Analisi di mercato: la domanda del pane

Superato il primo mese di quarantena stretta, la domanda di mercato assume sempre più connotati distinguibili, quanto indiscutibilmente pittoreschi. Che si sia in guerra, ormai lo si dà per certo: dunque, ci si trova nel bel mezzo di un’economia consequenzialmente tale. Strani approvvigionamenti, però. Mascherine, disinfettante e respiratori a parte, le richieste della popolazione (da quanto osservabile dal punto di vista di aspirante panificatrice) hanno un che di inaspettato. Di creativo, e dal profumo fragrante. Prova del fatto che, per combattere noia e preoccupazione, la creatività umana riemerge nel suo spirito autentico, ricollegabile alle radici penetrate nella terra. 

A cominciare dalla passione (e gusto) per la panificazione. Primo bene con domanda dalla curva esponenziale: il pane. Proprio lui; quell’alimento di cui sembrava ci si fosse dimenticati, tanto era comune trovarlo in tavola. Per essere precisi, però, si tratta, spesso, di un tipo particolare di manufatto del fornaio: integrale, di grossa pezzatura, con una buona capacità di trattenere acqua. In breve: pane che dura, pane non effimero, ma in grado di conservarsi per tutta la settimana, limitando le gite fuori porta per il rifornimento, con il rischio di contagio. Finalmente, molti hanno deciso di convertirsi ai benefici del lievito madre, e di quelle farine antiche, spesso dimenticate, che conferiscono quell’inconfondibile colore scuro e gusto autentico. Segnale chiave del risveglio della coscienza delle proprie origini, legate alla lontana Mesopotamia.

A ragionarci su, forse, ci si è lasciati anche troppo prendere la mano dall’entusiasmo del mondo del panificatore, fino a volerne prendere il posto. Una spinta positiva, senza dubbio, visto il rinnovato interesse per tutto il mondo nascosto dietro una crosta croccante, ma inaspettata, per il mercato. A partire… dal supermercato. Farine?… volatilizzate. Lievito di birra? Mai tanta gente ne era stata al corrente dell’esistenza, tanto da esaurire ogni scorta accumulata. Per quanto riguarda il lievito madre… per fortuna, una volta ricevuto in dono da qualche “buon samaritano”, già aspirante fornaio, lo si può allevare da sé. Non ci sarebbe da stupirsi se si cominciassero a vedere barattoli dal contenuto giallognolo al guinzaglio, portati a spasso, sfruttando la scusa per uscire con la “bestiola”.

Testimonianza concreta di quanto appena riportato è il panificio di Via Tiraboschi. Il cartello alla porta parla chiaro: “Si consiglia di prenotare il pane.” E, accanto:”Se sei qui, probabilmente sei in fila. Controlla prima la disponibilità all’interno…”. Provare a passare di lì nel pomeriggio per credere. Il tono minatorio anticipa già la probabile lunga attesa che si potrebbe rivelare persino vana. Conquistare una pagnotta di segale non si allontana molto dal fare la fila al botteghino, prima che finiscano i biglietti di un concerto. Anche la farina (articolo in vendita, recentemente aggiunto, visto il crescente numero di aspiranti panificatori annoiati a casa) scarseggia. Qualche mese fa, nessuno avrebbe mai pensato che questa polvere bianca potesse diventare bene “scarso” in termini di mercato. Altro che borsette di coccodrillo, o ultimissimi ritrovati tecnologici: privato di tutte le sovrastrutture sociali, relegato tra le mura domestiche, l’uomo trova conforto in ciò che da sempre ha intriso nell’animo. La civiltà è nata dalla terra, dalla terra mesopotamica. La società stessa si è costruita attorno ai primi insediamenti agricoli, attorno ai primi campi di grano (in realtà pare fosse farro…). Non c’è da stupirsi, dunque, se, nel momento in cui essa viene a mancare, si torna a desiderare ciò che ne ha fin dall’inizio costituito la base. Si torna a desiderare di fare, e mangiare, il pane. Si torna a comprare farina, e allevare lievito madre.

Lascia un commento

Il tuo indirizzo email non sarà pubblicato. I campi obbligatori sono contrassegnati *