L’origine dell’”Oikonomía”

Ai tempi della polis, l’arte del saper gestire i propri mezzi e, come richiama il termine, la propria “casa” in generale, era una facoltà ancora intrecciata con l’essere “animale sociale” del cittadino. L’economia, dunque, agli inizi, rimaneva piuttosto legata agli aspetti sociali e politici, anche se l’interesse nel guadagno gradualmente si accresceva.

Città, e campagna. Un binomio che non è estraneo a nessuno che conosca un po’ di storia medievale e moderna: l’agricoltura è la base dell’intera società, è occupazione prevalente, e fonte di sostentamento irrinunciabile. Da qui, ecco comparire quell’ideale di “autarchia”, ossia di auto-sussistenza, che tanto era auspicato dai filosofi del tempo. Del resto, le comunità antiche erano caratterizzate da scambi interni, proprio tra centro abitato e ruralità, piuttosto che da traffici con popoli stranieri. Essere in grado di produrre sufficiente cibo e pane per i propri abitanti, era l’obiettivo di ogni nucleo, grande o piccolo che fosse.

Campagna significa terra: terra, come prerogativa per il buon funzionamento della città. Eppure, la Grecia non poteva vantare grandi appezzamenti fertili, finendo per dipendere in gran parte dalle importazioni di grano dall’Egitto, dalla Sicilia, o dall’area del Mar Nero. L’ideale di autonomia rimaneva in molti casi un sogno lontano…

Altra testimonianza della centralità dei contadini era data dalle riforme di Solone, volte alla emancipazione di questi ultimi: si può quasi dire che la base della democrazia greca sia data dagli abitanti delle campagne, e, dunque, dai fondamentali produttori di materia prima per il pane. Il legame tra terra e società, unito dal filo conduttore del grano, necessario per ogni pagnotta, emerge chiaro come il sole.

Economia vuol dire, però, anche scambi. Scambi che portino profitto a casa, contribuendo a incrementare il capitale accumulato. Per trovare tali pratiche, ci si deve spostare ai “margini” della società, ai confini rappresentati dal mare. Il commercio vero e proprio, infatti, era raro all’interno della comunità, dove ci si basava più sulla logica di “doni e contro-doni”. Giunti al porto del Pireo, sulla costa ateniese, ecco che si potevano vedere coraggiosi navigatori, pronti a salpare in cerca di guadagno. I rischi non mancavano, ma la speranza di fare ritorno con un carico maggiore di quello di partenza, spingeva molti affamati a vendere il proprio pane altrove.

Mancherebbe solo la moneta: Aristotele risponde. L’invenzione di tale mezzo viene giustificata dal filosofo proprio come risposta alla necessità di scambio, quale unità di misura dei beni commerciati, indispensabile per mantenere l’uguaglianza nei rapporti di reciprocità. Posti i limiti di affidabilità di questa versione di nascita del “conio” (molti contestano tale giustificazione), la base dell’economia, come viene intesa oggi, è evidentemente stata gettata. Su un suolo fertile, ma non troppo. Su un suolo che è volto a produrre niente meno che… grano.

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