciò verso il cielo.

Ecco che, da questi brevi versi del libro VIII, si ha uno scorcio dell’unione tra il dio e la fanciulla, opportunamente consolata dopo l’abbandono di Teseo. Vino, danze ed euforia: si possono ben immaginare le nozze festose avvenute sull’isola di Nasso qui dipinta. 

Si tratta di uno dei temi classici ripescati dall’artista, che vagava nella tradizione letteraria greca e latina, in cerca di ispirazione. Pare, infatti, che questo suo stile antiquario, che univa iconografie antiche di impronta umanistica a un uso di luce e colore belliniano, fosse ai tempi molto apprezzato.

Sposalizio Mistico di Santa Caterina d’Alessandria

Bernardino Luini

La stradina campestre sembra portare a una capanna. Una di quelle casupole del contado lombardo, forse di proprietà di pescatori locali. Accanto, un rigagnolo scorre quieto tra i rilievi nebbiosi, invitando quasi a costeggiarne la riva.

Si assiste, qui, a uno sposalizio alquanto insolito. Dov’è lo sposo? Ce lo si chiede ancora. In realtà, siamo noi spettatori a non volerlo vedere. È lì, al centro della scena, nell’atto di inanellare l’anulare sottile della sua nuova compagna di vita. Il Bambino, accomodato su un raffinato cuscino dal bianco colore nuziale, è protagonista di questa sacra unione.

Lo sposalizio mistico di Santa Caterina d’Alessandria è una metafora della promessa spirituale della donna a Dio. Si racconta che la fanciulla in questione, in una notte speciale, ebbe una visione. Una visione che le sarebbe rimasta sempre nel cuore. Le apparve la Vergine, in tutta la sua bellezza, che subito le presentò il figlioletto. Questi, in veste di sposo, le donò uno splendido anello, accompagnato da simili parole: “Io, tuo Creatore e Salvatore, ti prendo in sposa; fiducioso che ti manterrai pura finché celebrerai le tue nozze eterne con me, in Paradiso”. La conferma del mantenimento  dell’impegno da parte della santa giunge dal suo senso religioso profondo, caratterizzato dal “Cristocentrismo”. Per lei, Cristo fu davvero il suo eterno compagno di vita, in una relazione di comunione e totale fedeltà.

Il Luini, qui, ci concede di prendere parte al sogno delle mistiche nozze. Ci concede di assistere, addirittura, al momento cruciale dello scambio dell’anello. Dovremmo esserne onorati, in quanto, secondo le credenze, tale prezioso gioiello doveva essere visibile solamente alla destinataria.

Se si osservano la luce, il chiaroscuro e la scena armoniosa nel suo complesso, si rivede un che di leonardesco. Merito, senza dubbio, dell’influenza che il maestro ha avuto sul pittore in questione. 

 Il tutto avviene in un interno domestico, semplice, sobrio, inserito nel contesto di un paesaggio campestre, probabilmente prealpino. Affacciandoci alla finestra, vediamo una casetta di campagna, dal biondo tetto di paglia. Una barchetta approda mollemente sulla riva del fiumiciattolo. Il gusto della pittura lombarda si riflette in quel rigagnolo, che potrebbe senza difficoltà provenire da un qualche monte alpino. Azzardando una collocazione geografica più precisa, quei rilievi azzurrini ricordano il contorno del Lago di Como avvolto nelle foschie mattutine…

Madonna del libro

Sandro Botticelli

Due passi nel bosco, in attesa di fermarsi per merenda. Il cestino è pieno di frutti appena raccolti: ciliegie, fichi e prugne, quale dono della campagna che si apre all’inizio dell’estate.

È un pomeriggio terso, come suggerisce il frammento di paesaggio alle spalle della Madonna. Un pomeriggio tranquillo, domestico, di cui approfittare per un’ora di lettura. Che cosa raccontare al Bambinello? Un brano del Libro di Isaia sembra essere stata la scelta; almeno a quanto si scorge sulla pagina aperta del Libro d’Ore (per inciso, è un volume per la preghiera quotidiana).

Su una mensola lì accanto, compare una scatola di dolci: quale delizia potrà mai aver preparato Maria per merenda? Certamente, qualche biscotto di frolla, adatto ad accompagnare la dolcezza di ciliegie, prugne e fichi, che spuntano variopinti nella cesta di maiolica fiorentina. Una cesta ricca di gusto, quanto di simboli: la ciliegia preannuncia il sangue della Passione; la prugna l’affetto materno verso il suo pargolo; il fico la Resurrezione

I significati nascosti in quel pomeriggio di lettura non sono finiti. Si aggiunge la stella dorata, ricamata sul mantello della Vergine: antichissimo attributo che richiama la cometa dei Magi. Infine, se si guarda a ciò che il bimbo tiene stretto in mano, verrebbe da dire alla madre di fare attenzione. Non si deve giocare con le cose appuntite! I tre chiodi della crocifissione, e una corona di spine, infatti, compaiono tra i polpastrelli infantili…

Allontanando l’occhio, si apprezzano le forme ben calibrate, con un intreccio di gesti e di sguardi che riflettono profonda affettuosità. Non manca quella traccia di serena malinconia, tanto cara alla mano botticelliana. La luce, curiosamente, non viene dalla finestra aperta, bensì dalle figure stesse, che occupano la scena con il loro mistico splendore. Da un momento all’altro, sarà ora di chiudere il libro, e gustare il primo di quei frutti.

Madonna con Bambino

Andrea Mantegna

Il giro per i campi è ormai giunto al termine; viene l’ora di rincasare. La penombra prende il posto del sole tramontato; viene voglia di avvolgersi in un tiepido abbraccio, che protegga dall’umidità serale…

Si tratta di un’opera destinata a una devozione privata, come sembra suggerire il suo formato assai ridotto. Intimità, raccoglimento: queste le finalità della quieta immagine.

La Madonna regge il bimbo, carezzandolo dolcemente, con quella mano destra curiosamente scorciata in prospettiva. Già si vede l’interesse dell’autore nel creare effetti illusionistici, che culmineranno nel “Cristo Morto” di Brera. 

Il gesto è tenero, naturale, con il contatto diretto tra i due volti. Un rimando a Donatello, che riconferma la finalità di preghiera autonoma della tela. Maria, però, non appare serena: pensieri malinconici le attraversano lo sguardo. Ella sa. Conosce. Conosce il destino tragico del figlio, che già sembra essere anticipato in quel telo candido che lo avvolge: una prefigurazione del futuro sudario.

La vicinanza delle due figure non si ferma ai visi, ma è rimarcata da quel velo di pesante stoffa blu, che sembra avvolgere entrambi, in un abbraccio d’amore infinito. Un’amplificazione del gesto protettivo materno, reso con questa densa massa pittorica priva di spiragli di luce.

Volendo citare ancora una somiglianza con Donatello, si pensi alle figure arrotondate, e al rilievo plastico con cui emergono dall’ombra. Il rimando alla scultura del suddetto artista è immediato.

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