Socialità da panificatore

L’uomo è nato “politikon zoon”, e non ci può fare molto. Aristotelianamente parlando, siamo “animali sociali”, e necessitiamo di circondarci di nostri simili per poter sopravvivere. La polis nell’Antica Grecia, la metropoli milanese di oggi: cambiano i tempi, ma l’indole rimane inalterata. L’essere umano ha bisogno della società e delle relazioni che questa comprende; al di fuori di essa, vi si possono trovare solo bestie o divinità. I comuni mortali si affidano all’altro, dipendono dall’altro, quotidianamente. 

Questa convinzione non si ferma al mondo ellenico: pensate un attimo all’economia odierna. Tutto si basa sullo scambio, su una certa propensione al baratto, che, come sostiene a dovere Adam Smith, non è tanto frutto di una brillante scoperta intellettuale, quanto più naturale conseguenza della nostra necessità di comunicare. E, così, il commercio diventa una variante utilitaristica di una bella chiacchierata. Più ci si vuole specializzare in qualcosa (da leggere: “divisione del lavoro”), più si finisce per dipendere dall’altro, per quell’ampia varietà di bisogni, che il nostro piccolo lavoro quotidiano non è in grado di soddisfare. Risolvendo brillantemente un problema di matematica, o realizzando un pregiato capo di vestiario, non si porta certo il pane in tavola. Al massimo, si produce quanto ci serve per scambiarlo; presupposto che il nostro fornitore sia, a sua volta, interessato a ciò che abbiamo in tasca. Dalla necessità di avere qualcosa che susciti con sicurezza il desiderio di scambio nella controparte, si arriva, poi, al denaro, e a tutto il discorso successivo che gli studenti di economia sapranno più o meno a memoria.

Questo, per dire che l’assumere, dall’oggi al domani, le abitudini e il livello di socialità (stile “orso di montagna”) di un panificatore di lunga esperienza non è facile per nessuno. Soprattutto considerando il mondo “social” di oggi. Eppure, è ciò che ci è richiesto per sopravvivere in questa realtà indescrivibile: andare contro l’indole umana, per poter salvare la specie umana. E impersonificare colui che passa le sue giornate al chiuso, tra sacchi di farina, per sfornare il suo pane, è la strada giusta. 

Poche le parole, ancora meno i contatti: una figura solitaria, apparentemente burbera, ma con il cuore d’oro, nascosto in ogni pagnotta cotta per gli altri. Questo l’ideale che sta dietro ogni crosta di pane, che deve diventare un modello da imitare. Non è spegnere e sopire l’affetto per gli altri; è dimostrarlo ancor di più, nello sforzarsi di fare il contrario di ciò che sembrerebbe naturale. Trasmettere il calore di un abbraccio, avendo nelle orecchie il divieto di stringersi anche solo la mano, è arduo, ma è l’unico modo per poter sperare di rifarlo in futuro.

Dunque, ci si deve trasformare un po’ tutti in panificatori. Starsene tranquilli, lavorare nell’ombra, lontano dalla folla, negli orari più distanti dalle abitudini comuni. Se ne si è capaci, è ora di  infornare creazioni per i propri cari che si trovano a condividere con noi il nostro “atelier”, così da proteggerli, quanto rallegrarli con una fetta di pasta lievitata, intrisa di affetto e speranza. Che poi, in fondo, anche se non dovesse essere sempre proprio lievitata, non importa: è il pensiero che conta. Un pensiero di acqua e farina, che, oggi, più che mai, può valere una vita.

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