Quando il mercato smette di essere un posto, e diventa un’idea

Per coloro che astengono dal masticare anche solo una parola di economia, chi sente la parola “mercato”, subito si figura in mente la tenda a righe rosse e bianche che troneggia su uno stuolo di cassette, piene di frutta e verdura fresca. Qualche carnivoro incallito, poi, non si dimentica di aggiungerci accanto il furgoncino del macellaio, con qualche prosciutto crudo ciondolante. Inutile dirlo, il pesce non se lo ricorda mai nessuno… piuttosto, compare il panificatore, con il suo banchetto dai sostegni di legno, che esibiscono le sue forme di pane in bella vista.

Passando a chi ha esperienza commerciale, invece, si tende a discostarsi dalla plebea nozione di mercato = bancarella, arrischiandosi su un concetto più filosofico e astratto, quale quel posto, o meglio istituzione, in cui la domanda incontra l’offerta. Per quanto virtuale possa essere diventato il mondo di oggi, tutti finiscono per pronunciare ancora il verbo correlato di complemento di moto a luogo “andare al mercato”.

E, invece, no. Oggi non si può. Bisogna stare a casa, aspettando, piuttosto, che il mercato venga qui da noi; meglio ancora, che giunga la borsa della spesa, ben impacchettata e consegnata da un fattorino, il quale se ne stia ben alla larga dopo aver svolto la sua mansione. Verrebbe voglia di ringraziarlo, magari anche di indugiare sulla porta, cercando quella moneta da due euro da conferirgli come mancia, accompagnata da un sorriso. E, invece, no. Oggi non si può. Non solo perché l’omino delle consegne non arrischierebbe mai un minuto di contatto aggiuntivo con il cliente, neanche al prezzo di due euro, ma perché quel sorriso affettuoso non arriverebbe al destinatario, coperto dalla mascherina.

Ecco che l’andare a fare la spesa con le proprie gambe diventa un compito per pochi eroi coraggiosi, mentre sempre più pacchi consegnati si accumulano in portineria. Di questi tempi, occorre rivedere il nostro secolare concetto di mercato, adattandolo a quella che è l’attuale necessità. Non più un posto in cui andare, in cui fermarsi a scambiare due chiacchiere e scegliere la merce con i propri occhi e il proprio naso, ma un’idea. Ci si deve rassegnare a immaginare la forma che potrebbero avere le zucchine quest’oggi, così come a odorare il profumo dei pomodori con il pensiero. Per non parlare del pane: sarà lievitato a sufficienza? Sarà della grandezza giusta, così che possa durare tutta la settimana? Non ci si può che affidare al venditore lontano, la cui mano sostituirà la nostra (si spera con guanto annesso). Interessante declinazione della “mano invisibile” smithiana, forse lontana dal suo stesso significato, ma utile a rendere chiaro il concetto. 

Per una volta, abbiamo la quasi certezza che il nostro mercante di verdure e pane farà il bravo, e non ci rifilerà il solito “bidone”: se, con il poco che si ha da offrire, si può fare del bene all’altro, è questo il momento. Intanto, a casa, nell’attesa della consegna, ci si prova a figurare l’aspetto di quello che era (e che con fiducia tornerà ad essere) la bancarella del fruttivendolo al mercato del venerdì. Catturata l’immagine, la si fissa nella memoria, proprio accanto alla bottega del proprio panificatore di fiducia, che continua incessantemente a sfornare pagnotte per noi, anche se da lontano.

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